A Viterbo, a chiusura del convegno su De Gasperi, è stato presentato il documento definito “Boarding Card-Idee ricostruttive oggi”.

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La tre giorni viterbese, promossa da “Il Domani d’Italia” e dal locale “Centro Studi Aldo Moro”, si è chiusa con la illustrazione di quella che gli organizzatori hanno definito una sorta di carta d’imbarco.

Di fronte a un viaggio che riguarda tutti, in una fase di così profonde trasformazioni, con la mèta appena identificabile nei suoi tratti generali, i cattolici popolari e democratici hanno il dovere di predisporsi alla rifondazione di nuove “Idee ricostruttive”, seguendo in particolare l’esempio della proposta avanzata dopo la seconda guerra mondiale dallo statista trentino.

Il Vescovo emerito di Prato, Mons. Gastone Simoni, ha celebrato la messa nella quale, sul piano spirituale e religioso, si è fatto cenno alla figura di De Gasperi nella ricorrenza della sua nascita (3 aprile 1881).

Di seguito pubblichiamo il testo della “Boarding Card”.

 

Redazione

 

Un tragitto ha bisogno di memoria, come pure è la memoria ad aver bisogno di visione itinerante, per legare passato e futuro.

 

Sullo sfondo della guerra di Liberazione, i democratici di ispirazione cristiana posero a fondamento della loro iniziativa le “Idee ricostruttive” che Alcide De Gasperi, e altri insieme a lui, tutti egualmente animati d’autentica fede nella libertà, avevano elaborato in vista della rinascita civile e politica della nazione.

 

Non era un catalogo di buone intenzioni, ma l’architettura  di un programma di governo: i principi a contatto con la vita reale assumevano il profilo di scelte impegnative e coraggiose. Il motore di profonde trasformazioni (Piano Casa, Schema Vanoni, Cassa del Mezzogiorno, riforma agraria) operava all’interno di quel disegno originario.

 

Anche oggi, a rileggerlo “con le lenti” del riformismo liberal-popolare, il testo delle “Idee ricostruttive” conserva la freschezza di un sentimento ideale e politico che scaturiva dall’incontro di due generazioni diverse – da un lato i vecchi popolari sturziani e dall’altro i giovani provenienti dall’associazionismo cattolico – legate l’un l’altra da consapevolezza e senso di responsabilità dinanzi alla sfida della rifondazione dello Stato.

 

Non ci fu una sola voce. Vero è che De Gasperi e Dossetti, ad esempio, interpretarono al più alto livello e con maggiore chiarezza la spinta dialettica del protagonismo etico-politico dei cattolici. Si misurarono, attraverso il loro confronto, istanze concorrenti che poi dovevano estendere i loro effetti nella direzione politica di un progressivo ampliamento delle basi democratiche dello Stato.

 

Il passaggio dal centrismo al centro-sinistra, la riflessione sul dopo-‘68 e la necessità di nuovi equilibri di governo, il cruciale momento della solidarietà nazionale (1976-1978),  con il “confronto” ravvicinato tra DC e PCI, sono tappe di un percorso che segue un indirizzo e risponde a una ragione.

 

Ciò venne meno con l’irruzione del terrorismo, annunciato da una ferrea strategia della tensione, che in ultimo impedì alla “Terza fase” di Moro di completare il grande disegno di modernizzazione della società e delle istituzioni, rinnovando alle radici il patto democratico.

 

Ripartiamo dunque dalle origini. Si tratta, da parte nostra, di acquisire una lezione a tutto tondo. Anche ciò che all’epoca apparve un irrimediabile contrasto tra due visioni del mondo – degasperismo e dossettismo – oggi pretende in sede storica di essere ricollegato alla suggestiva poliedricità del “cristianesimo democratico” del Novecento.

L’Italia venne fuori dal disastro, fu capace di risollevarsi economicamente, riuscì nell’impresa di agganciare nel giro di pochi lustri le nazioni più progredite. Si lanciò, grazie soprattutto a De Gasperi, nel ridisegno degli equilibri nel mondo, adottando l’europeismo e l’atlantismo come basi della sua politica estera.

 

Quel periodo straordinario, segnato dalla solidarietà dei riformisti – laici e cattolici – come alternativa all’incombenza del comunismo, ebbe il suo coronamento nel tanto celebrato “miracolo economico”.

 

Una nuova classe dirigente aveva messo radici, non in modo abusivo o per casuale avventura, bensì in ragione della credibilità maturata nell’azione di governo. Giova pertanto riappropriarsi del “codice sorgente” che spiega la portata di un successo inaspettato.

 

Sicuramente i cattolici riuniti attorno a De Gasperi ebbero il merito di non considerare il largo consenso ottenuto alla stregua di un mandato all’esercizio solitario del potere.

