Alessandro Meluzzi: “le identità personali si difendono non soltanto con il carattere”

Iintervista realizzata con il Prof. Alessandro MELUZZI, psichiatra, criminologo, accademico, saggista, scrittore, opinionista televisivo noto al grande pubblico, autore di oltre duecento pubblicazioni scientifiche, già parlamentare.

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Prof. Meluzzi, in un mondo di stereotipi e di luoghi comuni quanto è difficile mantenere una propria personale identità? In questa rete di relazioni umane così globalizzate esiste anche una globalizzazione delle idee, del pensiero e dei sentimenti? Quante maschere indossiamo ogni giorno?

Direi che esiste sicuramente una globalizzazione ed una omologazione ed è inevitabile che sia così perché i linguaggi circolano, si sovrappongono, si condizionano.

Mi sembra che da M. Mc. Luhan in avanti queste tematiche sono state sviscerate frequentemente e molto bene.

Quello che è veramente importante sottolineare è che le identità personali si difendono non soltanto con il carattere, con il temperamento e con la presenza dei valori forti in ciascuno ma anche con l’esistenza di comunità, di memorie e di storie che rappresentano le radici di una società così come quella di un individuo.

La comunicazione è facilitata dalle tecnologie, apprendiamo tutto in tempo reale, c’è simultaneità e sovrapposizione tra i fatti nostri e gli avvenimenti del mondo, siamo qui e altrove, viviamo intensamente emozioni planetarie. Perché, nonostante questo, è così difficile capirsi, comprendersi, accettarsi?

Questo accade perché la comunicazione cosiddetta in tempo reale ci dà una specie di sindrome dell’iper-realtà, per cui è vero che noi siamo sommersi di informazioni con una velocità che non ha pari ed eguali nella storia intera dell’umanità ma è anche vero che si tratta di una informazione basata più che altro sulla circolazione di icone, di immagini, di situazioni che producono quella che io chiamo una ‘sindrome dell’iper-realtà’.

Noi in effetti vediamo l’immagine di una strage, di un bombardamento ma più che scandalizzarci di questo siamo desensibilizzati e quindi siamo sommersi di icone e raffigurazioni che ci forniscono più che il mosaico di una realtà, un  fuoco fatuo di immagini.

Per vivere in modo più mite e incline alla riflessione, per realizzare occasioni di incontro, di meditazione, di apertura e di comprensione bisogna forse circoscrivere le dimensioni dei nostri rapporti a quelle di una comunità o di un cenacolo?

No, io credo di no. Credo che sia inevitabile essere esposti a tutti i rapporti e a tutte le relazioni che la vita ci offre e questo appartiene alla logica del principio di realtà.

Bisogna aprirci, nonostante questa sovraesposizione che spesso ripeto è più formale che reale perché le occasioni vere di conoscere e di incontrare le persone in un condominio, in un quartiere, in una città sono relativamente modeste.

Però anche oggi, nonostante questo, il principio evangelico dei beati i miti perché erediteranno la terra riesce ad essere non soltanto la profezia di un regno futuro ma anche presente perché in realtà molti di questi miti – che sono poi quelli che rispondono davvero alle esigenze concrete delle altre persone – sono quelli che diventano segno di profezia già nelle loro comunità.

 In una vita scandita dai tempi e dai ritmi dell’informazione tambureggiante e ossessiva come possiamo delimitare i confini della nostra privacy? E’ sempre davvero così importante dimostrare di sapere tutto, schierarsi, esprimere giudizi frettolosi fino a vivere intensamente un sentimento di giustizialismo sommario? Perché dobbiamo essere per forza innocentisti o colpevolisti, anche sui fatti di cronaca, trasformando i bar in aule di tribunale?

Io sono convinto che questo sia soltanto un aspetto della realtà.

E’ vero che l’informazione ci somministra dei ‘pacchetti’ di immagini che sembrano essere ineluttabili, però abbiamo anche degli strumenti di difesa: la televisione si può non accendere, si può fare lo zapping, non bisogna per forza stare a inebetirci di fronte ai mass-media, non è necessario attingere a piene mani alla comunicazione generalista, non si deve a tutti i costi passare il tempo a ‘chattare’ su internet.

Quindi ognuno di noi dispone di un libero arbitrio che gli consente di essere quello che vuole.

Non Le sembra –Professor Meluzzi – che manchi al nostro tempo, direi in modo quasi paradossale, una percezione più estesa del futuro? Quando pensiamo al domani lo vincoliamo a categorie mentali sature del  nostro presente.  Quello del presente è un respiro corto, sembra che l’umanità non  sappia darsi orizzonti più distesi. Perché? 

Io credo che per la prima volta nella storia le raffigurazioni del mondo sono più lente delle loro realizzazioni: è come se viaggiassimo su una locomotiva che corre molto veloce però ad una velocità superiore a quella della luce emessa dal faro che illumina i binari.

Quindi per la prima volta la realtà è più celere delle rappresentazioni ed è la prima volta che non c’è una raffigurazione né intellettuale, né ontologica, né ideologica, né profetica della realtà e siamo perciò costretti a navigare a vista.

Questo è tipico delle fasi un po’ apocalittiche della storia, non è la prima volta che succede, non credo che sia necessariamente un evento catastrofico: probabilmente bisogna anche accettare questa sfida con spirito di speranza e con umanità, anche se questo ha i suoi costi.

