AI WEIWEI, L’ARTISTA CINESE CHE METTE A NUDO IL REGIME DI XI. BENTORNATO!

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Tra attivismo politico e ricerca artistica, Ai è diventato, gradatamente, un simbolo della libertà di espressione: getta luce, attraverso il proprio lavoro, sulle realtà trascurate esistenti ai margini della società, offrendo uno spunto di riflessione sulla condizione umana in cui l’uomo vive.

 

Pochi giorni fa l’opinione pubblica ha assistito all’ultimo atto di aperta denuncia dell’artista Ai Weiwei, che, commentando le immagini di un video (diventato virale), nel quale l’ex Presidente Hu Jintao veniva praticamente allontanato a forza dalla sala gremita di delegati durante il XX Congresso del Partito comunista cinese. 

Ai Weiwei è considerato il più famoso artista cinese vivente e una delle più influenti personalità del nostro tempo ed ha sempre combattuto a favore della verità e della democrazia, lottando per i diritti umani. 

Nel suo intervento egli afferma che quanto si è visto in quel brevissimo lasso di tempo, ripreso da alcuni giornalisti stranieri (e diffuso immediatamente in rete), rappresenta l’immagine di un autorevole politico obbligato ad uscire dall’aula congressuale per proibirgli, presumibilmente, di leggere nei documenti i nomi dei nuovi membri dell’ufficio politico del Presidente Xi. L’artista sottolinea il fatto che nessuno ha reagito, significando una realtà in cui si percepisce che “governo centrale e leader sono spietati”.  Egli continua sostenendo che la Nazione è controllata da un gruppo di persone che non rispettano la legge e non hanno nemmeno sentimenti e senso dell’amicizia: “Nessuno ha osato mostrare la propria faccia – ha detto – come se i presenti fossero ad un tavolo di poker.” 

Ci si chiede: il coraggio di Ai Weiwei avrà delle conseguenze?

Tra attivismo politico e ricerca artistica, Ai è diventato, gradatamente, un simbolo della libertà di espressione: getta luce, attraverso il proprio lavoro, sulle realtà trascurate esistenti ai margini della società, offrendo uno spunto di riflessione sulla condizione umana in cui l’uomo vive.

Nato a Pechino nel 1957 da una famiglia di intellettuali, egli cresce nella Cina comunista di Mao. Sin da piccolo è costretto a confrontarsi con le rigide regole sociali dello stato cinese per il fatto che il padre, contestatore e poeta, viene perseguitato dalle autorità. Ai Weiwei cresce così in un paese nel quale al singolo individuo non soltanto non è permesso distinguersi e palesarsi, ma addirittura non viene spesso concesso il più basilare diritto d’essere riconosciuto come tale dal governo.

La sua fama inizia nel 2008 durante le Olimpiadi di Pechino. In quell’occasione partecipa al progetto dello stadio nazionale “Bird Nest” (nominato “nido d’uccello” per il suo aspetto che ricorda proprio le fitte trame di rovi, tipiche dei nidi) e comincia a consolidare la personale avversione per il sistema. Ai, trovatosi ad osservarlo dal suo interno, decide di prendere le distanze da ciò che non condivide, definendo la realtà ufficiale come “il falso sorriso della Cina”. Egli denuncia l’interesse politico e propagandistico del governo durante i giochi. A suo avviso le autorità, per proprio tornaconto, non si fanno scrupoli nel calpestare i diritti dei cittadini e nascondere, agli occhi del mondo, le miserie dello Stato. Con la sua critica aperta, l’artista inizia una lotta provocatoria contro il potere omertoso e dittatoriale del Governo (realizzando varie fotografie di protesta, che lo rappresentano mentre mostra il dito medio sulla piazza Tienanmen). 

Pochi anni dopo, in seguito al tragico terremoto del Sichuan, gli si presenta l’occasione di rimettere a nudo la reale identità del Paese. Il numero di vittime, di cui moltissimi bambini morti nelle scuole costruite non a norma, è altissimo. Il Governo Cinese non diffonde con chiarezza numeri e nomi dei morti. Ed ecco che Ai Weiwei, con ricercatori e volontari, decide di intraprendere un lungo lavoro di localizzazione, numerazione e riconoscimento degli studenti. Ai si sposta di luogo in luogo, affiancato da giovani collaboratori, in cerca dei nomi di tutti coloro che hanno perso la vita, con l’intenzione di evitare di dimenticarli. I Funzionari locali e membri del Governo cominciano ad essere critici nei suoi riguardi. Alla fine, comunque (e con qualche problema), viene alla luce la verità: una netta discrepanza tra i numeri delle vittime riportate dal Governo e quelle rinvenute dal suo lavoro. Così l’artista organizza on-line una commemorazione in cui vengono pubblicati nomi e volti dei bambini defunti, in un susseguirsi di immagini e suoni commoventi. Libertà ed umanità. Impegno nella comunicazione e nella trasparenza. L’arte come strumento di verità, voce urlante contro una censura che mina i più inalienabili diritti dell’uomo.

