Auguri a don Gastone Simoni oggi sette maggio, anniversario di Carta d’Intesa.

Nove anni fa, il sette maggio 2011, un gruppo di noi, raccolti intorno al vescovo di Prato, firmavamo il documento destinato a riproporre una presenza organizzata dei cattolici sulla scena politica.Un lungo percorso, fino a partebianca.

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Cari amici
Oggi è il sette maggio e io vorrei fare, a nome di tutti noi, gli auguri più affettuosi a monsignor Gastone Simoni di guarigione dal male che da tempo lo affligge. A lui e alla sua cara sorella Gabriella. Oggi, perché in questo giorno cade un anniversario che lo vede protagonista. Era il sette maggio 2011, nove anni fa, e alla villa del Palco di Prato, su un’altura che domina la città, in una accogliente residenza di proprietà della curia, un gruppo di noi intorno al vescovo Simoni firmavamo Carta d’Intesa, un documento di impegno culturale politico che gettava le basi di una rinnovata presenza organizzata dei cattolici nella vita civile nel Paese. Ricordi don Gastone l’atmosfera così carica di idealità di quel giorno, con Roberto Bartoloni e gli altri? Carta d’Intesa era il punto d’arrivo di un percorso iniziato nel 2003 con le Tre giorni di Toniolo a Pisa – San Miniato, ed era il punto di partenza di un nuovo tragitto da compiere, tanto che il titolo completo del documento divenne Carta d’Intesa, per un coordinamento di soggetti sociali cattolici. Nelle motivazioni e nei contenuti, il documento segnava un punto di svolta del percorso.

Quel giorno ci fu anche una coincidenza, che sembrò un segno fausto. Benedetto XVI era in visita nel Friuli e proprio quel giorno, dalla cattedrale di Aquileia, tornò ad auspicare un rinnovato impegno dei cattolici italiani in politica, come aveva fatto tre anni prima, nel settembre 2008, in Sardegna, dal santuario di Nostra Signora di Bonaria a Cagliari. Un segno di cambiamento da parte della gerarchia, dopo quella sorta di nuovo non expedit su un partito che rappresentasse i cattolici, che era stato lanciato negli anni precedenti dalla CEI del cardinale Achille Ruini.

All’appuntamento del 7 maggio 2011 eravamo arrivati dopo una lunga serie di passaggi. E’ il momento di scriverla per intero questa storia, e lo farò. Dove mi trovo forzatamente ora non ho i miei libretti di appunti e quindi stavolta vado a memoria, ma il ricordo conserva una sua nitidezza. L’ultima sessione della Tre Giorni di Toniolo, l’ottava della serie, era stata nel novembre 2010, e ci eravamo lasciati con l’idea di trasferire finalmente il senso dei dibattiti degli anni precedenti in qualcosa di nuovo, passando da chiavi di lettura teoriche a una finalmente operativa.

Il riferimento spirituale e ideale di tutti noi era monsignor Simoni, io iniziai a scrivere il documento sulla base delle sue indicazioni. Quante bozze! Scrivevo, le mandavo via mail, lui consigliava, proponeva, discutevamo, sentivamo gli altri, penso a Flavia Nardelli, allora grande animatrice, segretario generale dello Sturzo, penso a don Enrico Giovacchini, segretario del Toniolo di Pisa, penso a Paolo Nello, allora presidente del Toniolo, autore di una sintesi del nostro comune stato d’animo che non dimentico e che diceva così: tutti sentiamo viva la nostra identità cattolica, ma di essa paradossalmente avvertiamo anche la mancanza.

Caro don Gastone ricordi quanto lavoro? Per arrivare alla versione definitiva del documento, dopo la Toniolo del novembre 2010 ci vedemmo tutti una prima volta da te alla villa del Palco nel dicembre, poi nel gennaio 2011 allo Sturzo a Roma, poi di nuovo a Prato nell’aprile, e finalmente il giorno della firma il sette maggio. Ho i nomi dei partecipanti di quel giorno e di quanti, singoli e soggetti collettivi, aderirono nei mesi successivi, ma sono negli appunti, e quindi i nomi li farò quando potrò citarli tutti, perché oggi ne dimenticherei qualcuno e non voglio.

