1914, De Gasperi davanti alla guerra.

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Il giovane De Gasperi individua – la guerra incombe – un ritorno della fede come naturale difesa del popolo dalle illusioni e dai sofismi che lo avevano ingannato. Il popolo” è al centro del suo impegno politico nei partiti popolari trentino e italiano.

Pubblichiamo il contributo di Monda al convegno in corso a Viterbo dal titolo “Con le lenti di Alcide De Gasperi”.

 

 

Dante Monda

 

Nell’introdurre questa tre giorni sulla figura di De Gasperi tremano le vene ai polsi, si sente tutto il peso di una tradizione grande, articolata, stratificata. Ma anche l’occasione assolutamente unica di “riprendere il filo” di un discorso, di una Storia. Ciò provoca in me emozioni forti, contrastanti fra entusiasmo e paura, difficili da nascondere.

Si sente l’urgenza di un messaggio che appare insieme lontano e vicinissimo.

 

Lontano: perché il modello dello statista De Gasperi, che “guarda alle prossime generazioni e non alle prossime elezioni”, sembra dimenticato (nel dibattito pubblico, nelle aule scolastiche che da un po’ frequento) e non più imitato tra chi dovrebbe invece incarnarlo (il problema politico è innanzitutto di classe dirigente).

 

Vicinissimo: perché quell’esempio, anzi, quell’esperienza (quell’evento trasformante che ci definisce), è una voce attuale, urgente, un allarme che ci richiama alla sostanza stessa del nostro vivere, oltre il contingente.

 

Tremano le vene ai polsi anche pensando a quali voci più autorevoli di me avrebbero più diritto di me a dare avvio a questi incontri: comincerei ricordando Maria Romana De Gasperi, testimone che soltanto due giorni fa era ancora presente fra noi, e che ora offre la sua testimonianza dal cielo e nella nostra memoria.

 

Non ho la pretesa di introdurre “in generale” la presente commemorazione, quasi a voler mappare già in anticipo i ricchi contributi che ascolteremo. Vorrei soltanto dare la piccola spinta iniziale. Poi il piano inclinato dell’esperienza e della qualità dei prossimi relatori renderà la riflessione molto più approfondita.

 

Mi limiterò allora a partire dal principio, dal De Gasperi trentenne, di cittadinanza austriaca, deputato del parlamento austriaco per il gruppo parlamentare Popolare Italiano. Un giovane di fronte alla guerra che divorava l’Europa. Un giovane che voleva mantenere insieme le due nazioni con cui era legato, che non rinnegò la fedeltà alla triplice alleanza pur dichiarandosi italiano, che si occupò dei profughi e dei rifugiati mentre la guerra infuriava. Una storia che la mia generazione fino a pochi giorni fa poteva sentire distante, ma che forse comincia a suonare vicina e attualissima.

 

Vorrei brevemente soffermarmi su tre concetti chiave che emergono dai suoi scritti dei primi anni di guerra:

 

1) Fine della modernità

Innanzitutto De Gasperi conduce un’analisi storica di lungo periodo. Contro ogni tatticismo e faziosità del momento. Allarga l’orizzonte spaziale e temporale.

Trento, 6 agosto 1914: De Gasperi afferma che il pacifismo della civiltà moderna ha fallito: l’“ansia di abbattere le vecchie barriere” si è dissolta come fosse un miraggio.
Questo pacifismo tipicamente moderno era effimero perché autoreferenziale. Tutto terreno, “Umano, troppo umano”, con l’esplicita negazione di ogni trascendenza. A Dio si erano sostituiti i surrogati della “legge” e della “forza”, sulla base degli idoli della nazione, della classe e della scienza (idealismo, marxismo, positivismo).

 

Trento, 12 agosto 1914: “Per ogni via, con tutti i mezzi, salendo di tra il volgo come volgare bestemmia, discendendo dalle cattedre e dalle scuole come dottrina controllata, serpeggiando in ogni manifestazione della vita sociale, in ogni classe, in ogni ceto, la negazione di Dio sembrava essere il più notevole fatto morale della civiltà moderna. Tolta la femminuccia, il superstizioso, il reazionario interessato, esclusi i preti, mesto avanzo di una dominazione spirituale rovesciata per sempre, nessuno aveva bisogno di Dio, idea e parola inafferrabile e priva di ogni significato, lontano ricordo di un giogo spezzato di fronte al trionfo irrefrenato delle passioni umane, dell’umano arbitrio: di fronte alla grande marcia dei popoli verso la loro sovrana libertà.

