A 25 ANNI DALLA SCOMPARSA DI DON LUIGI DI LIEGRO: LE COMMEMORAZIONI RICHIEDONO UN DI PIÙ DI VERITÀ.

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In Campidoglio, ieri, il ricordo del Fondatore della Caritas romana. Iniziativa opportuna, ma prigioniera di uno schema consolidato. Si è persa la memoria della formazione, implicitamente politica, che aveva portato il giovane prete alla scoperta del cattolicesimo sociale…à la Maritain. Perché non ricordare il Di Liegro che confessava, in una intervista a “Il Popolo”, la disponibilità a seguire le orme di Sturzo, per assumere all’occorrenza la guida dei Popolari.

 

Lucio D’Ubaldo

 

L’incontro in Campidoglio, svoltosi ieri nella Sala della Protomoteca, ha avuto il merito di rimettere a fuoco dopo anni di relativa trascuranza la figura di Luigi Di Liegro. In serata il Card. Zuppi, un tempo giovane vice parroco di Santa Maria in Trastevere, legato alla Comunità di Sant’Egidio e impegnato “à còté” della Caritas di don Luigi, quindi un po’ in accordo e un po’ in concorrenza nell’opera diuturna di servizio ai poveri della città, ha celebrato nella Chiesa dei Santi Apostoli la messa in memoria. Ad organizzare questa opportuna celebrazione ha provveduto, come per altre analoghe iniziative del passato, la Fondazione Di Liegro e in particolare la nipote Luigina, che all’interno della strutttura ricopre la carica di segretaria generale.

 

Di particolare rilievo il messaggio inviato da Sergio Mattarella al Presidente della Fondazione, P. Sandro Barlone S.I.: «Don Luigi Di Liegro – scrive il Capo dello Stato -, Fondatore e Direttore della Caritas romana, ha impresso segni che resistono al trascorrere dei decenni. Opere concrete che tuttora recano sollievo e conforto ai più bisognosi ed emarginati. Percorsi di amicizia e di condivisione sui quali tante persone, tanti giovani, si sono incamminati, seguendo il suo esempio. Testimonianze così forti e impegnative da rappresentare una sfida permanente per l’affermazione dei diritti di cittadinanza garantiti dalla Costituzione. A 25 anni dalla morte, la sua instancabile opera di costruttore della solidarietà, di testimone tenace e coerente di quei valori umani che sono fondamenta di vita per la comunità rimane una ricchezza inestimabile per Roma e l’Italia. Don Di Liegro ha offerto e chiesto a tutti condivisione. Ha indicato la dignità e i diritti dei più poveri come orizzonte necessario di un’autentica crescita sociale. Ha promosso l’incontro tra gli operatori della solidarietà affinché la loro rete e i loro valori fossero ben visibili alle istituzioni, alla politica, alla società».

 

Nel confronto a più voci, in Protomoteca, si sono affiancate e sovrapposte le tante sfumature di una pressoché unanime considerazione per l’uomo di fede e di azione. Si sa, comunque, che le commemorazioni si estenuano il più delle volte nell’eco di postumi riconoscimenti, senza il guizzo dell’interrogazione critica su ciò che la memoria ha definito o persino irrigidito. In questi 25 anni, nel progressivo assestamento del ricordo pubblico, è andata perduta la “radice democristiana” della visione sociale e politica di don Luigi; andrebbe invece riconosciuta, non solo per quanto attiene alla sua formazione sul campo, nella parrocchia di San Leone Magno al Prenestino, con l’incontro che porta il prete fresco d’ordinazione a “scoprire” le letture militanti  dei giovani democristiani degli anni ‘50 e ‘60, anzitutto l’Umanesimo integrale di Jacques Maritain; come pure, infine, andrebbe dissotterrata l’intervista a Giuseppe Sangiorgi su “Il Popolo”, quando la Dc si era già liquefatta e il nuovo Ppi stentava a proseguirne la storia, nella quale si stagliava l’affermazione circa la disponibilità a “scendere in campo” sulle orme di Sturzo, per farsi guida all’occorrenza dei Popolari.

 

È questo profilo, ingiustamente smarrito, che oggi potrebbe restituire alla pubblica opinione una verità più profonda, pur essa suscettibile di analisi critica, in grado di illuminare l’opera di un cristiano testardo e generoso, fedele alla missione, in tutti i sensi, di  “prete romano”, sempre al fianco dei più deboli ed emarginati, dei più bisognosi, come erano e sono i tanti immigrati per disperazione.