Altiero Spinelli e il federalismo europeo

«La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!» (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Il Manifesto di Ventotene, 1941)

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Articolo già apparso sulle pagine della rivista http://www.treccani.it

Il federalismo europeo «è nato durante gli anni più duri della guerra nell’animo di alcuni uomini della Resistenza, di vari Paesi d’Europa, che nelle prigioni, nei campi di concentramento, nelle isole di confino, o nascosti alla macchia come partigiani o cospiratori, senza conoscersi fra loro, poiché la loro condizione era di una diaspora nell’illegalità, contemplando la rovina vergognosa dei vecchi Stati e meditando su quel che si sarebbe dovuto fare una volta abbattuta l’idra nazista, non si contentarono di progettare restaurazioni democratiche nazionali e riforme sociali ed economiche nazionali, ma intravidero come impegno di lotta politica la costruzione di una federazione europea»: in una bellissima voce pubblicata nel 1977 nell’Enciclopedia del Novecento, così Altiero Spinelli raccontava la nascita di una nuova idea d’Europa, che avrebbe dovuto creare le condizioni di una “pace perpetua” – per usare le parole di Kant – tra gli Stati del continente, ponendo fine al sistema delle sovranità nazionali, che aveva condotto a entrambe le guerre mondiali e alle crisi economiche che le avevano intervallate.

Spinelli, dopo quasi dieci anni di carcere (1928-37) e due di confino a Ponza (durante i quali era stato peraltro espulso dal Partito comunista per la sua avversione a Stalin), fu trasferito nel 1939 fino al ’43 sull’isola di Ventotene, dove scrisse, assieme all’esponente di Giustizia e Libertà Ernesto Rossi, il Manifesto per un’Europa Libera e Unita. Progetto di un Manifesto (1941), meglio conosciuto come Manifesto di Ventotene, che fu clandestinamente stampato a Roma nel 1944 dal socialista Eugenio Colorni, che ne redasse anche la prefazione.

In esso, che costituisce come noto uno dei testi base dell’europeismo, ricco di progettualità e speranza, si indicava come causa della guerra non il capitalismo, ma la sovranità assoluta degli Stati-nazione, fra loro perennemente rivali: secondo Spinelli, non si sarebbe data pace in Europa se alcune delle principali competenze attribuite fino ad allora agli Stati, quali «la garanzia del rispetto delle regole di vita democratica, la politica estera, la politica militare, la politica economica e monetaria», non fossero state delegate a organi sovranazionali, affidate a istituzioni politiche comuni. Da qui, nell’ideale progetto spinelliano, sarebbe dovuta ripartire la ricostruzione postbellica europea.

Poiché a suo parere la vera, nuova distinzione tra progressisti e reazionari era l’aderire o meno a un’idea di Europa federale, egli cercò di coordinare i diversi gruppi europeisti in un “movimento” e non di organizzarli in un partito, dando pertanto vita all’Union Européenne des Fédéralistes e poi al Mouvement Fédéraliste Européen. Pur cogliendo affinità con l’europeismo funzionalista di Jean Monnet, inoltre, egli considerava illusoria l’idea che dal potere amministrativo potesse discendere infine un potere politico: «Nessuna agenzia settoriale europea avrebbe avuto una forza trascinante per il resto delle economie e della società europea, ove fossero mancati impulsi politici nuovi provenienti dal di fuori dell’agenzia stessa».

Tuttavia, già il Congresso dell’Aia del 1948 decretò la sconfitta dell’utopia federalista. Come lo stesso Spinelli ammetteva, i federalisti «si rendevano scarsamente conto che il ritmo delle realizzazioni politiche è assai più lento e più tortuoso di quello della formulazione del pensiero. La penetrazione delle loro idee sarebbe stata assai più difficile di quel che essi avevano immaginato, ma la loro critica e il loro disegno, benché ancora non realizzato, è rimasto sino ad oggi il lievito fondamentale dell’europeismo».