Una sigla va ricordata, quella del CSC, il Collegamento sociale cattolico toscano, così come va ricordata la rivista Supplemento d’anima, entrambe iniziative che ti avevano avuto come animatore negli anni precedenti. Adesso si passava dal piano locale a quello nazionale, mantenendo però la caratteristica di voler collegare tra loro soggetti e realtà locali, di base, iniziando a riaggregare da lì una presenza cattolica che non fosse più molecolare e potesse diventare incidente sul piano nazionale.

Scrivo questa memoria per Il domani d’Italia, e fornisco a Lucio D’Ubaldo e David Tesoriere il testo di Carta d’Intesa, come lo diffondemmo a più riprese nei mesi successivi con una premessa per ricordarne la genesi. Chi vorrà potrà leggerlo nella sua completezza nella documentazione de Il domani d’Italia. Qui mi limito a rilevare, nove anni dopo, la sua sorprendente attualità e indicarne il sommario: nuove risposte a nuovi problemi, le caratteristiche di un impegno, il movimento cattolico oggi, una nuova progettualità, un ambito pre-partitico, un percorso che continua. Tre parole d’ordine don Gastone considerava essenziali: che l’impegno fosse coerente, unitario, efficace.

Il percorso continuò nel dicembre del 2011, alla nona edizione della Tre Giorni di Toniolo, perché s’era detto che sarebbe diventata quella la sede del riscontro annuale dei progressi fatti. Ricordi don Gastone? Per spiegare quanto ardua fosse l’impresa ricorremmo all’immagine di San Pietro. Povero pescatore della Giudea, San Pietro arriva a Roma scalzo, disarmato rispetto alla grandiosità dell’impero, e impaurito decide di tornare indietro, ma sulla strada del ritorno lo raggiunge imperiosa la voce: Quo Vadis?

Dispersa l’identità e la struttura organizzativa della Democrazia cristiana all’inizio degli anni Novanta, rispetto alla nuova realtà politica italiana dei primi del Duemila, così radicalmente diversa da quella che ci aveva visto protagonisti, eravamo diventati come quel San Pietro, ci sentivamo allo stesso modo impotenti, ma anche in noi, nelle nostre coscienze doveva risuonare quell’imperativo sotto forma di domanda, Quo Vadis, per saldare la passione civile a un nuovo dovere di esserci: i cristiani che stanno con un solo piede sulla terra staranno con un solo piede in paradiso, ammoniva Dietrich Bonhoeffer.

Ricordo in questo senso un altro frammento, quando don Gastone si adoperò per coinvolgere Stefano Zamagni. Più volte in quegli anni ci siamo riuniti a Roma, prima all’Istituto Sturzo, poi al centro salesiano di fronte alla Stazione Termini. Ho nel computer il testo della lettera invito a un incontro che facemmo al centro salesiano il 12 dicembre 2013, relatore Zamagni. Lo presentavamo così: siamo pronti a sostenerlo nella speranza che egli possa accompagnare d’ora in poi il cammino di Carta d’Intesa in modo non episodico ma continuativo.

