ADDIO A GORBACIOV, UOMO DEL DISGELO E NOBEL PER LA PACE. CAMBIÒ IL CORSO DEL NOVECENTO A PREZZO DELL’ESILIO IN PATRIA.

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Basta fare un semplice confronto con l’attuale leader del Cremlino per capire la grandezza dell’ultimo segretario generale del Pcus: Gorbaciov uomo dalle grandi visioni planetarie fondate sulla pace e Putin visionario-despota, che espandendo la propria forza politica ad economica vorrebbe annettere il mondo intero alla Russia, spartendolo con la Cina, in odio all’Occidente.

 

Francesco Provinciali

 

Eletto a 54 anni dal Politburo come segretario generale del partito comunista, Mikhail Gorbaciov nei sei anni alla guida dell’URSS – tra il 1985 e il 1991 – compì una parabola destinata a lasciare il segno nella Storia: possiamo a ragione considerarlo – per l’incisività della sua azione e per le sue intuizioni destinate a mutare gli scenari mondiali – uno dei più grandi statisti del ‘900, un personaggio straordinario, un gigante del ‘secolo breve’.

 

Uomo di pace, comprese ben presto che occorreva una profonda innovazione politica interna ed estera, dopo decenni di gerontocrazia degli apparati del partito e di guerra fredda che condizionava il dialogo tra le grandi potenze. Nel breve periodo della sua leadership si rese protagonista di una svolta epocale, imprimendo una incredibile accelerazione alla ripresa delle relazioni internazionali: uscito da quel “conclave” ideologico del 1985 su indicazione di Andropov, fu l’uomo che impose una linea di apertura, di trasparenza e di verità. Ricordato come artefice della perestrojka e ispiratore della glasnost, ambiva a rimuovere i retaggi sedimentati della nomenklatura del passato in nome del cambiamento, della trasparenza, per la promozione e la crescita morale e materiale del suo popolo, comprendendo che una grande potenza politica, militare ed economica non poteva restare tale in una condizione di isolamento, gelo e ostilità, poiché all’umanità occorreva un nuovo ordine mondiale basato sulle relazioni diplomatiche e sulla cooperazione internazionale, in nome della pace e della concordia tra le nazioni.

 

Per questo meritò il Premio Nobel nel 1990, come riconoscimento unanime della sua profonda azione riformatrice. Con Ronald Reagan prima e con Bush padre poi collaborò per il disgelo e la fine della guerra fredda’, la limitazione della corsa al riarmo, l’apertura dei mercati, consapevole che questa via intrapresa avrebbe portato benefici al tenore di vita per il popolo del suo Paese e uno spirito condiviso di distensione nelle relazioni internazionali. Per questo la sua azione fu sostenuta dalle cancellerie europee e degli USA, fu lui a creare le condizioni per la riunificazione delle due Germanie, vero artefice della caduta del muro di Berlino nel 1989. I suoi interlocutori nel mondo occidentale da Reagan alla Thatcher rappresentavano l’area politica dei conservatori ma ciò non gli impedì di portare avanti un disegno di stretta collaborazione, basata anche sulla fiducia personale: “We can do business togheter”. Possiamo lavorare insieme.

 

Furono anni di speranze planetarie e Gorbaciov ne rappresentò la guida e l’ispirazione più autorevole e rassicurante, dotato di una straordinaria ‘sapientia cordis’ che lo rese popolare e amato, forse più all’estero che nel suo stesso Paese dove le resistenze del vetero-comunismo agivano sottotraccia e poi apertamente fino alla sua caduta: memorabile lo scontro con Eltsin che sarà l’uomo della contro- perestrojka, autore del golpe che lo desautorò in modo violento (lo ricordiamo incitare la rivolta sopra un carrarmato) ma anche colui che avrebbe creato le condizioni per l’ascesa al potere di Putin, che impersonifica e somma tuttora gli aspetti più deteriori dello zarismo, del comunismo e del revanscismo imperialista. Per questo la fronda interna di un Paese che restava comunque legato all’ideologia leninista gli precluse drammaticamente il compimento di un disegno di profonde riforme.

 

Rileggendo gli eventi e rivisitando le ispirazioni politiche della sua visione aperta e mondialistica dei rapporti tra gli Stati, in particolare attraverso il disgelo con gli USA, e confrontandole con la svolta autarchica, oligarchica e totalitarista di Putin, artefice dell’aggressione all’Ucraina, possibilmente fino al suo annientamento, si può ben comparare gli ideali dell’uno e le mire dittatoriali dell’altro: Gorbaciov uomo dalle grandi visioni planetarie fondate sulla pace e Putin visionario-despota che espandendo la propria forza politica ad economica vorrebbe annettere il mondo intero alla Russia, spartendolo con la Cina, in odio all’Occidente.

 

Papa Wojtyla ed io saremo sempre grandi amici”: le parole di Gorbaciov rompevano un secolare tabù ideologico e religioso e forse anche questo aspetto di una personalità talmente straordinaria da superare ogni steccato di credo e di fede contribuì ad alimentare il discredito interno fino alla sua rimozione.

 

Emarginato, perdente, sconfitto dal partito e dall’establishment della nomenklatura sovietica che egli voleva dissolvere seppellendola insieme all’URSS, inviso anche in parte dal suo popolo fino ad essere considerato un traditore, Gorbaciov visse una lunga stagione di solitudine, confinato in una dacia di stato in Crimea nei pressi di Foros e Capo Sarych, presidiata notte e giorno, insieme alla moglie Raissa, che gli venne a mancare il 20 settembre del 1999, dopo 46 anni di matrimonio. Ciò non gli impedì una temperata vita di conferenziere, concedendosi a qualche intervista. Putin, il suo regime, non gli concedono i funerali di Stato, pur essendone stato a capo per sei intensi anni. Resta il ricordo di un uomo profetico e alla fine perdente, ispirato e lungimirante, dimenticato in Patria ma ricordato con struggente nostalgia dal mondo libero, simbolo di dialogo e di pace, gigante nella Storia.