A destra poco di nuovo

254

di David  Fracchia

http://www.laboratorio.info/Mensili/2019/7-lug-2019.pdf

La Lega rappresenta tutto il nuovo nella storia italiana, rappresenta l’avvenire oltre i prodigiosi traguardi di Maastricht, e conferma soprattutto l’incontro ideale fra Pontida
ed i Vespri Siciliani.Questa frase di Umberto Bossi, conclusiva della su prefazione ad uno snello volume interessante allora ed utilissimo da rileggere oggi (Iacopini – Bianchi, La Lega ce l’ha crudo ! – Il linguaggio del Carroccio nei suoi slogans, comizi e manifesti, Mursia 1994), 25 anni fa, piaccia o meno, aveva un senso. In quel momento si trattava di una sintesi del percorso compiuto, dalle oscure origini della profonda provincia del Nord alla ribalta nazionale conquistata con notevole successo; una sintesi che, oggettivamente, aveva un nucleo di verità, pensando alla genesi di  quel movimento agli inizi degli anni ’80, in dichiarata contrapposizione a metodi e tematiche dei partiti tradizionali della Prima Repubblica.
Merita sottolineare il dato emerso, già nel 1989, da uno studio sulla Lega Lombarda commissionato dalla Dc lombarda all’Università Cattolica di Milano, da cui emerse che il militante leghista era relativamente giovane, alquanto scolarizzato, occupava una posizione professionale medio-alta, percepiva un reddito superiore alla media nazionale, era nato e tendenzialmente viveva in Lombardia.
In sintesi: ceto medio in ascesa, dinamico, insofferente di un sistema politico sclerotico ed avviato al crollo per molti motivi (la letteratura sul punto è smisurata).
Un ceto, quindi, che avrebbe tranquillamente potuto essere reso destinatario di una comunicazione, un messaggio, articolato, strutturato: ma non fu questa mai, nemmeno allora, la scelta della classe dirigente leghista. Gianfranco Miglio stesso, nel giustificare la scelta della politica-spettacolo e del linguaggio da slogan compiuta dal movimento, ebbe ad osservare che anche le forme ideologiche più sofisticate, i programmi più elaborati, debbono ad un certo punto trovare il consenso delle moltitudini; debbono cioè tradursi in manifestazioni popolari, in gesti, in miti che consentano al singolo di condividere, pubblicamente, l’adesione ad una certa interpretazione della realtà, alla medesima carica di
speranza (v. in merito l’amplissimo lavoro di Caldiron, La destra plurale. Dalla preferenza nazionale alla tolleranza zero, Roma 2- In tale scelta di metodo si collocò la radice dellaforza diffusiva del primo messaggio leghista, peraltro indiscutibilmente diretto al popolo del Nord in esplicita contrapposizione a Roma ladrona ed al Sud parassita; lo scardinamento del vecchio quadro politico ad opera della Magistratura fece poi il resto: in mancanza, probabilmente le sorti anche della Lega, oltre che di questo paese, sarebbero state molto diverse.
2. Sono trascorsi venticinque anni, arco temporale in sé rilevante ed ancor più nel frenetico tempo attuale.
Il nucleo identitario leghista delle origini si è trasformato, assumendo connotati da destra radicale classica, abbastanza velocemente.
La fiducia nella capacità dei territori originari di far da sé, meglio degli altri, in virtù (paradossalmente) anche della vicinanza geografica e culturale rispetto alla MittelEuropa si è evoluta (o devoluta, a seconda dei punti di vista), alimentandosi del timore verso la globalizzazione tipico dei ceti meno elevati e, tra questi, di quello operaio, alle prese con una vistosa crisi industriale.
Nel quadro di nettissima difesa dell’ordine economico esistente e, quindi, delle modalità di produzione e distribuzione della ricchezza già consolidate, si è aggiunta una mutazione
dell’elemento identitario strettamente locale, sino a creare l’idea di una comunità di lavoro, territorialmente sempre più ampia, ma etnicamente coesa, una sorta di etnocapitalismo: il tutto ravvivato dall’elemento maggiormente vistoso, vale a dire quello razzista e/o, se si preferisce, di repulsione nei confronti degli immigrati.
La Lega ha assorbito, sul punto, linguaggio e teoriche della destra radicale europea anti-mondialista, in modo esplicito, anche mediante documenti ufficiali. In un documento del 1998, titolato Padania, identità e società multirazziale, prodotto dagli Enti Locali Padani Federali, si legge che l’ideologia mondialista, favorevole all’immigrazione xtracomunitaria, vuole negare l’esistenza di popoli e nazioni, sostenendo un cosmopolitismo individuale di massa che sgretola le identità e i sentimenti di appartenenza territoriali; gli orfani del Marxismo, convertitisi a tale mondialismo, proseguono in tal modo la loro sottile opera di distruzione della civiltà europea, utilizzando l’immigrazione come grimaldello e futuro elemento di destabilizzazione e caos Di lì a poco, ad inizio 1999,Dopo venticinque anni di Lega.
