A proposito dell’appello ai liberi e forti

Pubblichiamo l'introduzione al convegno che si è tenuto ieri, presso la sede del giornale il Foglio, riguardate il saggio di Lucio D’Ubaldo e Giuseppe Fioroni (Elogio dei liberi e forti - La responsabilità politica dei cattolici)

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La pubblicazione dell’ultimo rapporto del Censis ha sollevato più di qualche allarme con dati che fanno pensare ad un generale impoverimento, non solo economico, ma soprattutto culturale, della popolazione italiana, incattivita, impoverita, ulteriormente invecchiata e senza grandi progetti e interessi comuni. E’ immediato, ancorchè di parte, della nostra parte, il richiamo alla situazione che viviamo dopo il terremoto delle ultime elezioni politiche.

Il voto del 4 marzo, da un certo punto di vista, annuncia la fine del sistema democratico novecentesco. Non solo è l’evento che manda in primo piano umori, sentimenti e paure, seppellendo contenuti, valori e comportamenti della politica tradizionale, ma è soprattutto il voto che condanna i partiti tradizionali, PD in testa, alla marginalità, come e più di quanto successo altrove nella sinistra europea ed occidentale.

E’ anche il voto che rimuove ogni idea di futuro dall’agire politico e il M5S, aperto a ogni possibilità ed alleanza, si fa portatore di qualsiasi istanza e del suo stesso contrario. Non è di sinistra, non è di destra, anzi è sia di destra che di sinistra, è, come dice Di Maio, al di là della contrapposizione destra/sinistra. Lo stesso concetto di sinistra sembra ormai profondamente inattuale e nel centro destra, la formazione vincente è una Lega in possesso di armi lontane e diverse da quelle delle destre tradizionali e con le quali batte alla grande la tradizionale destra berlusconiana, non più in grado di esercitare egemonia moderata sulle spinte estremiste di Salvini.

Non è solo un problema italiano; i partiti tradizionali, soprattutto socialdemocratici, vivono una crisi profonda in tutta l’Europa e, con loro, vacillano le stesse colonne portanti della cultura sociale europea, quelle nate dalla rivoluzione francese: libertà ed uguaglianza, certo, ma anche la più cristiana delle tre architravi della modernità, la fratellanza.
Questo contesto storico così drammatico spinge a ritrovare in ciascuna forza politica, i valori degli inizi, quelli più puri e per questo il libro di cui parliamo è così pertinente. Ma, ci chiediamo subito, noi viviamo una fase in cui confermiamo la scelta già compiuta dalla Storia, cercando in Sturzo le idee e lo stile di lavoro così democristiani o dobbiamo anche andare a ripercorrere il politically incorrect di Murri, la sua etica intransigente così attrattiva per i giovani del suo tempo? Chi è più attuale oggi, Sturzo o Murri?, questa è la prima domanda che poniamo agli autori del libro.

Più in generale, in un mondo che sembra svuotarsi di valori e in cui il crollo di Verità condivise sembra aprire il campo alle più violente verità personali (dal linguaggio della politica agli hooligans) e in cui i progetti delle comunità sembrano diventare impossibili in un mare di desideri micronizzati, consumistici ed individuali, come può tornare attuale il richiamo a un programma che seppur politico e aconfessionale chiama in campo, ancora, una coscienza?
E’ evidente che questo programma, oltre che plurale, sociale, debba, superando grosse difficoltà, essere anche immediatamente credibile. Viviamo, però, in un tempo in cui il correlato della credibilità di un programma non risiede nelle competenze o nell’esperienza dei suoi propugnatori, quanto, piuttosto, nell’autorità della leadership. Ma come si fa, nell’epoca della comunicazione irresponsabile e infondata, nell’epoca della violenza non solo verbale, a rendere credibile un programma? Vediamo una sola strada alternativa al populismo dilagante ed è quella in cui il programma necessario (sottolineiamo necessario) sia la missione di un soggetto capace, oggi, di vestire il saio di chi riconosca errori commessi e si proponga con un sacrificio di parte dei poteri acquisiti. Per questo avanziamo questo provocatorio richiamo allo stile di vita e di lavoro di Murri, oltre che di Sturzo. Con l’avvertenza che un richiamo, a Sturzo, a Murri, o anche a Mattei o Moro, non potrà essere una semplice riproposizione. Troppe cose son cambiate, a partire dalla fine di quel peculiare mix interclassista che ha fatto della DC, erede del PP un vero partito di lotta e di governo, interprete di una cultura con larghe tracce di polemica anticapitalistica e di una pratica politica di conciliazione di istanze popolari ed assetti del potere. Interclassismo democristiano che è stato un modo tutto italiano di correlare realtà economica capitalistica e morale cattolica.

