A Zingaretti e alla comunità di Sant’egidio

Bisogna ricordare che la vittoria nel Lazio, a fronte della débâcle del Pd sul piano nazionale, è pure figlia della delusione maturata in ampi strati di popolazione dopo quasi due anni di amministrazione Raggi.

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La svolta alla Regione Lazio riveste un carattere generale, ponendosi sotto le lenti di un’indagine a tutto tondo, quindi con risvolti politici più ampi, anche di ordine nazionale. Non è la cosa in sé, ovvero la costruzione a tavolino di una maggioranza che il corpo elettorale non aveva attribuito a Zingaretti, a determinare alcune critiche di merito. Su queste pagine online se ne è discusso già in abbondanza. Che altro aggiungere? In sé l’operazione compiuta con l’aggancio di due consiglieri di centrodestra ha un evidente valore pratico. Stabilizzare il quadro di governo regionale non è un fatto secondario: chiunque avrebbe tentato al posto di Zingaretti di superare lo stallo derivante dall’esito della competizione elettorale dello scorsa primavera.

La critica semmai rimanda a un fattore etico per il quale un dirigente politico, in base a principi e regole appartenenti a un codice non scritto, onora la sua credibilità. Zingaretti, nonostante le mediazioni tentate alla vigilia della presentazione delle liste, ha scelto come è noto di sbarrare l’ingresso di Beatrice Lorenzin nella coalizione di centrosinistra. Lo ha fatto per rimarcare, evidentemente, l’indirizzo più avanzato della sua politica nel Lazio, mentre le scelte di Renzi, mal digerite dal popolo della sinistra, né proponevano un altro di segno più moderato, stile “left of centre” alla Tony Blair.

Non è stato un gesto elegante. È sembrato che il ministro della Salute dovesse pagare pegno, inusitatamente, a motivo dei sui trascorsi nelle file berlusconiane. Non contava il fatto che dal 2013 al 2018, quindi nel corso dell’intera legislatura e in tutt’e tre i governi di centrosinistra, il suo nome fosse associato a un delicato incarico ministeriale. E neanche contava il fatto che lei fosse ministro in quota a un partito, alleato del Pd, senza il cui apporto la legislatura sarebbe morta quasi subito; né che in forza di tale non breve collaborazione fosse poi indotta, per coerenza personale e interesse degli interlocutori più diretti, a mettersi in gioco con una sua aggregazione – certo non robustissima, come le premesse lasciavano intendere e le urne abbiano successivamente confermato – incastonata nella coalizione ideata e promossa dal Pd. Dunque, si può pensare che nel quartiere generale di Zingaretti, auspice il vice Presidente Smeriglio, sia venuta a galla un’idea di contrazione e manipolazione del centro, tagliando fuori alcuni e accogliendo altri, a riprova e testimonianza del profilo volutamente “più a sinistra” del candidato Zingaretti.

Con questo spirito è nata in fretta e furia la lista del “Centro Solidale”, guidata a Roma da Paolo Ciani, ora tra gli eletti del centrosinistra alla Pisana. Doveva rappresentare, in alternativa alla Lorenzin, quel frammento “pulito” del cosiddetto mondo moderato, meglio ancora se coperto dal prestigio (nella Chiesa e nella città di Roma) della Comunità di Sant’Egidio, luogo di formazione e crescita dello stesso Ciani. D’altronde Sant’Egidio ha sempre fatto parte, fin dagli esordi, di un’area cattolica non democristiana per la quale la contiguità con il mondo comunista (e post comunista) era normale. A contatto con il prof. Scoppola, maître à penser del cattolicesimo democratico italiano, i fondatori di Sant’Egidio avrebbero potuto replicare per se stessi una definizione ardita, quella di “tomisti di strada”, come Maritain diceva a proposito del suo amico ateo e radicale Alinsky. In realtà a definirli tomisti (o maritainiani) si sbaglierebbe, perché al pari dei giovani di Comunione e liberazione, con i quali condivisero nei primi anni ‘70, per staccarsene presto, il momento aurorale dell’incardinamento su Roma della pedagogia di lotta di Mons. Giussani, essi potrebbero più semplicemente qualificarsi come ragazzi del post-Concilio, attratti da una combinazione esistenziale di spiritualità e vocazione sociale, dentro cui il pensiero strutturato funge da risposta all’urgenza, in nome della carità.

