Amare il nostro tempo. Appunti sul giovane Moro. Oggi a Sabaudia se ne discute con Sangiorgi e Coletta

Moro sosteneva che i partiti dovevano essere in grado di fare «opposizione a se stessi»

156

Sono molti gli spunti di riflessione offerti dall’ultimo volume di Lucio D’Ubaldo dal titolo “Amare il nostro tempo. Appunti sul giovane Moro” (pubblicato dalle Edizioni del Domani d’Italia). 

C’è una frase di un articolo giovanile di Moro pubblicato su “La Rassegna” di Bari (siamo nel 1944) che vale la pena citare: «Il nostro posto è all’opposizione, il nostro compito è al di là della politica. Noi non abbiamo aspirazioni a governare. Non vogliamo il potere, perché esso ci fa paura. Potrebbe rendere anche noi conservatori, conservatori, non fosse altro, di una libertà meschina e personale. Potrebbe abituarci al compromesso, potrebbe insegnarci la finzione. E noi vogliamo essere liberi, liberi di tutta la libertà dello spirito». 

Il giovane Moro aveva allora ventotto anni, ma è significativo che le stesse idee le ha riprese nel suo ultimo articolo scritto per il “Giorno”, pubblicato poco prima di Via Fani, in cui rivendicava un ruolo per i grandi cambiamenti degli anni Sessanta, «il risveglio delle coscienze, il fiorire di atteggiamenti autonomi, la contestazione di espressioni del potere e di cristallizzazioni politiche, la riscoperta della società civile, la valorizzazione dei giovani e del loro diritto di cambiare. Questa specie di rivoluzione ebbe da noi una vibrazione singolare e certo non è passato senza lasciare tracce durevoli. Ed anzi non è passato, ma resta come un modo di essere vitale della nostra società». 

Moro sosteneva che i partiti dovevano essere in grado di fare «opposizione a se stessi», non esaurirsi soltanto nell’esercizio del potere esecutivo. Ed è significativo l’utilizzo della parola “cristallizzazione”. Oggi noi abbiamo una politica che si percepisce in continuo movimento (dal M5S alle Sardine), che vuole dare questa sensazione, e invece è sempre più immobile e paralizzata.

Si è persa infatti – dopo Moro – l’idea della politica come intelligenza degli avvenimenti e capacità di persuasione, la democrazia come tensione e non come conquista “manu militari”. Dopo di lui, la politica è stata sempre più affidata esclusivamente ai rapporti di forza. Moro è stato certamente anche un uomo di potere, lo ha conosciuto in tutti i suoi aspetti. Nessuno come lui conosceva e sapeva analizzare il “sentiment” (come si dice oggi) della politica e della società italiana. Ma proprio per questo immaginava la costruzione di percorsi complessi, di tempi diversi, di un “pensiero lungo” (come direbbe Ciriaco De Mita), senza esaurire un progetto politico nello spazio di un girotondo. Al lettore non può certo sfuggire il rapporto inversamente proporzionale tra il metodo di Moro “a penetrare la sostanza dei problemi, a descriverne gli sviluppi e le implicazioni, a farne materia di ragionamento nell’articolazione di possibili sintesi” (come spiega D’Ubaldo) e il crescente decisionismo che ha ridotto il ruolo delle assemblee elettive a luoghi di ratifica di decisioni prese altrove. E che ha sminuito, a ben vedere, anche la varietà delle posizioni ammesse nel dibattito pubblico (non soltanto politico). 

Anche l’ultima operazione di Moro, l’ingresso del Pci nella maggioranza di governo, aveva un respiro strategico e avrebbe significato il superamento degli equilibri di Yalta con almeno dieci anni di anticipo. La sua uscita di scena ha spezzato l’ultima possibilità della Repubblica dei partiti (come l’ha definita Pietro Scoppola) di auto-rinnovarsi. Negli anni ’90 sono arrivati Mani Pulite, la fallimentare seconda Repubblica e l’impossibilità della politica di guidare i processi e dare risposte, l’impossibilità di “governare l’esistente” che spiega in buona parte anche la situazione emergenziale di oggi.