Addio allo stadio. Raggi e Zingaretti obbligati a staccare la spina

È calato il silenzio sullo stadio. Tombale. Non ne parlano i giornali, non ne discutono i talk show.

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È calato il silenzio sullo stadio. Tombale. Non ne parlano i giornali, non ne discutono i talk show. Anche Travaglio, prodigo di giustizia fatta in casa, tace. Un grande scrittore, per parlare della morte, mise al suo romanzo un titolo spiazzante: silenzio bianco. In fondo, se fossimo alla morte di uno scandalo, potremmo evocare la medesima metafora.

Come possa essere bianco, il silenzio, è un mistero. Ed è pure mistero questa rapida e inaspettata derubricazione di un’indagine mirata a svellere un sistema di potere, con al centro un giro vorticoso di soldi e di favori, in spregio a una regola di buona amministrazione, di trasparenza come perno di una diversa civiltà politica, di rigore urbanistico e quant’altro. L’armonia grillina del nuovo mondo può attendere.

È tutto finito? Assolutamente no. Chiusi i ballottaggi, al netto di altre emergenze – dai migranti alle pensioni d’oro – sarà fatale il riaccendersi dei riflettori su Lanzalone e compagni. Vedremo a giorni se la pausa ha potuto sedimentare l’inutile sporcizia, ininfluente ai fini di un sano accertamento della verità, di un’indagine ancora agli inizi; ma soprattutto vedremo se qualche altra notitia criminis verrà ad arricchire il cesto già stracolmo delle contestazioni sollevate pubblicamente dai magistrati della Procura di Roma.

Non è, dunque, un addio dello scandalo. Semmai, contrariamente alle rassicurazioni date a James Pallotta (Presidente della Roma), nonché al management di Unicredit, vero dominus di un’operazione “turbo-palazzinara” altamente speculativa, l’addio è al progetto dello stadio.Tra Comune e Regione, in merito alla possibile continuità dell’impresa, corre il filo della diffidenza e del timore. Pertanto, come è facile intuire, Raggi e Zingaretti si accingono a studiare le mosse più opportune per non rimanere, rispettivamente, con il classic e nondimeno pericoloso cerino in mano.

Al sindaco può bastare il provvidenziale accenno di un soccorso esterno. Beppe Grillo, chissà, potrebbe archiviare con l’eleganza di una gag o l’impeto di un “vaffa” un affare andato a male. Invece Zingaretti è solo, non può contare su nessuno. Nel Pd vige la regola borgatara dell’andare avanti “fino alla morte”, come suol dirsi. Ma alla morte di chi? In realtà, di questo passo, al prudentissimo governatore pare non rimanga che una linea di ripiego, alzando presto bandiera bianca.

Il guaio è che tutto costa, anche staccare la spina, se con il tempo è cresciuta a dismisura l’equivoca bolla del consenso – casta e popolo finalmente uniti – attorno alla favola bella dello stadio. Non è detto che tutto si concluda in un gioco vorticoso, molto appariscente e pure aspro, ma senza conseguenze politiche. Dopo tanto clamore, è illusorio pensare che il sipario possa chiudersi frettolosamente, invitando il pubblico ad applaudire un epilogo purchessia. E se il pubblico chiedesse la testa dei responsabili politici di questo scandalo?