Il contagio della miopia

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Articolo già pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Gabriella Cotta

Alcuni decenni fa fu pubblicato l’interessante volume Politics and Vision. Continuity and Innovation in Western Political Thought, di Sheldon Wolin, e niente più di questo titolo mi sembra oggi appropriato per una riflessione sul tema della politica. Per chi si occupi di questo ambito, cercando di trarre qualche considerazione non solo a livello nazionale, ma anche europeo e globale, ciò che salta agli occhi oggi è precisamente la drammatica mancanza di una visione a svuotare e, di conseguenza, a corrompere ab imis la politica. Solo vent’anni dopo il libro di Wolin, Jean-François Lyotard aveva certificato il prodursi di tale dissoluzione, non solo testimoniando, nella condizione postmoderna, il tramonto delle grandi narrazioni, ma soprattutto dando per scontato che i grandi sistemi ideal-ideologici che avevano mosso, costruito — e anche compromesso e distrutto — l’occidente e buona parte del globo, fossero da considerarsi solo narrazioni. L’osservazione di Lyotard circa il superamento dei grandi sistemi ideologici evidenzia un aspetto che ci consente di gettare luce sulla politica odierna: la sopravvenuta inconsistenza ermeneutica di quelli, non li fa scomparire, ma li rende fungibili e fluidi, tali da poter essere scomposti e ricomposti, parcellizzati e riutilizzati senza alcuno scrupolo di coerenza da chiunque voglia attingere da essi i segmenti più utili al perseguimento del proprio interesse, pubblico e privato. Tali nuovi “sistemi” di narrazioni — in gran parte, dunque, sottoprodotti di ben più articolati ordini di pensiero — vengono ad assumere un carattere di ben maggiore, flessibile, resilienza rispetto a quelli che, a fondamento ontologico o “scientifico”, avevano preteso di cambiare il mondo rendendo assoluta giustizia e totale libertà al genere umano o all’individuo. 

Mentre le ideologie, nel tempo, hanno subito le smentite della storia e le critiche puntuali che possono essere rivolte a ogni coerente sistema di pensiero, il complesso e sorprendente “gioco” di continue composizioni e scomposizioni che il relativismo postmoderno e post-veritativo ha impresso agli odierni indirizzi politici rende la loro comprensione molto più sfuggente e una loro critica più complessa. 

Così l’individualismo viene coniugato oggi senza alcuna difficoltà con un progressismo scientistico che non ha remore a intervenire sulla costituzione dell’umano in un residuale anelito rivoluzionario di perfettismo autopoietico. D’altra parte la spinta, a oggi incontrollabile, dell’economicismo finanziaristico finisce per trasformare l’individuo, non più possessivo ma soltanto produttivo, in mero strumento per una corsa infinita alla produzione di denaro e a una inedita capitalizzazione e polarizzazione del potere. 

In questo contesto confuso e variabile di intersecazioni di senso che domina la politica, i cristiani, spesso, subiscono il clima dominante, e, nella difficoltà di coglierne le radici concettuali, fanno convergere il loro appoggio verso la parte politica che di volta in volta ritengono meglio interpretare l’interesse comune prevalente. 

Così facendo, tuttavia, trascurano la strutturale ambiguità che contraddistingue le odierne visioni politiche, sottovalutandone l’intento strumentalmente utilitaristico e la povertà o addirittura incompatibilità con le proposizioni cristiane fondamentali. Le cangianti narrazioni politiche odierne, inoltre, a causa delle comuni — anche se differenti nelle motivazioni — premesse autoreferenziali e utilitaristiche, producono un tasso altissimo di litigiosità, che sfocia in un insanabile stato di conflittualità, esteso a ogni livello, sociale e politico, nazionale e internazionale. 

In questo clima culturale i cattolici — e in generale i cristiani — hanno a loro disposizione una riserva di senso capace di sanare molte tra le problematiche più critiche che attraversano la nostra epoca. La proposta cristiana, infatti, articolandosi secondo una logica di reciproco riconoscimento e di liberazione individuale, disegna orizzonti che gran parte del pensiero contemporaneo legge in forma conflittuale, sottoposti a dinamiche di mera potenza o, ancora, secondo prospettive di dissoluzione identitaria. Per esempio, le relazioni performative della dilagante scolastica foucaultiana — unico possibile e ondivago calco di ciò che è umano —, guidate dalla sola logica, dominante e repressiva, del potere, trovano nel cristianesimo il solido contraltare di relazioni ontologiche liberanti, trame comuni di una comune relazione al bene. Questo, lungi dal produrre una oppressiva e statica precettistica, è constatazione di una comune tendenza alla pace e alla generatività piuttosto che alla dispersione della vita, al reintegro e al mantenimento della forma anziché della sua dissoluzione. Da qui scaturiscono le ragioni dell’accoglimento dell’altro a cui si riconosce, in queste costitutive tendenze condivise, la comune umanità e il diritto a tali liberatorie forme di esistenza. 

Questo è il nocciolo di senso che il pensiero cristiano può e deve riproporre al pensiero contemporaneo, senza calcoli contingenti nei confronti di una politica ormai priva di alcuna visione