A colloquio con Goffredo Buccini: Una guerra civile a bassa intensità

Uno degli errori più gravi in alcuni ambienti politici è stato quello di perdere il senso della parola patria

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Articolo apparso sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano

«Si combatte una guerra civile a bassa intensità in varie aree del territorio nazionale sulle quali lo stato sembra non avere più alcun controllo: ghetti urbani dove tutto può succedere». La denuncia al centro dell’ultimo libro di Goffredo Buccini, Ghetti (Milano, Solferino, 2019, pagine 336, euro 17) è molto circostanziata. Del resto, sottolinea, «è sotto gli occhi di tutti che ci sia nel paese uno scontro sociale aperto con dei picchi di violenza e di intolleranza». Gli esempi sono numerosi e vengono squadernati uno dopo l’altro nel volume con stile asciutto e senza sconti né per il lettore, interpellato nella sua responsabilità di cittadino, né per chi ricopre incarichi politici: «Se non fermiamo una narrazione di odio e di contrapposizione penso che questi episodi potranno continuare e aumentare, e questo è molto pericoloso per la nostra convivenza».

Prima di tutto va però chiarito se questa narrazione segue gli eventi assecondando le pulsioni più basse, la cosiddetta pancia del paese, o li determina utilizzando un linguaggio scomposto e descrivendo i fenomeni in maniera distorta?

Sono vere entrambe le cose. I populisti che hanno vinto le elezioni in Italia non hanno inventato la paura. Questo sentimento esisteva nelle periferie ed è stato ampiamente sottovalutato dai governi precedenti, di tutte le estrazioni politiche. C’è stata, con poche eccezioni, una grande disattenzione. Certamente le forze attualmente al governo hanno raccolto questo sentimento e hanno soffiato sul fuoco. Bisogna però fare attenzione perché la cambiale della paura è pericolosa per chiunque tenti di andarla a incassare. Chi cavalca il malcontento rischia di ritrovarsi disarcionato perché si troverà nella necessità di dare risposte semplici a questioni complesse. Il problema è che si rischia che a essere disarcionata possa essere anche la nostra democrazia.

«I più spaventati e impoveriti hanno identificato negli immigrati semplicemente il nemico con cui scontrarsi: per una casa, un lavoro, un posto a sedere sul bus», si legge in un passo del libro che sembrerebbe introdurre un elemento di novità in Italia. Per il lavoro e la casa si è sempre lottato, per un posto a sedere sul bus molto meno. Cosa è successo? Quando la situazione si è aggravata in questo modo?

Le condizioni materiali di vita delle persone nelle periferie geografiche e umane sono molto peggiorate. Lo scollamento valoriale ed etico, che pure esiste ed è forte, si è impiantato facilmente su un terreno di grave difficoltà economica. La crisi ha fatto inferocire le persone, la paura di non poter più scommettere sul futuro si è tradotta in uno scontro continuo anche sulle piccole cose di ogni giorno. Può sembrare semplicistico, ma se la gente litiga per un autobus la soluzione è mettere due autobus. È essenziale pensare a degli investimenti mirati.

Ma questo non è ancora sufficiente secondo la tesi del libro.

Oltre all’emergenza economica ce ne è stata un’altra innegabile, quella dell’immigrazione. Ci sono stati potenti flussi di persone. Al tempo stesso l’Italia è stata abbandonata e chiusa nei propri confini dai partner europei. Pur considerando le difficoltà, però, la risposta del sistema di accoglienza è stata inadeguata e questo ha amplificato il problema. Del resto in un paese in cui la giustizia e la burocrazia non funzionano come dovrebbero non si vede perché dovrebbe fare eccezione l’accoglienza che è una attività particolarmente difficile e delicata. Al netto di esempi virtuosi, che pure esistono, il sistema è stato spesso criminogeno. Il tipo di risposta che abbiamo dato all’emergenza esclude le persone, produce persone “invisibili”. Ne abbiamo 600.000 in circolazione e la legge sulla cosiddetta sicurezza appena varata, secondo l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), ne produrrà altri 130.000 nei prossimi due anni.

Ma il libro sostiene che i più “invisibili” restano gli italiani.

La “scoperta” in politica della povertà tra gli italiani è avvenuta quando questi si sono cominciati a scontrare con gli immigrati. Una consapevolezza tardiva molto sospetta e che sembra legata principalmente a calcoli elettorali. Basti pensare ad esempio che negli ultimi 10 anni gli oneri di urbanizzazione che dovevano servire per intervenire sulle periferie sono stati utilizzati per fare cassa corrente dai comuni in deficit. Dagli anni Ottanta in poi un’idea di sviluppo complessivo della periferia non è stata più definita. Le case popolari sono state abbandonate a stratificazioni di occupazioni, i servizi sono scomparsi. I più “invisibili” sono stati e sono gli italiani, e dovremmo chiederci come mai lo scontro sociale sia così contenuto. Ma non credo che si possa tirare la corda ancora per molto, bisogna intervenire.

Ci sono segnali in questo senso?

La commissione periferie nella scorsa legislatura ha indicato in un miliardo ogni dodici mesi per dieci anni l’investimento necessario per riqualificare le periferie italiane, sottolineando che andrebbe creata una agenzia ad hoc per coordinare gli interventi ed evitare finanziamenti a pioggia che potrebbero risultare inefficaci. Questa commissione è stata chiusa, non credo che questa decisione aiuti ad affrontare il problema.

Il libro è dedicato “alla mia patria spaventata”, una frase che sembra un ossimoro. Quello alla patria è un tipo di appartenenza rivendicata spesso da chi non è particolarmente propenso a migliorare l’accoglienza proprio perché ha paura o, in qualche caso, favorisce la diffusione di un timore incontrollato.

Uno degli errori più gravi in alcuni ambienti politici è stato quello di perdere il senso della parola patria, specialmente a sinistra. Ci sono state delle ragioni storiche, certo, ma credo sia arrivato il momento di rivendicare l’appartenenza come denominatore comune, per tutti. La patria è cosa diversa dalla nazione o dallo stato in quanto contiene un fattore sentimentale al quale nessuno può rinunciare. In questo momento la mia patria è spaventata. Questa paura non va però “usata”, ma superata. Questo obiettivo si può raggiungere introducendo interventi legati al controllo del territorio nelle aree delle città che soffrono di più. Sicurezza e solidarietà devono e possono camminare assieme.