Alberto Alessi: La fede proviene dall’ascolto

La ragione di tale valutazione nasce dalle tematiche che animano il libro: la morte, l’immortalità dell’anima, la resurrezione dei morti, il ritorno di Gesù, il giudizio universale……

427

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’introduzione al libro “Fides ex Auditu” di Alberto Alessi fatta dal nostro amico Gianni Fontana

La mia stima nei confronti di Alberto Alessi risale alla ormai lontana stagione del comune impegno alla Camera dei Deputati nelle file della Democrazia Cristiana: amico premuroso e leale, politico preparato e coraggioso, ottimo pianista, pilota di sfide ardite alla guida di bolidi lanciati a impensabili velocità, autore di gustosi e ironici pamphlet. Pur ammirando la qualitativa versatilità devo confessare che, mista a personale gratificazione, avevo accolto con un pizzico di scetticismo la generosa offerta di scrivere la presentazione dell’ultimo suo lavoro letterario: “Fides ex auditu” (la fede proviene dall’ascolto).

La ragione di tale valutazione nasce dalle tematiche che animano il libro: la morte, l’immortalità dell’anima, la resurrezione dei morti, il ritorno di Gesù, il giudizio universale……In breve, le questioni che attengono all’escatologia, cioè a quella branchia della teologia che si occupa della “dottrina delle cose ultime”: materia da “far tremar le vene e i polsi” anche ad esperti teologi. Con mia sorpresa, invece, più mi inoltravo nella lettura, più le iniziali perplessità andavano evaporando per lasciare il campo ad una serie di domande in cerca di risposte che affollavano la mia anima e la mia mente: sul significato del vivere e del morire, sul rapporto tra l’anima e il corpo, sull’essenza della natura umana……
Con sorprendente maestria e indiscussa competenza l’autore ci guida lungo un viaggio che, a partire dalle antiche culture ebraico-cristiana, greca, romana, il medio evo, la modernità, approda ai nostri giorni. Un percorso che, con dovizia di citazioni e personali profonde riflessioni, arricchisce il fecondo patrimonio di saggezza e di senso al farsi della storia delle civiltà fornito dallo studio e dalla ricerca intorno alla dottrina delle “cose ultime”.
Tutto il libro testimonia la rocciosa fede dell’autore: “Dice Gesù: Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se morto vivrà….”. È un’affermazione fortissima e perentoria, commenta l’autore, “….che sfida la fede e, a volte, la ragione del credente, ma è anche la sua salvezza”. La fede, è noto, non cammina mai da sola: è il fertile terreno della coltivazione della virtù della speranza. “Non ci sono scorciatoie possibili, né interpretazioni più o meno attendibili, riprende Alessi “…. quale vita se non quella dopo la morte? La morte deve essere un inno alla vita e la vita deve essere un inno alla morte: senza di queste non ci sarebbe l’umanità e senza di questa non ci sarebbe il Cielo”.

