ANCHE NOI LAICI, PER FARE POLITICA DA CATTOLICI DEMOCRATICI, DOVREMMO PENSARE A UN NOSTRO SINODO PERMANENTE.

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Dopo lo scambio di battute tra Cerocchi e Castagetti, l’autore entra con prepotenza nel merito delle questioni che interessano il dibattito sul futuro del cattolicesimo democratico. E spiega: “Occorre, anche da parte nostra in quanto laici, una sorta di “Sinodo permanente”. Uno stare insieme ed incontrarsi con costanza, e non saltuariamente […] Un Forum culturale permanente, un incontrarsi periodico e un camminare insieme dei laici progressisti, e, con profondo rispetto della Chiesa, non clericali”.

Nino Labate

Ho letto con attenzione la lettera di Pio Cerocchi a Castagnetti. Ne approfitto per augurare a Pio un ben tornato nel dibattito culturale e politico su cui non era, e non è, l’ultimo arrivato. Ma gli raccomando nello stesso tempo di non abbandonare la sua poesia e la sua pittura creatività. Non è il caso. E ci serve. Ma passiamo a noi perché ho letto anche la promettente e interessante risposta di Castagnetti su un convegno di area stabilito per il prossimo 19 dicembre a Chianciano. Mi auguro che non rimanga unico e che sia, invece, il primo di una serie d’incontri.

Le sollecitazioni di Cerocchi in parte le condivido, ma solo in parte. Perché a guardar bene, non è poi tanto vero che i cattolici democratici e popolari non hanno “…più una casa e un parlatorio” giacché di case monolocali, separate, distanti l’una dall’altra, occasionali, e di parlatori convegnistici e di incontri sparsi in Italia, ce ne sono stati e ce ne sono diversi. Manca l’unione, è vero. E manca una sintesi di questi vari parlatori. Che potrebbe essere fatta, perché no, su un unico e solo giornale digitale e, volendo, settimanalmente anche cartaceo, come “il Popolo”. E manca un condominio dove chi vi scrive, vi partecipa ed è interessato al dibattito, potrebbe incontrarsi almeno un paio di volte l’anno. Un giornale che discuta sui “cambiamenti d’epoca” che viviamo – come dice Bergoglio. Che raccolga le diverse opinioni degli inquilini e dei condomini. Come è oggi l’Unità, morto e rinato per ben tre volte, ma pronto ad andare in edicola nel 2023 con Sansonetti direttore. E, come è oggi online, il settimanale/mensile l’Avanti.

Con una differenza profonda, e cioè che mentre l’Unità e l’Avanti continuano caparbiamente a voler essere giornali di partito (l’Unità sembra ora più vicino a Calenda), Il Popolo a cui pensa Cerocchi non vuole fare rinascere la storica Dc, bensì, più ragionevolmente, intende essere un giornale di area culturale cattolico democratica, che s’ispira alla Costituzione, all’Insegnamento sociale della Chiesa, nonché all’uguaglianza, ai diritti umani, e…all’Umanesimo cristiano. Non escludendo la storia del cattolicesimo democratico e popolare, da Sturzo a Dossetti.

Tentativi di creare reti di questa sparpagliata area culturale ce ne sono stati e ce ne sono. Ci prova da tempo l’Associazione C3dem – che ha tra l’altro in cantiere un convegno con le stesse premesse per la fine di novembre a Milano – offrendo il suo sito digitale alle varie anime del cattolicesimo democratico sparse in italia. E ci prova anche lo storico “Il Domani d’Italia”, riemerso per la tenace volontà di Lucio D’Ubaldo. Non escludendo “Argomenti 2000” di Ernesto Preziosi col suo “Governo Aperto”; l’anziana e veneranda “Agire Politicamente” del mio caro amico Lino Prenna. E soprattutto, proprio di recente trasferitosi sul web, il lazzatiano “Appunti di Cultura e Politica”, con le sue prestigiose firme. Ne dimenticherò sicuramente qualche altro.

