Aldo Moro terziario domenicano e costruttore della politica: un esempio da seguire oggi

Capita, a volte, di riflettere su avvenimenti che appartengono ormai alla storia e che, nonostante tutto, fanno parte anche della nostra vita privata.

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Per gentile concessione del Prof. Giulio ALFANO – Presidente Istituto E.Mounier – pubblichiamo un estratto dell’articolo apparso sul sito dello stesso istituto

Capita, a volte, di riflettere su avvenimenti che appartengono ormai alla storia e che, nonostante tutto, fanno parte anche della nostra vita privata. E’ più o meno quanto succede a chi scrive queste brevi note ripercorrendo l’impegno politico di un protagonista sempre attuale della nostra storia politica: Aldo Moro. Ho avuto, giovanissimo, la possibilità di incontrarlo, conoscerlo condividere con lui riflessioni e giudizi e fu lui a guidarmi nei primi passi all’interno della Democrazia Cristiana. Ringrazio la casualità di questo incontro che avvenne per motivi familiari a Bruxelles, che mi ha fornito a me ragazzo la ricchezza del suo insegnamento politico, culturale e soprattutto umano, fondato essenzialmente sull’esempio e ancor oggi la sua elevata statura morale lo rende non sempre facilmente collocabile in un ambito storico tanto diverso da quell’epoca eppure altrettanto bisognoso di Maestri e di esempi.

Complessivamente la sua leadership all’interno del variegato mondo democristiano è durata vent’anni, dal 1959 al momento della sua tragica fine: si trattava tuttavia di un rilievo “etico” di uno spessore “morale” che nulla aveva in comune con il posizionismo della politica tradizionale e conservatrice perchè esprimeva un costruttivo e responsabile impegno per una concezione della politica legata alla “potestas” che egli offriva, interpretando il vissuto della società civile. Era in sostanza, un intellettuale della politica, nel quale l’epifania della parola diveniva elemento di purificazione della stessa politica, da reinterpretare alla luce delle non facili esigenze di una società in costante e rapida trasformazione.

Artefice di una concezione della politica fondata sul confronto, ricercava sempre una feconda solitudine propria del mastro di pensiero che operava per raggiungere una visione comune tra forze politiche anche alternative tra loro per concezione e retaggio storico. Ne nasceva un progetto che si alimentava della sua profonda cultura meridionale, attraverso un ermetica concezione del linguaggio che esprimeva un ascetismo sociale proprio della sua formazione per una duplicità di ragioni. Da un lato vi era l’uomo di fede che, alla vigilia della seconda guerra mondiale nel1939 e prossimo ad assumere la carica di Presidente della FUCI, avverte il bisogno spiritual di entrare nel Terz’Ordine Domenicano assumendo il nome religioso di Frà Gregorio, in onore di Padre Gregorio Inzitari, Direttore della Fraternita di S. Nicola di Bari. Dall’altro vi era l’acuto intellettuale onusto di studi giudici e filosofici improntati alla cultura di S. Tommaso d’Aquino che, osservando la realtà sociale avverte la necessità di un nuovo modo di vivere la ritrovata e sofferta democrazia rappresentativa nel secondo dopoguerra ed in questo l’insegnamento della filosofia politica dell’Aquinate gli sarà fondamentale ed indelebile: Soprattutto resterà il “metodo” politico che Moro mutua da S. Tommaso: esattamente come il Dottore Angelico avvertiva nel medioevo di svolgere un attenta “mediazione ”tra i ceti dell’epoca per pervenire alla promozione dell’uomo “gloria Dei”, così Moro trasforma quel “medium” in una attenta mediazione tra i partiti politici del secondo ‘900 portatori in democrazia di interessi sociali, culturali diversi ma non opposti: conquistare alla democrazia tutti attraverso il dialogo! Questo è l’insegnamento domenicano che resta vivo in Aldo Moro per tutta la sua attività politica ed accademica!

In un saggio pubblicato dalla rivista “Studium” di cui fu direttore, nel maggio 1945 a poche settimane e giorni dalla fine della guerra, egli sosteneva l’esigenza della “purezza” come libertà interiore e come indipendenza morale da condizionamenti esterni ed estranei alla coscienza, sottolineando come l’intelligenza non dovesse consumarsi in se stessa perchè era “doveroso” riconoscersi in quanto cristiani oltre e al di là delle divisioni ideologiche, ”tutti puri e liberi, disposti solo all’ossequio della verità che è tutto!”(“Studium,n.2,1945):altro fondamentale insegnamento della Scuola del S.Padre Domenico!

Tuttavia già allora era nitido nella sua coscienza un itinerario fondato sulla costante ricerca dell’accordo come presupposto della visione democratica oltre che cristiana, della politica, che comunque non doveva rinunciare alla difesa ed alla proposta delle proprie legittime posizioni. Lo strumento verbale perciò diventa in Moro accorta mediazione fondata sul potere orfico della parola, come capacità di svelarsi dell’uomo, segnato dalla potenzialità creaturale del “dirsi”, del dialogo chè è l’essenza della socialità. Ciò lo rendeva praticamente unico all’interno anche del suo partito al quale si iscrive con notevole sofferenza sostenuto dal mons. Marcello Mimmi, futuro Cardinale Arcivescovo di Napoli, perchè i vecchi popolari antifascisti pugliesi lo vedevano con sospetto giacché era stato Presidente della FUCI, organizzazione tollerata dal regime fascista. Ma la sua estraneità ad ogni forma di dottrinarismo, persuaso che la coscienza religiosa dovesse vivere nella politica, lo rese capace di unire in breve tempo anche nel suo territorio le forze del lavoro, nel pieno vigore della missione del cristiano nel mondo. In questo senso egli apparteneva alla cultura della mediazione politica, dell’intesa su tutto ciò che non rappresentasse un cedimento alla stanchezza della gestione ordinaria degli eventi e la lunga e sofferta vicenda dell’allargamento delle basi democratiche del nostro paese, ne è l’esempio forse piu’ nitido, per recuperare la società civile al metodo della democrazia ,non solo procedurale ma partecipata ,condizione indispensabile per tutelare e conservare la libertà. In lui proprio in virtù della formazione domenicana risaltò la lettura che del tomismo aveva dato a partire dagli anni ’30 il filosofo francese Emmanuel Mounier (1905/1950)del quale ricordava la lezione della libertà nella condizione “totale” della persona, perchè, dice Mounier:” La libertà è sorgente viva dell’essere e un atto non è propriamente umano se non trasfigura anche i dati più ribelli nella magia di questa spontaneità e la libertà dell’uomo è la libertà della persona che tuttavia è vincolata e limitata dalla nostra situazione concreta e storica”(“Il Personalismo”, ed. AVE 1964,p.97). Ecco nel personalismo di Mounier Moro trova l’humus per la sua proposta e l’attualizzazione del suo retaggio culturale. Per questo motivo agì sempre con gradualità ed attenzione, come fece sin dall’esordio del centrosinistra nella seconda e terza legislatura e quando assunse la carica di Segretario Politico della D.C. nel 1959 mentre le relazioni del partito con gli altri partners politici centristi erano in una situazione di grave deterioramento tanto che non si era riusciti a dar vita stabilmente ad una compagine governativa.

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