1° febbraio 1958

Le braccia al cielo di Domenico Modugno

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Articolo già apparso sulla rivista il Mulino a firma di Luca Barra

Il 1° febbraio 1958, a partire dalle dieci di sera, va in onda sul Programma nazionale – il solo canale di una televisione che ancora muove i primi passi – la terza e conclusiva serata di quel Festival della canzone italiana che, già da otto anni, si sta svolgendo a Sanremo, prima trasmesso solo in radio, in seguito anche dalle immagini tremolanti dei piccoli schermi in bianco e nero. Gianni Agus è subentrato all’ultimo per sostituire Enzo Tortora e insieme a Fulvia Colombo, l’annunciatrice che il 3 gennaio 1954 aveva aperto le trasmissioni ufficiali della tv, conduce la kermesse. I concorrenti si esibiscono nel salone delle feste del casinò di Sanremo, accompagnati da due differenti orchestre (dirette da Cinico Angelini e da Alberto Semprini). Tutte le canzoni sono interpretate da due voci e la maggior parte dei cantanti è impegnata con più brani. Non sono, però, le necessità televisive o i dettagli del regolamento a rimanere impressi nella memoria collettiva. A lasciare un segno, indelebile, è la canzone che vince il festival: Nel blu dipinto di blu, titolo in seguito tante volte abbreviato nel Volare su cui si apre il ritornello. La cantano un esordiente Johnny Dorelli e, soprattutto, l’ancora semi-sconosciuto autore del brano (con Franco Migliacci), Domenico Modugno. Fin dalla prima esecuzione l’entusiasmo è inarrestabile.

Su quel palco tanto ingessato sta succedendo qualcosa di diverso e di nuovo. Tanto diverso e tanto nuovo che viene riconosciuto subito, dal pubblico in sala come da quello sparso per tutto il Paese. In parte è colpa del testo della canzone, particolare nell’ispirazione (al centro di mille aneddoti contraddittori negli anni diffusi da entrambi gli autori), “moderno” nelle sensazioni tratteggiate e, insieme, cantabilissimo. Lo riconosce già il “Radiocorriere”, presentando il brano qualche giorno prima della messa in onda: “Una volta tanto l’amore è visto con occhi di surrealista. Un fantasioso innamorato sogna di tuffarsi in un cielo che è blu come gli occhi della sua ragazza. È un blu mai visto tanto è blu e insieme con lei gli sembra di volare più in alto del sole, incontro alla felicità”. In parte è per la musica, che miscela con studiata attenzione il classico e il contemporaneo, innestando nella tradizione melodica italiana che – fino a quel momento – aveva dominato Sanremo alcune influenze internazionali, in primis statunitensi, inaugurando un dialogo, una connessione, un superamento dell’autarchia sonora destinato a fissarsi. È ancora il Radiocorriere”, questa volta ex post, a riconoscere che “con il suo piglio a metà popolaresco e a metà surrealista, un po’ guascona e un po’ sentimentale, questa canzone (della quale tutti i più grossi editori stranieri si sono già accaparrati i diritti) ha dato un prepotente scossone alla tradizione e l’avvio a un genere nuovo e inconsueto”. C’è l’amore, certo, ma anche l’individuo, la fuga, lo slancio vitale.

Oltre alla musica, oltre al testo, è l’interpretazione a rafforzare la sensazione di uno scarto rispetto al passato. Domenico Modugno si trova costretto – in seguito al rifiuto di numerosi cantanti – a portare sul palco il brano che ha scritto: è un artista ancora emergente, sconosciuto al grande pubblico e diventa il primo “cantautore” di Sanremo un paio d’anni prima che la parola sia coniata. Se Dorelli sceglie un’impostazione più intima, da crooner, Modugno enfatizza con il viso e con il corpo la vicenda narrata, i repentini cambiamenti strumentali, l’energia del ritornello che invoglia a unirsi al canto: con enfasi teatrale, alza le mani sopra le spalle, verso il cielo, a sottolineare con un gesto efficace l’entusiasmo, la liberazione. Il salone reagisce all’istante: Edmondo Berselli in Canzoni. Storia dell’Italia leggera descrive “il volo […], lo spalancarsi entusiasta delle braccia nel ritornello […], mentre il pubblico impazzito ride, piange e agita i fazzoletti per l’entusiasmo”. Le telecamere riprendono lo slancio e lo portano nei bar e nelle case di tutto il Paese. Le fotografie fissano il momento in un’icona riproposta dai giornali e dalle riviste patinate. Anche in Italia musica e immagine in un attimo diventano, e resteranno, inscindibili.

