Astenersi o votare No. La giustizia va riformata in Parlamento.

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Che la giustizia sia da riformare, nessuno dotato di buon senso lo contesta. Semmai ad essere contestato è il modo poco convincente, o addiritttura sconveniente, con il quale si pretende di correggere il sistema. La risposta più equilibrata ai problemi agitati dal referendum sta nell’approvazione della riforma Cartabia.

 

Domenica non andrò al mare. Sono incerto però se adempiere al mio diritto-dovere di elettore recandomi al seggio per votare No, oppure se marcare il rifiuto dei quesiti referendari scegliendo la via dell’astensione. È un dubbio legittimo, non gravato di particolare pathos, che sembra destinato a rimbalzare nella testa di molti italiani fino all’ultimo momento. Nell’un caso e nell’altro vale la medesima intenzione, quella cioè di respingere le modifiche di alcune norme riguardanti l’esercizio e l’organizzazione della giustizia.

Penso in effetti che sia preferibile affidarsi al legislatore, visto che per altro il confronto sulla riforma Cartabia è giunto ormai alle conclusioni. La materia richiede un lavoro di cesello, anche se incisivo, non l’intervento demolitorio dell’azione referendaria. Stona anche il vociare di chi siede in Parlamento e sostiene il governo, ma invita a mobilitarsi per il Sì. Eravamo convinti fino a ieri che il referendum fosse uno strumento a disposizione degli elettori, non un’arma nascosta in mano ai parlamentari. Ma tant’è! La crisi della politica si evince anche da simili atteggiamenti contraddittori.

Che la giustizia sia da riformare, nessuno dotato di buon senso lo contesta. Semmai ad essere contestato è il modo poco convincente, o addiritttura sconveniente, con il quale si pretende di correggere il sistema. Negli ultimi tempi, complice lo “scandalo Palamara”, parrebbe farsi avanti una diversa sensibilità della pubblica opinione: alla seduzione del giustizialismo ci si acconcia sempre meno. È saltato il connubio tra procure e stampa, segno di un logoramento irreversibile del “protocollo manettaro”. Troppe le vittime d’inchieste nate male e gestite peggio, troppi gli errori derivanti da un uso propagandistico della lotta alla corruzione.

Tuttavia, una politica responsabile non deve strappare ulteriormente la tela della fiducia che assicura il giusto legame di rispetto tra cittadini e magistratura. Bisogna fare leva sulla consapevolezza, tornata a vincere sulla irrazionalità, che il vivere civile non può accettare la dismisura della politica, ma neppure l’esorbitanza della giustizia. Ci vogliono nuove norme? Non è sempre questa la risposta più adeguata. Conta la pervasività, molto spesso, di un criterio di equilibrio, per espungere dal comportamento collettivo l’attrazione per la spettacolarità del diritto applicato (specie quando si traduce nella ricerca del capro espiatorio e nella condanna, cotta e mangiata, del presunto colpevole). La giustizia in diretta, sulla pubblica piazza, è la bolla speculativa dell’antipolitica di massa: in fondo rappresenta l’incaglio di una società depressa, immiserita, insofferente.

La bandiera del moralismo, in questi lunghi anni, ha raccolto attorno a sé figure e controfigure di uno spettacolo poco serio. Ricordo che il Sindaco Marino fece campagna elettorale sostenendo che Roma non aveva problemi finanziari, ovvero li aveva pure ma per colpa di corrotti e profittatori, eliminati i quali sarebbe stato risolta la crisi endemica del bilancio capitolino. Non era così, evidentemente, ma il plauso degli elettori di sinistra lo accompagnò festosamente al potere. Durò poco, ma non per i veri o presunti corrotti: si capì, abbastanza in fretta, che faceva un mestiere a lui non proprio confacente. Attorno a questa vicenda s’è fatto tanto chiasso e all’occorrenza se ne potrebbe fare ancora con l’ausilio di tifoserie in servizio permanente effettivo.

Si tratta di un esempio modesto che rivela una distorsione recondita, spesso trascurata. È la pressione socio-mediatica a incarognire, più di quello che si creda, una funzione delicata e preziosa come quella del magistrato. Il problema esiste, ma con il referendum non se ne viene a capo. Anzi…