Bene, io però con Pio Cerocchi devo recitare comunque un mea culpa. Come da tempo gli ho già confessato, c’è stato da parte mia un iniziale e totale consenso per il passaggio dal Partito popolare a cui ero iscritto, alla Margherita. Arrivavo in quegli anni dalla “Lega Democratica” di Pietro Scoppola, Achille Ardigò (con i suoi mondi vitali) e Paolo Giuntella. Ma ignoravo la totale scomparsa dal dibattito pubblico della cultura cattolico democratica, per me indispensabile e a cui tenevo molto. Ero dunque fortemente convinto che dentro la Margherita si potesse alimentare il cattolicesimo democratico e popolare. Mi sono sbagliato!

Così come subito dopo sono stato fortemente convinto dell’Ulivo. Quest’ultimo, tuttavia, col suo bipolarismo ancora oggi da me rimpianto, a fronte del proliferare di partiti, partitini e sigle del leader di turno e personalizzati, come non si sono mai viste in 75 anni di democrazia italiana: gli studiosi sostengono che il vero pluralismo politico e partitico, quando non si riduce a fotocopie integrali di valori e programmi, è solo quello che rispetta i corpi intermedi, la dimensione locale genuina e l’autenticità e unicità di valori e iniziative. Un Ulivo che mi aveva fatto dunque sognare un bipolarismo intelligente, premessa ad una democrazia matura e compiuta all’insegna del “cittadino arbitro”. Alternativo a una nuova destra alleata a un centro destra berlusconiano e affini, ma solo di sostegno formale. Una nuova destra tornata ai nostri giorni a fiammeggiare. Anche se in questa nuova cultura rimangono solo quei comportamenti ricordati da Umberto Eco con il suo Ur-Fascismo, dal momento che grazie a Dio il fascismo storico è scomparso. Ebbene, col senno del dopo: si ! Il Partito popolare, benché spinto a sciogliersi e a confluire nella Margherita dal 99,9% dei presenti all’ultimo Congresso del Ppi – come ricorda Castagnetti – poteva tuttavia sopravvivere come simbolo non partitico e come associazione culturale. Con tutto il pur ristretto e stringato apparato che in quegli anni si ritrovava – compreso il quotidiano Il Popolo – per sollecitare a coalizzarsi e “convergere parallelamente” a sinistra, secondo la grande intuizione di Aldo Moro.

Castagnetti ha risposto, dunque. Devo con molta onestà dire, però, che facciamo un grosso errore se solo lontanamente pensassimo che la nobile storia, che lui continua a rappresentare con prestigio, si possa RI-presentare e RI-consegnare alle giovani generazioni e al futuro della democrazia politica nella stessa forma, con le stesse caratteristiche e con la stessa modalita con cui noi l’abbiamo sperimentata. Il linguaggio in politica conta molto. È stato il lungimirante Mattarella a provocare, insistendo ripetutamente ma rivolgendosi a tutti, col suo verbo costruire…ex novo, e non RI-costruire (il vecchio). Che vuol dire costruire di sana pianta, dice la Treccani. Dimenticandosi appunto del verbo Ri-costruire, che rimanda al già visto, al già vissuto, tutt’al più al restaurare una cosa vecchia cosi com’era. Una precisazione linguistica, questa, che mi ha fatto sempre pensare, e non solo a me, ma che non ha mai convinto i tornacontisti nostalgici che conservano sotto chiave lo Scudo Crociato. E i molti progettisti di quel Centro politico cattolico così ripetutamente invocato e atteso, facendo forza solo e soltanto su una legge proporzionale, solo e soltanto su quel 35-40% di italiani che scelgono il non voto. E avendo di mira solo e soltanto un sociologico ceto medio moderato, se non una borghesia inesistente, tutti da ridefinire.