Sullo stesso tema Ai Weiwei ritorna nel 2009 con l’installazione Remembering: l’intera facciata del museo di Monaco (dove si teneva una sua mostra) viene ricoperta di zaini colorati che compongono la frase “Ha vissuto in questo mondo felicemente per sette anni”.

Ai Weiwei è da sempre stato ostacolato, controllato e censurato dal Governo Cinese per i suoi lavori e con lui tutti i suoi colleghi ed amici che lo supportano. È un artista concettuale ed usa, con grande competenza ed efficacia, la tecnologia, facendo dei social Network il suo mezzo d’espressione primario (tante le azioni prima di essere costretto a chiudere il suo blog e vari social…). Egli ha subito compreso, anche a causa del contesto storico e sociale con il quale si confronta, la potenza assoluta della rete e della condivisione. Ed è attraverso questa nuova forza, libera da restrizioni, che l’artista decide di aggirare il silenzio che avvolge le ingiustizie subite dai cittadini. Dirà del suo lavoro che esso nasce per parlare “dell’individuo”, ma che finisce col diventare necessariamente politico a causa del fatto che la politica stessa contrasta con tale concetto. L’artista si investe così di una grossa responsabilità sociale, riconoscendo nel proprio ruolo quello di portavoce dei “molti”, grazie ai suoi lavori ed al riscontro che essi trovano nel mondo. Si tratta di una forma d’arte politica e sociale: un’arma ideologica contro un governo immorale, un mezzo per esprimere attraverso la condivisione il disagio umano di un popolo. Dirà infatti di se stesso: “Mi sento più un giocatore di scacchi che un artista”, ed inoltre asserirà che “non vi sono sport all’aperto più gratificanti del lancio di sassi contro una dittatura”.

La sua creatività è insita nella sociologia dell’arte contemporanea: l’azione contro un regime repressivo. La sua rivoluzione è stata, e continua spesso ad esserlo, mediatica. Le opere sono animate da spirito curioso e sovversivo. Egli ha più volte sottolineato il fatto che non vuole distruggere la sua cultura, ma crede sia il momento per rinnovarla. In tal senso, emblematiche sono le “performance” in cui fa cadere a pezzi vasi neolitici: rompere con il passato per ricostruire un nuovo presente/futuro. 

Nel 2011 il suo studio a Shanghai veniva demolito dalle autorità locali e, dopo pochi mesi, Ai era arrestato per evasione fiscale. Nei tre mesi durante i quali l’artista sembrava svanito nel nulla, al grido di “liberate Ai Weiwei” (appelli diffusi da personalità mondiali della cultura e della politica) dalla Cina parte una mobilitazione senza precedenti con la richiesta del suo rilascio. Ciò avverrà, ma con l’obbligo a lui imposto di non lasciare il Paese fino al 2015.

L’artista si è impegnato per la difesa dei diritti esponendosi a tal punto da mettere a repentaglio la sua incolumità. Riprese originali e materiali video, da lui registrati nel corso delle inchieste pubbliche, offrono uno sguardo attento degli avvenimenti che hanno caratterizzato i suoi anni di attività, consapevole dell’importanza del medium artistico nel mondo contemporaneo perché “ogni individuo deve agire secondo il modello di società a cui aspira”.

È d’uopo riflettere sul fatto che, da quando ha coscienza di sé e della sua presenza nel mondo, l’uomo si è a lungo interrogato sul valore dell’arte. Ad essa è stato attribuito il compito di esprimere le verità nascoste del proprio tempo, dono di pochi esseri sensibili, privilegiati perché capaci di saperlo raccontare. È questa la dimensione di Ai Weiwei: arte come strumento sociale, di protesta o celebrativo.

Tra le sue iniziative ricordiamo l’esposizione Sunflower Seeds alla Tate Modern di Londra nel 2010 (ogni persona veniva invitata a camminare e “vivere” quel simbolico tappeto di semi di porcellana, realizzati artigianalmente uno ad uno). Inoltre: Interlacing (Parigi, Jeu de Paume); la personale According to what? (Washington, Hirshhorn Museum); il film-documentario di A. Klayman Ai Weiwei: never sorry e il testo Weiweisms; la mostra Il giardino incantato (un dialogo con il Rinascimento italiano al Palazzo Te di Mantova). Infine, a Pechino la mostra Ai Weiwei, in cui ha ricostruito la sala di rappresentanza di un’abitazione d’élite della dinastia Ming. Negli ultimi anni, interessandosi da sempre alla scenografia ed all’architettura, si è dedicato, in particolar modo, al mondo dell’Opera ed a progettualità urbanistiche-ambientali.