Appunti di teologia dantesca: dalla politica all’estetica. L’estremo limite del male (L’Osservatore Romano).

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In uno scenario popolato da dannati e demoni si rende necessario l’aiuto di Virgilio-ragione. Vibrante è lo sdegno del poeta verso il Potere incarnato dalla città di Pisa che stritola con denti da cannibale vite innocenti.

Gabriella M. Di Paola Dollorenzo 

Gli ultimi canti dell’Inferno disegnano i punti fermi della prospettiva teologica di Dante, poiché il suo pensiero politico-filosofico-morale si stratifica nella dimensione estetica, creando quelle icone incancellabili nella nostra memoria: Ugolino e Lucifero. Eppure è necessario ancora scalfire, come avviene in ogni restauro di opere d’arte, la superficie, per ritrovare il colore originario impresso da Dante ai suoi versi. Vengono in aiuto le fonti sacre e profane di Dante, rielaborate secondo la sua prospettiva teologica. A questo punto del viaggio è necessario fornire al lettore tutte le coordinate possibili per capire quale sia l’estremo limite del male, a cui arrivano le creature angeliche e umane. 

Progressivamente i dannati e demoni, che precedono Lucifero, sono immersi nel ghiaccio di Cocito: giganti fino all’ombelico, traditori dei parenti e della patria fino al capo (Caina ed Antenora), degli ospiti, stesi sotto il ghiaccio (Tolomea), dei benefattori, coperti dal ghiaccio (Giudecca). In codesto orribile scenario è sommamente necessario l’aiuto di Virgilio-ragione che caramente ( XXI , 28) stringe la mano di Dante prima di vedere Nembrot (Genesi X, 8-10; e XI , 1-9), il maggior responsabile della torre di Babele, e gli altri cinque giganti, tutti accomunati dall’assenza di luce intellettuale, così evocata da Adamo: «la lingua ch’io parlai fu tutta spenta/ innanzi che all’ovra inconsumabile/ fosse la gente di Nembrot attenta/ che nullo effetto mai razionabile / per lo piacer uman (…) sempre fu durabile» (Paradiso, XXVI , 122-29). I giganti anticipano Lucifero poiché le loro dimensioni suggeriscono l’idea del Vuoto in cui si cade quando si sceglie il Male. Occorrono rime adeguate (secondo il canone di Convivio, IV , II ,13), per preparare il lettore a concentrarsi davanti all’orrore di Lucifero, icona del fondo dell’universo e del fondo dell’animo violentato dal Male: «S’io avessi le rime aspre e chiocce, / come si converrebbe al tristo buco / sovra ‘l qual pontan tutte l’altre rocce, / io premerei di mio concetto il suco/ più pienamente; ma perch’io non l’abbo,/ non senza tema a dicer mi conduco» ( XXXI i 1- 6). 

Conseguentemente occorre inserire proprio a questo punto della narrazione la vicenda di Ugolino della Gherardesca, coadiutore dei guelfi di Pisa, e dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, capo della parte ghibellina e causa della morte di lui e dei suoi congiunti. Anche se la dantistica novecentesca ha dato più spazio al cannibalismo di Ugolino, non evidenziato dai primi commenti alla Commedia, credo sia necessario chiedersi: perché Dante ha inserito qui l’incontro con Ugolino, prima della “visione” di Lucifero? Forse perché quando la malvagità si rivolge verso gli innocenti rinnova la strage perpetrata da Erode e ricordata da Matteo, 2, 16. Siamo davanti allo sdegno di Dante verso il potere, in questo caso incarnato dalla città di Pisa, che stritola con denti da cannibale le vite innocenti: «Ahi Pisa, vituperio de le genti/ del bel paese là dove ‘l sì suona,/ poi che i vicini a te punir son lenti, / muovasi la Capraia e la Gorgona,/e faccian siepe ad Arno in su la foce,/ si ch’elli annieghi in te ogne persona!/ Che se ‘l conte Ugolino aveva voce / d’aver tradita te de le castella, / non dovei tu i figliuoi porre a tal croce./ Innocenti facea l’età novella, / novella Tebe, Uguiccione e ‘l Brigata / e li altri due che ‘l canto suso appella». ( XXXIII , 79-90). 

Nello scatenarsi del Male tra gli uomini periscono gli innocenti: la ragione teologica di Dante si rifiuta di accettarlo, come accadrà alcuni secoli dopo per Fëdor Dostoevskij, angosciato dal dolore innocente nelle sue note al Vangelo di Giovanni e nei suoi romanzi. Così Ivan Karamazov rivolto al fratello Alëša: «Di questioni ce n’è un’infinità, ma io ho preso in considerazione i bambini, perché qui spicca con palmare chiarezza ciò che volevo dire. Ascolta: posto che tutti si debba soffrire, per comperare a prezzo di sofferenza la futura armonia, che c’entrano i bambini?» I fratelli Karamazov, II parte, libro V ). Per Dante come per Fëdor la soluzione andrà cercata nell’Innocente per eccellenza, vittima del potere a Gerusalemme: «sotto ‘l cui colmo consunto /fu l’uom che nacque e visse sanza pecca» ( XXXIV ,12-115). Il Cristo è evocato nella conclusione dell’Inferno, nel luogo di Lucifero, che in eterno piange e dilacera i traditori della Chiesa e dell’impero, le massime istituzioni volute da DIO ( Monarchia , LIBRO III , 15-16): Giuda, Bruto e Cassio: «Com’io divenni allor gelato e fioco,/ nol dimandar Lettor, ch’i non lo scrivo, però ch’ogne parlar sarebbe poco./ Io non mori’ e non rimasi vivo» ( XXXIV , 22-27).

A «Dio, l’ imperador che là su regna» si oppone Lucifero, lo ‘mperador del doloroso regno ( XXXIV , 28), poiché le sue tre facce costituiscono l’antitesi della Trinità: alla divina Potestate, alla somma Sapienza, al primo Amore si contrappongono l’impotenza, l’ignoranza e l’odio. Dante è finalmente libero da codesti sentimenti e il suo stato d’animo segnala la svolta nel cammino di conversione: Salimmo su, el primo e io secondo ( XXXIV ,136) Virgilio-ragione va avanti e Dante lo segue, verso le stelle.