Dal punto di vista ecclesiale, siamo ora di fronte ad una importantissima novità che coinvolge in pieno e rimbalza subito su tutto il laicato. Sopratutto quello impegnato nel sociale e politico, volontariato compreso. La novità assoluta è quella del Sinodo gia in atto della Chiesa cattolica, che sotto molti aspetti è teso a far camminare insieme laici e consacrati, rimediando alle giuste preoccupazioni di Cerocchi sulla “rarefazione…delle relazioni personali”. Un Sinodo che nelle intenzioni di Papa Francesco serve proprio ad un nuovo rapporto Chiesa-Mondo, per mettere la Chiesa in relazione con le trasformazioni radicali in corso e con i segni dei (nuovi) tempi. Il Sinodo parte dalla dimensione locale e parrocchiale, dai nostri mondi della vita, familiari e amicali, per allargarsi sempre più alle dimensioni provinciali, regionali, nazionali, sovranazionali e mondiali. Spero solo che non dimentichi – ma questo mi sono permesso di dirlo anche a un mio amico parroco che tuttavia ne era ben cosciente – che oggi oltre alle relazioni interpersonali reali faccia a faccia, abbiamo a che fare, vuoi o non vuoi, con una società delle relazioni virtuali a distanza, composta di vecchi e soprattutto di nuovi media: quelli cioè del web a misura personale e individuale definiti social.

A Cerocchi e a Castagnetti mi permetto allora di dire che occorre, anche da parte nostra in quanto laici, una sorta di “Sinodo permanente”. Uno stare insieme ed incontrarsi con costanza, e non saltuariamente. Lo penso sin da quando Giorgio Campanini, fiutandone il dissolvimento e ìl pericolo della chiusura gelosa, ha proposto all’inizio del Terzo millennio un Forum periodico di tutte le associazioni che si ispiravano al cattolicesimo democratico. Un Forum culturale permanente, un incontrarsi periodico e un camminare insieme dei laici progressisti, e, con profondo rispetto della Chiesa, non clericali. Capace di fare incontrare e dialogare le tante frammentate, isolate e disperse anime e realtà associative; realtà che a modo loro e senza dubbio esercitano un buon compito di testimonianza decentrata, ma che sono immerse in una solitudine ingiustificata, specie quando i cambiamenti epocali in corso e già alle nostre spalle, spingono a credere che siamo ormai imbarcati tutti sulla stessa ed unica barca, e non su tante barchette diverse solo per il colore, per il pilota e per il territorio. E che occorrono pertanto soluzioni comuni. È vero, dopo l’inascoltato Giorgio Campanini, di tentativi ce ne sono stati, sebbene tutti abbiano dimenticato l’aspetto centrale della cultura e della formazione. Diversi sono stati orientati al partito o a liste di partito, se non addirittura ad una nuova Dc. Vogliamo fare l’elenco? Todi 1 e 2, Camadoli 2 e 3, e poi Manifesti fondativi, Convegni e Incontri, Proclami, ecc. Su cui anche un (solo) quotidiano cartaceo e online sarebbe stato (forse) utilissimo e sarebbe diventato un importante elemento di aggregazione e confronto critico e dialettico. Con opinioni diverse, strade da intraprendere diverse e soluzioni diverse, ma una volta chiarito che non si era fondamentalisti teo-con, amici di Steve Bannon, tutte all’insegna di quei valori in cui ci riconosciamo, anche se sulla via di scomparire completamente quando non immersi nella storia che cammina.

Mi rimane in conclusione un solo dubbio. Un dubbio forte provocato dallo tsunami di cambiamenti fisici e antroplogici sopraggiunti negli ultimi 20 anni. A cominciare da una secolarizzazione galoppante con le chiese chiuse e vuote, i seminari vacanti e i matrimoni civili in crescita. Con l’associazionismo cattolico storico – Acli, Ac, Fuci, Meic, Scout – in forte ritirata di iscritti. E per finire con le tremende sfide del clima, del lavoro, della globalizzazione capitalistica e finanziaria, delle nuove e inedite povertà che spingono milioni di africani ad emigrare. E non per ultimo, con le ingiustificate e non previste ma tragiche guerre neozariste. Proprio per questo, non vorrei che alla fine avesse ancora una volta ragione l’autore della lettera A Diogneto, che al capitolo V così recita: “I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale”.

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