Basta Spot

Lo schema, quindi, è molto preciso: semplificazione estrema sia nel linguaggio che nei fatti

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Assistiamo preoccupati al fatto che l’attuale dirigenza politica ai vari livelli, abbia molte difficoltà a delineare un efficiente sistema di governo per le esigenze dell’attuale società. Le cause si possono facilmente individuare analizzando i modi prevalenti utilizzati dai leader attualmente al comando del vapore.

Per essere sinceri, il malanno non è affar di questi recenti tempi, perché proviene da lontano. Se prendiamo in esame le manovre del governo giallo-verde e le relazioniamo con le forme utilizzate dai leader per illustrarle, noteremmo già in tutto ciò qualcosa che proprio non funziona. O meglio, funziona ma per obiettivi piuttosto superficiali.

Sia Salvini che Di Maio lanciano messaggi in sintonia con i modi classici di proporre la pubblicità televisiva. Sono rapidi, semplici, immediati. Sembrano, per l’appunto, studiati per togliere l’ingombro della complessità. Complessità che, comunque sia, regge le sorti dell’intero impianto della cosa pubblica, della cultura e della società genere. Questo schema non è nemmeno sfasato rispetto alle proposte governative. In effetti, tanto il reddito di cittadinanza, quanto la flat tax, per non parlare della quota 100, sono tutte misure difficilmente incastonabili della struttura complessa della società. Sembrano, di fatto, dei fulmini a ciel sereno. Gettati uno dopo l’altro, senza tener conto minimamente delle ripercussioni che gli stessi hanno nel tessuto reale del Paese.

Lo schema, quindi, è molto preciso: semplificazione estrema sia nel linguaggio che nei fatti. Modello di riferimento è lo spot pubblicitario: quindici secondi dove lanciare il prodotto senza alcun ingombro e pesantezza del mondo reale.

Quindi, sia Salvini che Di Maio sono il frutto di un sistema di comunicazione, ma anche del fare e dell’operare, retto dall’astrattezza e dalla capacità di massima seduzione del fruitore del messaggio stesso. La sfortuna, per costoro, è che, a conti fatti, la cosa poi non funziona: non si cancella la complessità in questo modo. Anzi, la complessità ha sempre l’ultima parola e ciò che intendeva oscurarla viene alla fine deriso e soffocato.

Vedasi i provvedimenti legislativi assunti cha fatica fanno nell’attuarsi e nel dispiegare i vantaggi che così lautamente i proponenti proclamavano. Questo malanno era già stato largamente utilizzato anche da Matteo Renzi, ma non si può scordare che la fonte principale, il maestro dei maestri, è stato sicuramente Silvio Berlusconi.

Oggi, queste figure ormai sembrano impallidite rispetto alla fonte iniziale, ma non per questo limitano i guai che quel sistema provoca nei costumi, nella economia, nella cultura e soprattutto nella politica.

È in atto una fragilità preoccupante, adesso io non voglio richiamare alla memoria la saggezza di un Aldo Moro, Enrico Berlinguer e Giulio Andreotti i quali avevano il grande merito di cogliere la complessità, dispiegarla e di cercarne le fattibili modifiche. Però, quel modello che oggi potrebbe sembrare noioso, avrebbe il gran merito di non spendere velocemente le idee, di non consumare immediatamente i progetti, ma di costruire delle serie architravi del costume politico.

È questo che a noi manca. Troppa fretta. Troppe accelerazioni e improvvisazioni. Incapacità di governare i processi a lungo spettro e in questo modo, purtroppo, il Paese espone la sua pur profonda e antica cultura, a un impietoso sbriciolamento quotidiano.

Il mio è un grido di allarme, non possiamo ogni giorno essere in ansia per le cose che sentiamo e per le cose che non vengono fatte.

È un richiamo ed un appello a non dare più ascolto a certi fenomeni che ci destinano, inevitabilmente, a una sciagurata caduta di stile e di sostanza.