Può darsi che dopo le regionali, rimettendo in circolo le speranze affidate nel 2011-2013 a Riccardi, segretario in pectore del partito di Monti, adesso la Comunità si apra ex novo alla sfida della politica militante. Per questo il rapporto con Zingaretti assume la figura di una collaborazione assai stretta, tanto da essere funzionale allo sviluppo dell’iniziativa che fa da corollario al progetto di conquista del Nazareno da parte del Presidente della Regione.

Torniamo alla fase preparatoria delle elezioni. A Zingaretti è tornato utile, dal suo punto di vista, intervenire a gamba tesa sul modello di coalizione: forse però l’approccio un po’ troppo smaliziato ha finito per corroborare il progetto renziano, essendo non lontano ad esso nello stile e nell’approccio, così da condividere, pur nella dialettica delle opzioni pratiche, il medesimo spirito di indifferenza o estraneità alla sana cultura del pluralismo e delle alleanze. È vero, Zingaretti ha vinto le elezioni e oggi ricopre il ruolo di Presidente della Regione; ma la mancata conquista della maggioranza, se vista alla luce di una critica esente da qualsiasi preconcetto, induce anche a pensare che una parte dell’elettorato non abbia gradito fino in fondo il substrato di “aggraziata impudenza” insito nella sua proposta politica.

Bisogna ricordare che la vittoria nel Lazio, a fronte della débâcle del Pd sul piano nazionale, è pure figlia della delusione maturata in ampi strati di popolazione dopo quasi due anni di amministrazione Raggi. Eppure non è stata una vittoria piena, perché probabilmente ha inciso sul giudizio dell’elettorato un che di arbitrario espresso dal gioco del taglia e cuci, senza remore nell’uso del potere. E quindi oggi sorprende la ripresa di questo difetto di compostezza e rigore. Non si capisce come mai Touadì, ex assessore di Veltroni, non andasse bene come leader della lista Lorenzin, aderente al centrosinistra, mentre ora vadano bene Cavallari e Cangemi, ex assessori di centrodestra, l’uno con Alemanno al Comune di Roma, l’altro con la Polverini alla Regione Lazio. È la dura legge dei numeri, si dirà; con il che, certamente, la risposta in questa chiave di realpolitik non sfigura. Ma non è una risposta convincente dal momento che sfiora quel cinismo, elegante e misurato, che sulla sinistra rimbalza da anni, simbolo di decadenza sulla scia di una storia finita all’improvviso con il crollo del Muro di Berlino.

Magari non avvertito dei rischi, questo è ciò che Zingaretti esibisce in negativo. Non importa se le redazioni dei giornali più importanti facciano mostra di plaudire al colpo d’ala di un Presidente finalmente in grado di gestire l’Aula con una maggioranza che tale è e sarà per grazia (ma non solo per grazia, c’è da supporre) degli ex berlusconiani. Il consenso attuale può rivelarsi effimero. Invece resta in piedi un’obiezione, non eludibile con il ricorso alle ragioni del proprio tornaconto; un’obiezione che non tracima nel moralismo, sebbene accetti il pungolo della moralità, tanto dei fini quanto dei mezzi, vincolo e parametro dell’impegno dei cristiani in politica. Chi si candida a guidare il Pd e perciò l’alleanza di un nuovo centrosinistra, più intriso di valori e meno di convenienze, non può non farsene carico. A Zingaretti, in fin dei conti, si chiede essenzialmente di chiarire se questa prospettiva politica, fatta di programmi e alleanze, dove le diverse componenti possano essere restituite alla loro identità e autonomia, appartenga all’orizzonte delle cose in cui crede. È necessario far sì che le azioni ritornino a dotarsi di principi e valori essenziali. All’Italia serve la forza di una testimonianza. Il populismo non si vince senza un supplemento di idealità, un’adeguata tensione programmatica e una forma riconoscibile di coerenza politica.