 

Da ciò deriva la visione unitaria, in chiave di politica riformatrice, delle questioni legate al progresso del popolo italiano; visione unitaria per l’insieme dei fattori presi a riferimento, ma soprattutto per l’invito a rompere l’involucro delle pregiudiziali integraliste; e visone unitaria, infine, per l’immedesimazione in uno sforzo di apertura e condivisione volto a superare gli “storici steccati” che potevano minare l’azione ricostruttiva.

 

Veniamo allora all’attualità. L’esistenza di un grande partito, secondo l’esperienza vincente di De Gasperi, risponde alle necessità della vita democratica del Paese. Pertanto, come sempre, occorre leggere i segni dei tempi. Più che inseguire l’ubbia di un ritorno alla DC, magari con l’impronta di un’indebito moderatismo che ignora la portata innovativa del cattolicesimo politico, serve concentrarsi sul futuro di una proposta adeguata e conseguente al nuovo tempo dell’impegno pubblico dei cristiani, in particolare nell’orizzonte della secolarizzazione.

 

Attenzione a questo dato. Una lettura limitata vede la rottura con il passato e ne depreca gli esiti, scorgendo solo l’impatto di una secolarizzazione che riduce ed umilia lo spazio della fede; ma non coglie, viceversa, la rottura più grande e significativa, quella che interviene positivamente sul terreno delle ideologie, posto che oramai l’assolutismo operante al loro interno risulta pressoché dissolto – dov’è la forza rivoluzionaria del marxismo? – e non consente più di legittimare la ripresa del pregiudizio anticlericale.

 

C’è una dinamicità, insomma, nel quadro della secolarizzazione che offre l’opportunità di ridisegnare i confini e i contenuti di una politica democratica. In realtà, umanesimo cristiano e umanesimo laico sono al cospetto di una verifica storica che lega entrambi a una medesima scommessa: chiuso il ciclo delle ideologie, si può ridare spazio a una politica che abbia la forza di rispondere con intelligenza alle pretese della tecnoscienza e al nomos di una società puramente meccanizzata, per giunta con il potere travolgente dell’intelligenza artificiale?

 

Quel che convinse De Gasperi, e cioè la tendenza della storia a guadagnare condizioni di progresso, anche se a fatica e con alterne fortune, deve convincere noi stessi a ristabilire la fiducia in un progetto di “nuova società” a misura dell’incontro di umanesimo e cristianesimo.

 

Cambia, insomma, il paradigma della politica. Abituati alla pace, ci troviamo all’improvviso di fronte alla guerra, anche a pochi passi da casa nostra; pronti a fare spesso mea culpa, tanto da mettere in ombra le ragioni fondative della cultura occidentale, sentiamo ora l’urgenza di una difesa non propagandistica del mondo euroatlantico; insoddisfatti e reattivi al cospetto di una globalizzazione senza regole e principi, prendiamo coscienza della risorgente divisione tra mondi separati – oriente contro occidente – quando l’alternativa dovrebbe consistere piuttosto nella nuova tessitura di relazioni universali, unica speranza di futuro per l’umanità.

 

Quando De Gasperi volle introdurre la formula del “centro che si muove verso sinistra” – e lo fece già nel 1945, cioè all’inizio della sua battaglia nel secondo dopoguerra – intendeva asserire in forma sintetica che una politica d’ispirazione cristiana deve saper coltivare un’idea guida che spinga la libertà a muovere verso la giustizia. Con il richiamo al solidarismo egli compendiava le varie componenti, ideali e politiche, del suo progetto di rinnovamento.

 

Il solidarismo, in effetti, era ed la sigla di una originale  impostazione “democratica e cristiana”. E dunque, che fare adesso? Ovvero, che fare per essere partecipi di questo enorme riepilogo di esigenze e di speranze? Come fecondare la politica di laiche istanze – dalla tutela del creato al ripudio dell’imperialismo, e dunque all’edificazione di un “governo mondiale” a presidio della pace – che rechino il sigillo della mediazione rispetto all’insegnamento sociale della Chiesa?

 

Non possiamo stare fermi, ma non dobbiamo cedere all’improvvisazione: per questo, invece di proporre una ennesima “carta dei valori” per l’ennesima rifondazione di partito, suggeriamo di adottare una sorta di “carta d’imbarco” in attesa di affrontare il “viaggio”, usando la bussola della coerenza, verso la meta di una politica democratica più corrispondente alle nostre attese e soprattutto, se ciò non suona eccessivamente ambizioso, alle attese del popolo italiano.

 

Alla ripresa della vita democratica, dopo la liberazione di Roma, De Gasperi si dichiarava in questo modo: «Io mi sento un cercatore, un uomo che va a scovare e cercare i filoni della verità della quale abbiamo bisogno come l’acqua sorgente e viva delle fonti. Non voglio essere altro».

 

Anche noi viviamo oggi da “cercatori” l’impegno che serve a dare forma, con fedeltà creativa, a nuove “Idee ricostruttive”.