Oggi sembra irrecuperabile anche solo il richiamo a quel patto tra Trono e Altare di cui si pala nel libro. E non solo per le vicende della storia ma anche per quell’affinità elettiva tra capitalismo e spirito protestante così lontana dalla diffidenza cattolica verso il successo e la ricchezza. Il baricentro del rapporto tra capitalismo e spirito cristiano passa da tempo per Amsterdam, Londra, Berlino. Quale può allora essere la chiave di un nuovo patto sociale tra le masse non solo cattoliche e un potere economico sempre più lontano, non solo moralmente, ma anche spazialmente globalizzato?
Il 4 marzo italiano ha profonde analogie con le avanzate populiste in vaste aree del sistema delle democrazie occidentali. Da dove nasce tale rabbiosa e violenta carica antisistema?
Siamo da anni alle prese con una sostanziale stagnazione, puntualmente rilevata nel Rapporto del Censis, che ha visto in questi Paesi una sensibile decrescita del potere d’acquisto soprattutto tra i ceti medi e più deboli, con aumenti abnormi di disoccupazione soprattutto giovanile. Basta il dato socioeconomico a spiegare il 4 marzo italiano o i gilet gialli in Francia (con le debite differenze)? Oppure ha qualche valido motivo di proporsi, soprattutto fra i giovani, il rifiuto di una politica inconcludente e talvolta anche inquinata? Si dice che i giovani non voteranno alle europee e che si mostrano scettici verso la stessa Organizzazione Comunitaria. Certo, giusto, inevitabile: come potrebbero provare interesse per un ‘Europa che negli ultimi decenni non ha assicurato loro un futuro?

Il decadimento della politica, cui stiamo assistendo, ha motivi solo sociali, economici e morali oppure la politica sconta la perdita di autorevolezza e di credibilità dopo la caduta delle sue grandi verità del novecento? La difficoltà appare enorme. Da una parte i partiti non dispongono di luoghi utopici verso cui portare le speranze della gente, dall’altra non possono vantare risultati di gran vanto nell’azione politica sviluppata nel recente passato
E’ qui che il ripensamento dei motivi che portarono alla nascita dei Popolari può contribuire a costituire un riferimento verso una coscienza politica non solo dei singoli militanti, ma anche di un intero partito.
Una specie di mutazione antropologica emerge dal voto, come una frattura profonda, nel sistema democratico e nel patto tra democrazia rappresentativa e cittadini, ormai convinti in larghi settori che un sistema di partiti incapaci e burocrati non assicuri più l’equità e lo sviluppo sociale promesso a lungo. Occorrerà stare molto attenti alla rottura di questo patto, perché è stato finora elemento costitutivo delle stesse regole della convivenza civile e democratica.

Inoltre la democrazia non appare più, dogmaticamente, un bene supremo ed eterno, una specie di variabile indipendente rispetto ai costi dei suoi poteri, alle spese sempre crescenti del sistema di rappresentanza, a partire dalle campagne elettorali e dai costi di apparato. Non è da oggi che la democrazia mostra questo ed altri punti di crisi, in una fase difficoltosa del suo percorso nelle società occidentali. Andare a fondo di questo problema, però, porta a rivedere il rapporto di rappresentanza e gli stessi meccanismi di formazione – e di conservazione – del consenso, oltre che la qualità e la quantità degli organismi di governance, centrale e periferica. Non è questo è un terreno di riforma profonda del sistema dei partiti?
Una profonda mutazione sembra emergere anche dal punto di vista dell’architettura dei partiti, in particolare del PD, ultima formazione a chiamarsi partito, più strutturata e più solida di tutte. Il M5S ha vinto senza nessuna struttura territoriale. Lo stesso Macron , in Francia, ha vinto utilizzando al massimo i canali di comunicazione a disposizione con Internet e, anzi, distruggendo le strutture del partito di provenienza. La comunicazione oggi passa per altre strade ed altre modalità di aggregazione, tematiche più che territoriali.
Ma la stessa liquefazione del processo politico che ha visto affermarsi Macron sta oggi rivolgendosi contro il Presidente francese. Questo vuol dire che partiti e sistemi politici liquidi sembrano non poter garantire la stessa stabilità di una comunità politica che poggi su solidi corpi intermedi e associativi.