la Lega coerentemente lanciava la propria campagna Uomo, non microbo contro la cd. invasione di immigrati clandestini in Italia, avviando raccolta di firme
con la partecipazione entusiasta di ampio panorama dell’allora destra estrema italiana, dal Msi-Fiamma Tricolore di Rauti al Fronte Nazionale di Adriano Tilgher, già allora a Forza Nuova. I leghisti torinesi, per l’occasione, invitarono la Fraternità Sacerdotale di San Pio X a tenere una messa in latino a Porta Palazzo, per fermare l’islam e immigrati, per dirla con il leader cittadino dell’epoca Mario Borghezio (lo stesso esponente, tradizionale trait d’union traLega e ambienti estremi, che a marzo del 2019 ha inaugurato la sede torinese dell’associazione Legio Subalpina). A quel punto, l’apertura esplicita, sempre a fine anni ’90, delle colonne del giornale La Padania al pensiero del maggior pensatore della Nouvelle Droite francese, Alain de Benoist, non solo non può stupire, ma è coerente e chiude il cerchio: l’idea dell’impero sovranazionale che rispetta, riunisce ed insiemesupera le singole comunità identitarie è sbocco teorico nel quale non è impossibile incasellare il messaggio leghista in atto sul territorio, sbocco rispetto al quale la visione euro-asiatica di Aleksandr Dughin, attivo da decenni, ma da noi divenuto noto al pubblico – non a caso – con l’attuale governo, è solo una variazione sul tema.
Dughin già riprende infatti, da decenni, la teorizzazione di un impero euroasiatico da Dublino a Vladivostok, contrapposto allo atlantismo americano, teorizzazione operata dal
belga Jean Thiriart già negli anni Sessanta. Nel 1992 Dughin stesso invita a Mosca proprio Alain de Benoist e negli stessi anni avvia la diffusione in Russia degli scritti di Julius Evola; trovare lo stesso Dughin, nel 1994, a capo di un partito russo nazional-bolscevico non può stupire da nessun punto di vista. Pochi mesi orsono, è noto, si è appunto avuto un tour italiano del medesimo Aleksandr Dughin, con vicinanze esplicite di vari ambienti, leghisti ma non solo (non poteva mancare, ovviamente, il Fusaro fustigatore del turbocapitalismo).
Archetipi che ritornano, quindi, e trovano fortuna comunicativa nella piena attualità; al netto delle indubbie peculiarità russe, nazional-bolscevismo evoca abbastanza intuitivamente il nazional-socia lismo delle origini (si rimane rigorosamente sul piano delle idee, non delle nefaste conseguenze); come pure il sindacalismo rivoluzionario di matrice francese evolutosi, un secolo orsono, in sindacalismo nazionale italiano, evoca ogni altra congerie di pensiero volta ad unificare i contrapposti interessi dei diversi ceti sociali
in ottica di superamento di ogni conflitto, nell’interesse superiore dell’identità nazionale.
La configurazione (peraltro mai troppo attuata) del sistema corporativo fascista ne fu l’esito formale. Su un piano meritevole di rispetto se non altro, per la coerenza estrema che vi dimostrò il suo autore, lo scrittore Yukio Mishima, nazionalista, militarista, imperialista, negatore del modernismo e della generazione liberale e filo-americana del Giappone postbellico, riconobbe come le sue posizioni non fossero, poi, troppo distanti da quelle degli studenti giapponesi protestatari marxisti di fine anni ’60: ma aggiungeva che lui disponeva di un atout che a quelli mancava: l’Imperatore.
La materia è enorme per riferimenti, interventi, personaggi e varianti; ma pare possibile concludere che,in definitiva, l’evolversi (non di oggi, si parla già di vent’anni orsono) della Lega verso il radicalismo di destra europeo (ed anche italiano) tradizionale segni l’abbandono di un potenziale di innovazione che, se non altro per reazione all’esistente e ceto sociale dinamico coinvolto, per certi aspetti, all’inizio quel movimento aveva.
Di recente, invece, ampliatasi numericamente e mutata sul piano economico-sociale la base di riferimento, la Lega si è collocata appieno in un filone di certo non nuovo.
3. Rifiuto dell’immigrazione; rifiuto dell’occidente capitalista e atlantico; aspirazione ad un ordine sovranazionale nel rispetto delle identità (nel senso di differenze di popolo più che di stato), sono elementi cardine del pensiero di destra radicale italiano da decenni, che ha trovato anche mezzi di comunicazione efficaci, sia pure all’interno della cerchia degli adepti, per così dire, di quell’area, sino allo sdoganamento berlusconiano, la svolta di Fiuggi
e così via. Tra la metà degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, la cd. sinistra missina” (ritornano gli apparenti ossimori, anche comunismo padano lo è), in contrapposizione ad un sofferto conservatorismo della classe dirigente di quel partito, cercò sviluppi anche di linguaggio e di media.