La lettura di “Fides ex auditu” – pagine intrise di umanesimo dove le aperture alla speranza segnano il ritmo – mi ha aiutato a riprendere confidenza con le ragioni dello spirito, meglio, si potrebbe dire, con le ragioni dell’anima. Una piccola sosta non di evasione ma di osservanza di ciò che l’interiorità ordina e pretende.
Tra le innumerevoli, e tutte da approfondire, questioni affrontate, non posso esimermi dall’imbastire un abbozzo di conversazione con l’autore sulla considerazione in cui viene tenuta la morte dall’uomo contemporaneo. “Purtroppo l’uomo di oggi vuole sfuggire alla morte che considera un evento futuribile, quasi che non appartenga alla vita della vita di ciascuno, con un pericolo, che questa fuga da questo evento inevitabile allontani l’uomo dalla fede cristiana laicizzando la morte, e tenendola però, lontana e forzatamente dimenticata o da dimenticare”. Condivido le chiare e non equivocabili, espressioni dell’Autore: in una società che ha portato a termine il suo processo di secolarizzazione, parlare della morte diventa sconveniente, quasi proibito. Il mercato, la pubblicità prospettano uno stile di vita abbagliante, carico di promesse luminose, dominato dall’efficienza e la “forma” fisica, salute, denaro, eterna giovinezza, successo. In questa narrazione non c’è posto per la morte: viene tenuta accuratamente nascosta. Codesta tendenza ad occultare la morte viene del resto assecondata dai grandi cambiamenti che hanno investito la società globale.
Le mie origini contadine mi rimandano spesso a quell’antico mondo rurale dove la famiglia e il vicinato che condivideva la stessa corte, costituivano una comunità protetta da mura sicure in un mondo insicuro. Da quelle mura alla scuola sicura, alla Chiesa sicura: sempre ed ovunque tutela generosa e armoniosa. Sicure le mura dove una semplice pedagogia segnava la strada: l’umana debolezza e la grazia, servire Domino in laetitia, la gioia dell’anima così diversa da quella del mondo. Oggi la famiglia, che non raramente svolge in modo esclusivo la funzione di dormitorio, non è più in grado di esprimere quel luogo che riunisce donne e uomini, vecchi e bambini per condividere in autentica comunione ogni fase della vita: dalla nascita, alla malattia, dai successi alle sconfitte, fino alla morte.
I grandi cambiamenti portano a considerare la malattia e la morte non più come fatti che riguardano la famiglia, ma eventi che trovano la loro logica sede in strutture tecniche appositamente realizzate. Circostanze che, prima ancora che dalla coscienza, vengono estromesse sul piano “sociologico e strutturale”. Non più problemi di carattere fisico e spirituale-religioso condivisi da una comunità, ma questioni che “riguardano la tecnica e vengono gestite da tecnici”.

Questa “minimizzazione materialistica” della morte, persegue il medesimo scopo del tabù borghese laddove “ …. la morte deve essere privata del suo carattere di apertura metafisica e la sua banalizzazione dovrebbe arginare la domanda di inquietudine che da essa scaturisce”. (Benedetto XVI “Escatologia”, Cittadella Editrice, 2008, pagg. 78/79).
Codesto obiettivo non pare ancora compiutamente conseguito. Tanto è vero che l’auspicio del non credente è una morte improvvisa. Una morte che non consente un’interiore riflessione sul dolore e sul consumarsi dell’esperienza terrena. Se l’obiettivo è evitare la sofferenza metafisica che la morte impone, tanto vale provocare autonomamente la fine della propria vita. Con tale opzione la morte diventa un fatto esterno all’entità della persona umana.
Lo sdoganamento culturale dell’eutanasia che ormai riguarda l’intero Occidente, sta a significare che la morte non impegna più la persona ma diviene un fenomeno risolto dalla morte tecnica.
Ci sarebbe davvero da disperare dell’uomo e da isolarsi nell’invocazione isolata al Padre silente perché si svegli: se non intervenisse la ragione a frenare, gestire l’umore nero e indicare quanto esiste e cresce di positivo. Per il cristiano viene in soccorso la fede in un Dio incarnato. È un Dio con noi e in noi tutti i giorni che soccorre la nostra fragilità col dono della Grazia e che, senza negare la realtà del male, alimenta la nostra speranza nella riuscita, per quanto parziale, nel bene. Una speranza che sfida certe evidenze massicce perché si radica nella dimensione positiva di ogni uomo e, insieme, nella Forza dello Spirito. Nel profondo di ciascuno di noi Esso lavora instancabilmente per aprire ed illuminare il nostro cuore di pietra e convertirlo, come profetizza Ezechiele, in uno di carne. Si, la storia non è abbandonata alla durezza delle leggi di un fatalismo radicale, non corre inevitabilmente verso un “buco nero” che, prima o poi, si spalancherà e ci ingoierà tutti e tutto nel nulla. La storia è animata in continuità dalla Forza dello Spirito che, in ogni tempo e in particolare in quelli di crisi, suscita uomini nuovi e profeti. Sono loro che muovono la storia perché viva e ardente, alimenti la speranza e indichi vie percorribili per costruire un mondo più giusto e umano.

La “fanciulla speranza”, come la chiamava Peguy, ci invita a diventare segno, quindi a testimoniare un nuovo stile di vita, finalmente sobrio, luminoso, tenace, aperto agli altri, nutrito di valori perché essa, speranza, si irradia per contagio da persona a persona e solo la testimonianza la rende credibile.