“A tutti gli uomini liberi e forti” cento anni dopo l’appello di Luigi Sturzo. Un aspetto spesso dimenticato

La storia di Luigi Sturzo, al di là delle “celebrazioni” in occasione dei cento anni dell’Appello e della fondazione del Ppi, è una storia incompiuta

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Articolo già pubblicato dagli amici di Servire l’Italia a firma di Salvatore Latora

La storia di Luigi Sturzo, al di là delle “celebrazioni” in occasione dei cento anni dell’Appello e della fondazione del Ppi, è una storia incompiuta (1919-1926), una storia Spezzata come progetto politico, ma anche dolorosa, per il sacrificio inflitto (22 anni di esilio, in Inghilterra e negli Stati Uniti) a un sacerdote geniale, creatore di un partito laico e a-confessionale, sacrificato sull’altare del potere, mentre si dice che “la forza della Chiesa non si chiama potere!”

Una conferma a tali affermazioni e a tutto il discorso che qui si vuole intraprendere si può trovare anche nel volume di Sturzo: Lettere non spedite, Il Mulino Bologna 1996, (a cura di Gabriele De Rosa), dove vengono riportati i testi di un “Plico che contiene tre dossier di lettere: il primo contiene lettere dirette a vari amici; il secondo, lettere rivolte all’amico Giovanni (Si tratta di Giovanni Nicastro di Caltagirone (1886-1971) che appena decenne frequentò il Cenacolo della Gioventù, fondato da Luigi Sturzo, studiò giurisprudenza a Roma e a Torino dove si laureò. Rientrato a Caltagirone collaborò con Carmelo Caristia all’attività della locale conferenza nella parrocchia S. Pietro); il terzo contiene le lettere a Barbara Barclay Carter, traduttrice degli articoli e delle opere di Sturzo” (Ivi, 9).

Lo scopo di questo carteggio è chiarito da Sturzo stesso quando scrive: «Da un anno in qua la mia solitudine si fa più completa, sfuggo l’occasione di incontri politici, che mi farebbero misurare ancora di più la mia impotenza e mi farebbero desiderare un ritorno al passato, a me precluso (in una clausola del Concordato si indica il divieto a tutti gli ecclesiastici e religiosi d’Italia di iscriversi e militare in qualsiasi partito politico). Perciò di tanto in tanto prendo la penna e mi confido alla carta. Questo dossier ha qui la sua ragion d’essere» (p. 10).

Forse le lettere più belle sono quelle dirette a don Carmelo Scalia (del quale si è interessato in un volume, Giuseppe di Fazio) che lavorava alla Biblioteca Vaticana e che insieme con altri fece un tentativo perché Sturzo ritornasse in Italia. Sturzo apprezzò la delicatezza dei sentimenti e la comprensione dell’amico Scalia, ma con uguale trasporto d’animo con lettera del 27 marzo 1929, gli rispose: «Se io venissi in Italia, anche senza alcuna dichiarazione di adesione al regime, come potrei più testimoniare dei miei ideali, che in apparenza avrei traditi? …Solo stando all’estero, pur nel silenzio e nell’ombra, io adempio in qualche modo alla missione alla quale ho creduto nella mia coscienza di essere stato chiamato, e alla quale fin oggi mi sono mantenuto fedele» Ivi (p.21). Quanto simile per dignità e fermezza alla risposta di Socrate a Critone, quando cerca di persuadere il filosofo a fuggire dal carcere prima che arrivi la nave da Delo!

Il pensiero di Sturzo, anche all’estero, è sempre limpido, incisivo, specialmente sul fatto storico importante di quegli anni, i Patti Lateranensi. Conciliazione Stato–Chiesa (11 febbraio 1929. Rinnovati poi nel 1984), stipulati fra il capo del governo, Benito Mussolini e il segretario dello Stato della Chiesa, cardinale Pietro Gasparri (papa Pio XI, Achille Ratti,1922-1939).

Gli accordi sono tre: a) il Concordato, b) il Trattato e c) la Convenzione finanziaria.