Cerchiamo di dare alla nostra vita i ritmi delle abitudini e delle rassicuranti certezze, vogliamo circondarci di punti di riferimento per non essere emotivamente spaesati. Eppure coviamo sempre, sopito, il sentimento della paura. E’ questo il mal di vivere?

Le paure più ricorrenti sono quelle che solitamente hanno a che vedere con la paura fondamentale dell’uomo che è la paura della morte, la quale si declina in tutte le sue varie possibilità: dalla paura delle malattie a quella della mancanza di risorse, a quella delle catastrofi naturali, a quella della devianza, della criminalità, della violenza e di tutto ciò che sembra mettere a rischio la bolla del  nostro io.

Credo perciò che l’unico antidoto alle paure sia quello di attenuare le funzioni dell’io e andare invece alle radici profonde delle emozioni che spesso ci fanno apparire le nostre piccole vite un po’ meno importanti di quello che invece un certo ‘gigantismo’ dell’io – che è l’illusione delle illusioni – tende a proporci.

Lo stress, l’ansia, la depressione sono manifestazioni reattive non sempre uguali per tutti. Perché si ricorre spesso alla medicalizzazione di questi mali? Davvero quella pastiglietta che teniamo in tasca o in borsetta ci aiuta più di ogni altra terapia a curare il malessere fino a guarirlo?

La pastiglietta agisce su un pezzo di noi, su una parte, che è il corpo ma dato che noi siamo fatti di corpo, mente e anima, lo sforzo deve essere di ‘ricomposizione’,  dove anche la pastiglietta viene ricondotta alle sue giuste dimensioni che sono quelle di una piccola ‘protesi materiale’.

Gli altri strumenti passano attraverso tutto ciò che la conoscenza e il funzionamento della mente ci offre ma soprattutto dalla rottura di un paradigma determinista e meccanicista sull’uomo che lo riapre anche alla sua dimensione spirituale, all’orizzonte di totalità e di eternità a cui si sente chiamato.

Pongo anche a Lei –Professor Meluzzi – una domanda rituale per tutti gli intervistati. Perché è più facile che saggezza, armonia e senso della giustizia abitino l’anima di persone semplici piuttosto che l’intelletto di persone colte?

Solitamente perché le persone semplici non si lasciano inebetire dalle parole, quindi quella sapienza che ispira ogni angolo del cosmo, dentro e fuori la mente dell’uomo, riesce tra di loro ad emergere in maniera più diretta  senza quella intellettualizzazione e quella concettualizzazione che aumentano ancor di più la frammentazione dello specchio.

Questa è la ragione per cui le persone semplici spesso hanno una capacità di attingere alla verità con una freschezza e una dimensione più diretta di quanto non sia invece per gli intellettuali o pseudo tali.

 

Si parla oggi di riforma della scuola: ce n’è davvero bisogno o anche quella del riformismo e dell’innovazione a tutti i costi è una delle tante nevrosi del nostro tempo? Quali sono, oltre i voti, i grembiulini o il maestro unico, i capisaldi educativi su cui fondare un solido progetto formativo legato ai valori della nostra tradizione culturale e aperto alla speranza di costruire un mondo migliore?

Continuo a pensare che il modello educativo e scolastico italiano tutto sommato – peraltro come il sistema sanitario – sia uno dei migliori del mondo.

Tendo a pensare che le scuole italiane non siano questo ‘covo’ di stupidità che spesso viene raccontato, e inoltre che le riforme solitamente non esistono, nel senso che quando le leggi sono approvate vanno a stabilizzare dei cambiamenti che sono già avvenuti.

Credo che quello che accade sia sostanzialmente la necessità di adeguare ‘parole’ e fatti’, cosa che in Italia è resa particolarmente drogata dalla ‘frenesia’ di una certa informazione.

Quindi, tutto sommato, io continuo a pensare che la scuola italiana in tutte le sue articolazioni – sia in quella statale che in quella paritaria – è portatrice ancora di un ‘complesso di qualità’ che in alcuni casi è clamorosa come nella dimensione del nostro liceo classico che rappresenta ancora quanto di meglio ancora si conosca in tutto l’occidente industriale e post-industriale, così come nelle altre parti del sistema scolastico: un modello funzionale, non soltanto educativo, forte e valido.

Disse Mozart parlando dell’universo: “Tutto è stato composto ma non ancora trascritto”. In che modo, Professore, possiamo leggere lo spartito della nostra vita per essere dei buoni e valenti musicisti?

Aprendoci a quello che Bernanos nella pagina conclusiva de ‘Il curato di campagna’ avrebbe chiamato la dimensione del ‘tutto è grazia’, attraverso l’apertura ad un dono che non viene tutto e solo da dentro di noi ma ha bisogno di far incontrare un grande disegno di armonia universale con il libero arbitrio di un nostro ‘sì’.

E quindi con l’accettare che tutto quello che fa parte della nostra vita non è possesso ma dono, non è scambio ma relazione e che l’autosufficienza, l’autonomia esasperata sono l’illusione delle illusioni di una dimensione che sfiora qualche volta il luciferino faustiano.

Riaprendoci anche al dono, alla cura di sé, all’amore dell’altro noi riscopriamo quella ‘grazia dell’incontro’ che è l’unica vera cifra del nostro futuro.