Così è iniziata con Carta d’Intesa, caro don Gastone, una delle ripartenze che si sono succedute nel tempo, nel tentativo di uscire dalla dissolvenza e dare vita a una nuova stagione di cattolicesimo politico organizzato. La fine dell’unità politica dei cattolici ha disperso la nostra visione di insieme del Paese e della sua proiezione internazionale a cominciare da quella europea. L’ambizione era di elaborare di nuovo un complesso di indirizzi programmatici ispirati dalla Dottrina Sociale della Chiesa – così Gabriele De Rosa definiva il Codice di Camaldoli del 1943 – necessari alla ripresa del Paese. Carta d’Intesa del 2011 era nata l’indomani della crisi finanziaria del 2008. A maggior ragione un simile tentativo è necessario oggi a causa dell’emergenza che stiamo vivendo: il tentativo di quanti si stanno riconoscendo nella proposta di un nuovo soggetto politico, Partebianca, che superi assorbendola in sé la perdurante frammentazione politica cattolica. Partebianca, un nome ancora una volta proposto da don Gastone: questa appartenenza dichiarava Dante Alighieri.

Perché dietro l’emergenza sanitaria di oggi, così come dietro la crisi finanziaria del 2008, ciò che davvero è arrivato al capolinea è l’intero modello di sviluppo del Paese, sulla sollecitazione delle straordinarie novità tecnologiche esplose a fine Novecento e l’irrompere della questione ecologica come nuovo elemento dirimente delle politiche di sviluppo. Lo aveva predetto Paolo VI nel 1967 nella Populorum Progressio, lo aveva ripreso Benedetto XVI nel 2009 nella Caritas in Veritate, ne ha fatto la sua bandiera nel 2015 Francesco con la Laudato sì. Dunque un gigantesco passaggio d’epoca: ecco ciò a cui realmente siamo di fronte e che impegna il contributo culturale e civile dei cattolici.

L’apostolato di Paolo VI richiama l’espressione che gli viene attribuita, secondo cui dopo la preghiera la politica è la più alta forma di carità. Ma dove è contenuta questa affermazione, che ognuno di noi ha usato più volte? Me lo chiedeva qualche giorno fa Lucio D’Ubaldo, perché nel discorso di papa Montini alla Fao del 1970,che generalmente viene indicato come riferimento, la frase non c’è: nell’ultimo paragrafo del discorso si ricava questo concetto ma la frase non c’è. E inoltre: Paolo VI è stato il primo a fare una simile affermazione?

Don Gastone, interpellato, mi ha ricordato una affermazione di Pio XI, forse nell’udienza concessa a una delegazione di cattolici belgi, circostanza del tutto verosimile se si pensa al Codice di Malines. A mia volta ho rivolto la domanda a padre Gian Paolo Salvini, il quale mi ha risposto poco dopo. Da una ricerca di padre Francesco Occhetta sì, Pio XI ne ha parlato, ma nel corso di un’udienza ai dirigenti della Federazione Universitaria Cattolica 1l 18 dicembre 1927. Il testo del discorso è riportato sull’Osservatore Romano del successivo 23 dicembre: “… E tale è il campo della politica, che riguarda gli interessi di tutte le società, e che sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null’altro al di fuori della religione essere superiore”. E ancora:” Tutti i cristiani sono obbligati a impegnarsi politicamente. La politica è la forma più alta di carità, seconda solo alla carità religiosa verso Dio …”. Padre Occhetta ha pubblicato questo ampio stralcio martedì scorso cinque maggio.

E’ antico dunque questo dovere di testimonianza, tanto più lo è se soltanto ricordiamo le lettere che nel Trecento Santa Caterina da Siena scriveva ai potenti di allora, antesignana dell’impegno politico dei cattolici. Un impegno che nelle diverse epoche storiche ha assunto e assume come è naturale caratteristiche contingenti diverse, che sta a noi comprendere, attualizzare e rendere concrete, lungo il filone di un ritrovato popolarismo. Penso a come don Luigi Sturzo, nel lontano 1933, descriveva un possibile modello di governo d’emergenza: “Oltre alle forme di governo autoritario, in caso di una emergenza occorre un governo di unità nazionale, in cui i consensi di tutti o quasi giustificano la pienezza dei poteri senza la formalità costituzionale”. Se non questa formula concreta, il sentimento di una tale unità sarebbe stato certamente provvidenziale nella circostanza che stiamo vivendo.