 

Gli stati, le nazioni fidavano solo nella legge e nella forza, le classi arrestavano ogni aspirazione al proprio interesse ed alla propria supremazia; la scienza ammainava le vele ai postulati delle dottrine positive. Tutto, prosperità e ricchezza, come dolore e miseria, tutto trae origine da una causa che era nella nostra volontà e nel nostro operare. Nessuno aveva più bisogno di Dio, il grande dimenticato, il grande esiliato di una civiltà che lo aveva vinto. I popoli hanno veduto i potenti della terra disprezzarlo nel pensiero, nella parola, nella vita; combatterlo nella fede più viva e più radicata; perseguitarlo nelle opere più benefiche; hanno veduto alla sua giustizia, alla sua carità sostituire una nuova giustizia ed una carità nuova che avrebbero dovuto attuare ogni più bell’ideale umano nella legge della fratellanza, dell’eguaglianza e della libertà.

 

Era un gran sogno; fu appena esperimento e si credette una conquista, e si gridò alla fine di Dio! Ma bastò un grido di guerra, bastò lo scatenarsi di antiche e sopite cupidigie, bastò che malgrado tutto la vita dei popoli fosse affidata al trionfo della forza, perché l’eguaglianza e la fratellanza apparissero un mito”.

 

Già Nietzsche, aveva rilevato il trauma dell’accettare la morte di Dio creando surrogati, “favole”. Ma  De Gasperi è in sintonia più con Guardini: che constaterà nel 1950 “La fine dell’epoca moderna”.

 

2) Fede e sovranità

Queste tre parole, come tema centrale della riflessione teologico-politica giovanile di De Gasperi. Egli da una parte descrive il “fato austero della guerra… che suona da tutte le torri, ritte lungo tutte le grandi vie del mondo, l’antico ritmo lugubre della raccolta, che persuade le stirpi della santità degli odi vicendevoli sopiti da anni nel fondo della loro psiche … per scagliarle l’una contro l’altra con accanimento cieco … uomini impotenti” (6 agosto)  (tragedia greca – torre babele – tribalismo).

 

“lo spettro della guerra che racchiude nel suo cuore di sfinge un destino di sangue, un destino di sangue e di morte” (12 agosto 1914). Nel testo letto risuonano riferimenti al fatalismo pagano della tragedia greca, in cui la stirpe eredita la colpa essendo accecata, in cui di fatto la libertà scompare. De Gasperi è un patriota, un filologo innamorato del popolo italiano, cui appartiene, ma non un nazionalista, cioè è contro il tribalismo, l’identitarismo fondato sul sangue e sulla terra, princìpi pagani. Il modello è quello della Torre di babele: il paganesimo autosufficiente dell’uomo che primeggia sull’uomo per elevarsi a Dio “santificandosi è destinato a fallire ad essere disperso. La fede autentica rivendica una sovranità universale, contro i tribalismi pagani.

 

Scrive in modo duro: “Ciò che rimane agli uomini nell’ora in cui il Dio degli eserciti passa per rivelare sensibilmente il suo dominio nella storia, è quello di chinare riverenti e umili la fronte, adorando il mistero della sua sapienza austera e pregarlo sommessamente perché sia mite nel castigo” (castigo che però resta un “mistero!”, la giustizia di Dio non è retributiva).

 

Solo Dio è sovrano della storia, e questa crisi, la guerra, lo rivela: “Dio appare dovunque l’ancora di salvezza, l’usbergo sicuro, il padre universale; e il popolo lo vuole così, come lo credette, come imparò ad amarlo ed a temerlo; e da sovrano, almeno nel giorno del dolore che i suoi ingannatori gli predicavano impossibile, lo proclama eterno vincitore.”