-5 ITALIA Russia sovietica, sia contro il mostro statunitense, ma pure (già allora, sia pure per altri motivi) contro la Cina, da cui slogans come quello celeberrimo Russi, cinesi, americani, sul suolo dell’Europa per voi non c’è domani.
Il quadro internazionale di quegli anni ovviamente faceva abbinare le due superpotenze: venuto meno il sistema sovietico, come
visto, il nazionalismo imperial-bolscevico russo è oggi molto meno sgradito. Julius Evola, poi, riemerge come un fiume carsico ad ogni volgere di decennio, da
un lato per le teorizzazioni razziali risalenti già agli anni ’30 (suo fu il cd. razzismo spirituale, in contrapposizione a quello scientifico, per così dire naturalmente, dei vari Preziosi ed anche Almirante); dall’altro per il recupero in vari ambiti (v. di recente proprio con Dughin) del suo pensiero sparso in opere come Rivolta contro il mondo moderno, Cavalcare la tigre, Gli uomini e le rovine. Esso pensiero ha costituito e costituisce tuttora, infatti, riferimento per chi, tradizionalista integrale, neghi radicalmente capitalismo e liberismo (oltre ovviamente al comunismo, che era realtà negli anni in cui lui scrisse), denunziando la demonìa dell’economia, definendosi senza remore antiborghese e proponendo un tipo umano che vive nella modernità, ma non lche ’accetta come tale e vuole ribaltarla in senso rivoluzionario conservatore. 4. Vien difficile pensare che lo strumentario comunicativo (ma anche di contenuti) della Lega attuale, volto alla nazione, alla comunità etnica che (sbalorditivo) non è solo più padana ma italiana, all’attizzare
Nacque, ad esempio una rivista che visse alcuni anni, La Voce della Fogna, su ispirazione di Marco Tarchi: la copertina del n. 24, Estate 1980, della medesima, raffigura una massa di immigrati di coloredavanti al Colosseo. Titolo: Mezzo milione di africani popolano l’Italia. Figli dell’Impero; un Mussolini raffigurato nel migliore dei suoi faccioni proclama, un po’ inviperito: Adesso, il primo che sento fischiettare ‘Faccetta Nera’, parola
mia, lo strozzo!. Se ne occupò, fra l’altro, Giordano Bruno Guerri in qualità di direttore del mensile Storia Illustrata, che pubblicò un dossier su vecchia e nuova destra dal 1945 ad inizio anni ’80: un d’ossier che evidenziava, da dichiarazioni e testimonianze raccolte, la furiosa voglia di lotta dei militanti di destra-destra .. non imborghesiti, sia contro la 6- costantemente il rifiuto e la paura per l’invasione straniera e la perdita dell’identità culturale, abbia preso davvero il sopravvento sul concretissimo tronco ì originario del Nord/NordEst, omogeneo e animato anche da interessi economici ben identificabili.
Vi è però chi lo pensa; periodicamente Roberto Maroni lancia messaggi; un personaggio di indiscutibile rilievo come Giorgetti non manca di cogliere malumori della base storica; nasce, ad esempio, un movimento come Grande Nord, dapprima di soli esuli leghisti, dichiaratamente in reazione al ritenuto tradimento salviniano delle origini e delle missione della Lega stessa. La stipulazione del cd. contratto di governo con il M5S è, forse, di per sè meno eversiva di quanto superficialmente si potrebbe pensare, rispetto al contesto che si è tentato appena di indicare per eventuali approfondimenti. Essa è stata, comunque, utilizzata sapientemente dai media a conduzione leghista, per attrarre quel segmento di popolo che si è, dapprima, sentito indistintamente gialloverde, poi ha scelto la componente maggiormente strutturata dello strano binomio contrattual-governativo. L’area di centro, liberaldemocratica, moderata (le etichette possibili si sprecano), può dialogare in modo costruttivo e, se sì, come, con tale soggetto politico di indubbia importanza?
Se si considera lo sfondo, i riferimenti radicali scelti, certe linee-forza che hanno fatto la fortuna della Lega ultima, di oggi, pare di no. Se si considera l’aspetto più strettamente di prassi, di rappresentanza di ceti economici attivi ed attenti – proprio – all’Europa e comunque al mondo globalizzato che, inutilenegarlo, concorrono a costituire la forza del Lombardo-Veneto esteso al Friuli e progressivamente all’Emilia, pare di sì.
Può essere che il futuro, auspicabilmente prossimo, + di un Centro Democratico (si conceda l’utilizzo, per semplificare, di un’espressione di montanelliana memoria) si giochi anche nell’essere, pienamente consapevole dei propri obiettivi e della rappresentanza che vuol conseguire, da un lato, diga alle componenti radicali; dall’altro, invece interlocutore delle componenti concrete e storicamente propositive, di quell’entità assai cresciuta quanto non troppo consolidata che, oggi, pare essere la Lega.