Nel blu dipinto di blu fa da ponte tra passato e futuro, è un ossimoro tra classicità e innovazione. Da una parte c’è la tradizione melodica, ci sono un lessico e una metrica invero consueti; dall’altra, si trovano l’urlo divenuto simbolo, l’interpretazione recitata, i guizzi dell’arrangiamento, la rivendicazione ancora in parte consapevole dell’autorialità. Ma questa novità è attesa, voluta, desiderata. Già nel servizio della Settimana incom dedicato al Festival si sottolinea la necessità di cambiare: “nel gesto di Modugno c’è tanta giovinezza e tanto entusiasmo, l’entusiasmo di chi ha dato la prima allegra scrollata a quel vecchio edificio pieno di zucchero e ragnatele nel quale rischiava di adagiarsi la canzone italiana”. Serviva cambiare passo e questa canzone, in questo festival, è l’innesco giusto. A seguire, il suggello italiano e quello internazionale sanciscono l’avvenuta rivoluzione: Volare è il singolo italiano più venduto dell’anno e in estate raggiunge – per cinque settimane – persino la prima posizione statunitense; Modugno partecipa al Gran premio eurovisione della canzone europea, il 12 marzo in Olanda, vince due Grammy awards, si affaccia sui network statunitensi partecipando all’Ed Sullivan show.

Ormai è un luogo comune, ma con una solida base di verità: le braccia alzate di Modugno e la circolazione globale della canzone sono pure il simbolo di un’Italia che riesce finalmente a rialzarsi e che è alle soglie del miracolo economico, del boom dei consumi, di un’industria (anche culturale) più matura. Come scrive Gino Castaldo, Nel blu dipinto di blu “è insieme una magnifica canzone, un gesto rivoluzionario di straordinario successo e un involontario trattato sociologico, astratto quanto si vuole nel suo chagalliano riferimento a un uomo sospeso a volare nel blu, eppure preciso, sintetico, e denso di riferimenti”. O come aggiungono Serena Facci e Paolo Soddu nel loro volume su Sanremo: si è trattato di “un’anticipazione di quel che c’era stato e di quel che il futuro poteva promettere”. Il Paese è pronto ora a dialogare con il resto del mondo, il maggiore benessere lascia spazio ai beni voluttuari e alle spese “leggere”, la popular culture diventa finalmente davvero di massa, abbattendo ogni barriera. La canzone si inserisce negli anfratti del tempo liberato, la televisione occupa stabilmente il centro della casa, e le loro storie intrecciate delineano i confini del mainstream, di quella terza cultura (per dirla con Edgar Morin), né alta né folk, su cui, di lì a poco, illustri studiosi cominceranno a dibattere aspramente.

nella connessione tra la musica leggera e il piccolo schermo è il Festival di Sanremo a imporsi come vetrina dell’industria discografica e musicale, come fulcro della stagione televisiva. C’è un prima e c’è un dopo Volare, che separa un programma appena più speciale di tutti gli altri dall’evento capace, spesso in modo inconsapevole, di riassumere lo spirito del tempo, di seguire le anse e le ansie della società e della politica, di allineare, almeno per qualche giorno, le attenzioni di élite e popolo, di adulti e bambini. Tra alti e bassi, momenti memorabili e annate da dimenticare, per quasi settant’anni. Fino a ora, all’edizione numero sessantanove che sta per iniziare, anticipata dalle piccole schermaglie sui migranti tra il direttore artistico Claudio Baglioni e il vicepremier Matteo Salvini. A testimonianza del perdurante valore, anche politico, di uno dei pochi eventi di massa rimasti e dell’inestricabile legame che unisce termini, nella loro sostanza, sinonimi quali nazional-popolare, sovranista, generalista. Ed è forse a questa altezza che le mani di Modugno che si alzano e si allargano possono assumere un significato nuovo. Ancora una volta.