Antropologia sentimentale della bicicletta. Una recensione di “Doppiozero”.

Raffaello Cortina Editore ha pubblicato questa primavera A ruota libera. Antropologia sentimentale della bicicletta dell’antropologo e sociologo francese David Le Breton (trad. di Paola Merlin Baratter).

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Come dichiara apertamente il titolo è un saggio che indaga il mondo della bicicletta, attraversandone le stagioni storiche per arrivare alla visione contemporanea del mezzo a due ruote, protagonista ormai da qualche tempo di una palingenesi socio-culturale che trova nel calembouresco neologismo francese, Vélorution, una felice sintesi semantica.

 

Una bicicletta salverà il mondo” è un facile slogan dei nostri tempi, al punto che, come tutti gli slogan il bio, il vegetarianesimo, il chilometro zero porta con sé il rischio di svuotarsi della sua potenziale carica, appunto, rivoluzionaria e rotolare inutilmente nella retorica della comunicazione. 

In verità il concetto di Vélorution ha quasi mezzo secolo, come spiega Le Breton: nacque infatti nel clima post-sessantottesco che argomentava la necessità di un ritorno alla qualità della vita, soprattutto urbana, opponendosi radicalmente al predominio della società dei consumi, alla crescita produttiva incondizionata e al ricorso frenetico a tecnologie ecologicamente non sostenibili. I semi di quella protesta, che aveva in movimenti come i Provos olandesi e gli Amis de la Terre francesi gli esponenti più combattivi, hanno attecchito solo decenni dopo, quando le politiche, dapprima a livello locale e quindi con un sempre maggior respiro territoriale, hanno sposato, in modo più o meno efficace, la causa della viabilità sostenibile, e in particolar modo nei principali centri urbani. Dal pionierismo nordeuropeo di nazioni come Danimarca e Paesi Bassi, il fenomeno si è esteso ad altre geografie, arrivando anche alle nostre latitudini, con qualche discreto successo negli ultimi quindici anni, grazie anche alla sempre più diffusa presenza di un associazionismo di base in grado di giocare un ruolo di pressione sempre più efficace sulle decisioni politiche.

 

Al netto di uninevitabile prospettiva francocentrica in particolare i riferimenti alla storia sociale e sportiva del fenomeno bicicletta, oltre che alla vasta ricaduta del tema negli ambiti dellimmaginario letterario, iconografico e cinematografico sono nel libro quasi esclusivamente transalpini il merito del saggio di Le Breton è quello di fare ordine in una materia che spesso è stata affrontata settorialmente. I saggi sulla bicicletta, o sul ciclismo, hanno 

prevalentemente un passo di ricostruzione storica dei fatti, sia che essi abbiano un taglio tecnico o sociale, se non esclusivamente sportivo. Nella bibliografia italiana ci sono illustri ed efficaci esempi nella produzione di apprezzati storici come Daniele Marchesini e Stefano Pivato. Tuttavia spesso queste prove non si spingono a “fotografare” la realtà contemporanea, materia più indagabile attraverso gli strumenti dell’osservazione antropologica.

 

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