In questa situazione terribile dove, accanto ai problemi di carattere nazionale, emergono, ancora più minacciose, le immagini di una possibile disgregazione dell’Unione Europea, quale è il principale motivo di una chiamata in campo della militanza cattolica?
La parola maggiormente presente nella cultura cattolica delle origini, in Sturzo come in Murri e poi, dopo, in La pira e fino a Moro è Responsabilità ed essa fa anche da sottotitolo al libro di D’Ubaldo e Fioroni. Ma possiamo parlare di responsabilità verso un rinnovato impegno futuro senza assumerla anche per riesaminare la nostra azione passata?
Ci prendiamo o no la responsabilità, per la nostra parte, di un declino che iniziò ormai trent’anni fa e che non siamo riusciti, né dal governo, né dall’opposizione a contrastare, oppure scarichiamo tutte le colpe sui populisti?
La lotta di Sturzo contro le tre malattie diaboliche della politica sembra appartenere ad un lontano passato e in troppi ci siamo assuefatti ad una situazione, ormai così lontana da quel profilo morale, considerata, sotto sotto, standard. La forma partito che abbiamo scelto e praticato non ha nulla che vedere con la sottomissione della politica alle istanze elettoralistiche e relative correnti?
Tutti diciamo che la più grande differenza tra una forza politica organizzata come partito e i populisti sia nella presenza o meno, nel processo democratico, del ruolo dei corpi intermedi, sindacati ed enti locali soprattutto. Ebbene, mentre ne riproponiamo la funzione vitale ai fini del tessuto democratico, forse è il momento di ripensare il nostro stesso atteggiamento verso i sindacati, per esempio, troppo spesso liquidati e incolpati del mantenimento di tutti i corporativismi e massimalismi. O verso gli Enti Locali che troppo spesso guatiamo come il leone una preda. In questi grandi filoni di società civile, in questi grandi corpi intermedi, non è forse arrivato il momento di stare con abiti francescani, disposti ai necessari, pur dolorosi, sacrifici?

Nicola Zingaretti ha più volte parlato a favore di un grande partito di sinistra che, solo negli ultimi anni, sarebbe stato portato alla rovina da Renzi. Con tutti i limiti che non abbiamo mai smesso di rilevare in Renzi, noi pensiamo esattamente il contrario e cioè che Renzi abbia tentato un’opera di modernizzazione che ha visto proprio nel fuoco amico del suo stesso partito il primo avversario.

Su questi temi, al di là dei problemi stringenti, il PD dovrà avviare un dibattito congressuale straordinario alla ricerca di nuove identità programmatiche e nuovi protagonisti. Non è neanche detto che un dibattito del genere possa avere esiti, pur nelle differenze, unitari. La scelta obbligata di una linea radicalmente riformista, con un programma di cambiamenti urgenti a livello istituzionale ed elettorale, con obiettivi di riforma profonda nella politica fiscale, in quella energetica ed infrastrutturale, ponendo al primo posto il rientro da un debito pubblico il cui servizio costa, ogni anno, 70 – 80 miliardi di euro inesorabilmente sottratti a qualsiasi politica di rilancio dello sviluppo, porterà inevitabilmente all’ emergere di opzioni ed obiezioni ancora inclini al massimalismo. Per non parlare delle diversità connesse alle diverse visioni della forma partito da assumere.
A valle di una vera e propria rifondazione di questo tipo potranno essere compiute in modo più solido le alleanze e le scelte di schieramento più opportune tra culture distinte ma non distanti. Per adesso, la strada dell’opposizione è semplicemente obbligata.