Una vittoria che vive nell’umiltà della fede, del “chinare il capo”.

 

Una sovranità che è tanto suprema quanto non teocratica, non pagana, non “religio civilis”, in quanto super partes, universale, cattolica. Ad esempio De Gasperi contestò l’azione del governo francese contro il Papa, che invitava a un esplicito appoggio della causa francese (minacciando di non pubblicare una sua preghiera): “Il Papa è il Padre indistintamente di tutti i cattolici. La guerra che devasta l’Europa immensamente affligge il suo cuore paterno, ma Egli deve ricordare e ricorda che il suo più eccelso attributo è quello di Padre. E i cattolici di ogni nazione, pur conservando integro il loro patriottismo, hanno il preciso dovere di rispettare questa sua universale, altissima qualità, che è ancora pel mondo, di beni inestimabili, in mezzo alle lotte fratricide che funestano e devastano tante misere terre”.

 

In sintesi: un solo Padre, tutti fratelli.

 

3) Popolo: relazione e cammino

Il giovane De Gasperi individua un ritorno della fede come naturale difesa del popolo dalle illusioni e dai sofismi che lo avevano ingannato. Il “popolo” è al centro del suo impegno politico nei partiti popolari trentino e italiano.

 

(Di fronte alla guerra, Dio è) “Eterno vincitore contro i sofismi che non possono convincere e soggiogare le moltitudini; contro i sofismi che vivono di ipotesi, ma che la dura realtà della vita sconvolge ad un soffio; contro i sofismi che promettono tutto e tolgono Dio che è tutto quando nulla più rimane. L’anima ingenua del popolo si libera dalla scoria ingombrante dei dottrinarismi vani e artificiosi, ritrova sé stessa con le sue profonde aspirazioni, risente lo slancio naturale verso l’al di là, ritrova insomma la sua vecchia amica fede nel Dio che domina sulle vicende della storia, anche su quella terribile della guerra, e conduce le sorti degli uomini.

 

I retori della incredulità dozzinale possono ben sorridere di questa fede ravvivata dal pericolo, ma spregiandola non s’accorgono di coinvolgere nel discredito tutta la storia, la quale è seminata di eroismi immortali, fioriti precisamente di lì, da questo sentimento di sicura fiducia nella assistenza di un Dio che non è sordo alla preghiera e che corona gli sforzi degli uomini. Che sarebbe dei popoli oggi se, non restasse Iddio; questo Dio, nella cui fede è ancora tutta la speranza; questo Dio che dopo il flagello ha pure promesso il perdono?”

 

Contro gli “apostoli della felicità sulla terra” De Gasperi oppone la relazione di Dio con il popolo: “E nel silenzio e nel fallimento della nuova scienza e delle sue orgogliose applicazioni sociali, risponde alla gran voce dei popoli, la pietosa voce di Dio; all’anarchia e alla disperazione della coscienza collettiva rispondono le immutate leggi del suo regno”.

 

Risuona di un’attualità fortissima questo pensiero di un giovane appassionato che svela la vacuità dei sofismi, degli alambicchi teorici privi di fondamento, per guardare la Storia come cammino concreto dei popoli, come tradizione religiosa, popolare, politica protesa verso un futuro umanamente conflittuale e incerto, ma sempre in marcia verso una speranza forte, (“immutate leggi”) in quanto escatologica, sovrastorica.

Il popolo è allora popolo di Dio, popolo in cammino, assemblea riunita da una vocazione, che invoca e che trova risposta, in una relazione sempre dinamica, sempre in cammino. Proprio perché la Storia è confitto, difficoltà, e la politica non è tutto, non può essere totalizzante-totalitaria, proprio demistificando le illusioni moderne (che siano scientismo ingenuamente globalizzante o vecchio nazionalismo), si può tornare al “concreto vivente” del popolo, alla responsabilità weberiana dello studio, del discorso democratico, dell’impegno politico concreto, riscoprire l’ascolto così difficile e così impegnativo della autentica “gran voce dei popoli” mai circoscrivibile in ideologia e teoria scientifica.

 

Oggi bisogna ritrovare quella voce, che De Gasperi aveva ascoltato e interpretato.