Bene Usa-Italia a Washington. Ma a Roma, cosa succede adesso? Le elezioni del 2023 non possono prescindere da Draghi.

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Il viaggio del Presidente del Consiglio ha permesso di rinsaldare i rapporti con l’America di Biden nell’ottica di una consolidata e vitale cooperazione transatlantica. Si profila un ruolo più marcato dell’Italia nella ricerca della pace in Ucraina. Ora, la domanda che attanaglia la pubblica opinione è la seguente: il Paese si può permettere di fare a meno di Draghi? Deve essere lui, insieme ai partiti che intenderanno seguirlo, a guidare le elezioni del 2023.

Gli esiti della globalizzazione hanno creato le premesse per un nuovo ordine mondiale: ne era ben consapevole Federico Rampini quando teorizzava che il 70° anniversario della NATO aveva più le sembianze di un funerale annunciato che di una ricorrenza che avrebbe rinsaldato i legami tra i Paesi membri.

L’incontro tra Biden e Draghi a Washington ha assunto dunque un significato simbolico persino necessario: era ora di uscire dalle secche dell’equidistanza tra Italia ed Europa da un lato e USA e Russia dall’altro, deriva in atto da diversi anni e suffragata da rapporti di amicizia e sintonia tra diversi rappresentanti della politica del nostro Paese e Putin in persona; viaggi a Mosca equivoci, nessuna avvertita consapevolezza di un mutamento di scenari a livello internazionale né di una lunga e silenziosa campagna di disinformazione dell’opinione pubblica attraverso una infiltrazione sottotraccia nei network giornalistici e televisivi (ci sono state in occasione dell’aggressione russa alla nazione ucraina delle conversioni di orientamento politico nei mezzi di comunicazione che stanno facendo impallidire la metafora della via di Damasco.

Se ne sta occupando il Copasir e speriamo che l’indagine venga assunta in proprio da qualche Procura della Repubblica perché sull’informazione pubblica non ci devono essere coperture di segreti di Stato, non si scherza perchè ci sono enormi interessi di condizionamento e suggestione in gioco)   senza dimenticare l’ossessione della terzietà dell’U.E. non sostanziata da una precisa connotazione identitaria.

Per anni e anni l’Europa ha rinnegato le proprie radici storiche e di civiltà, sovraesponendosi al fondamentalismo di matrice islamica, cedendo alle lusinghe della Turchia, aprendosi ai flussi culturali ed economici di Paesi autarchici e con spese militari in crescendo mentre da noi la par condicio, il pacifismo ecumenico e la fobia dell’inclusione tout court erano i temi dominanti.

Non abbiamo maturato convincimenti saldi sul valore delle nostre millenarie tradizioni, siamo diventati terra di conquista per potentati economici delle multinazionali mascherate sotto l’egida nobile della cooperazione internazionale. Ma le aggressioni si fermano solo se si è attrezzati, con un solido ordinamento istituzionale, organizzativo e militare, pur nell’ambito – sia chiaro – di clausole difensive che (tuttavia) devono essere ostentate e dimostrate con dotazioni di mezzi.

Ma appena lo Zar ha mostrato le proprie intenzioni aggressive, radendo al suolo un intera nazione, negandole il principio dell’indipendenza, della sovranità e dell’autodeterminazione, distruggendo città e uccidendo civili inermi, ecco che materializzandosi inimmaginate minacce da “cupio dissolvi”, Paesi neutrali da sempre come Finlandia, Svezia e la stessa Svizzera hanno chiesto asilo politico nell’alleanza atlantica. Per decenni il vecchio continente e il nostro Paese non hanno fatto i conti ad esempio con la questione delle fonti energetiche, con gli approvvigionamenti di materie prime, immaginando incautamente e colpevolmente che gli equilibri geopolitici e geoeconomici rimanessero stabili e non creassero problemi futuri. Come acutamente osserva Giuseppe Sabella nel suo paper sulle cause economiche che hanno indotto Putin a muovere alla conquista dell’Ucraina, c’è la straordinaria ricchezza che questo Paese vanta a livello mondiale nei giacimenti di metalli preziosi. Nello scudo ucraino si estraggono uranio (tra i primi tre esportatori al mondo), titanio (decimo esportatore), minerali di ferro e manganese (secondo esportatore): tutte materie prime fondamentali per le leghe leggere (titanio) e anche per acciaio e acciaio inossidabile (minerali di ferro e manganese). Inoltre nel suo territorio si trovano giacimenti di litio, chiamato “oro bianco”, fondamentale per la produzione di batterie.

E a monte o a valle di questo c’è la mira di diventare il più grande bacino produttivo di materie prime, alleato con il più grande Paese manifatturiero del mondo, con un potenziale di esportazioni planetario ed egemone: la Cina. L’intuizione di Draghi, ma anche di Macron e di Schulz riguarda proprio il consolidamento dell’alleanza atlantica e la difesa dei valori e della storia dell’Occidente. In questo senso se le sanzioni stanno avendo un effetto disgregativo nei confronti dell’economia russa (pur con gli inevitabili ritorni negativi che si ritorcono contro chi le emana), ed è proprio stata un’idea di Draghi quella di congelare gli asset della Banca Centrale Russa all’estero.

Da parte sua l’atteggiamento sornione della Cina ricorda quel tale seduto sulla riva del fiume mentre aspettava che passasse il cadavere del suo nemico. Vedremo se e quanto durano intese e simpatie. Ma il pregio principale della missione negli USA di Draghi è che egli è andato a illustrare a Biden i pericoli che corre l’Europa, ad evidenziarne le potenziali conseguenze rovinose per l’America stessa e soprattutto a parlare di pace, della necessità di focalizzare ogni impegno diplomatico e l’orientamento dell’ONU e della NATO verso questa prospettiva da realizzarsi in tempi brevi.

Draghi è ovviamente preoccupato delle ricadute economiche negative di lungo periodo per l’Ue, ne vengono condizionati i PNRR nazionali degli Stati membri, oltre il dato della minaccia politica che il 9 maggio Putin sembra aver ridimensionato ad una ipotesi di impegno diretto dell’alleanza atlantica nel conflitto. In linea con il Presidente Mattarella, il nostro premier non ha mai smentito la necessità di sostenere con mezzi, dotazioni e armamenti l’Ucraina.

Da uomo di Stato sa che – come sosteneva Henry Kissinger – gli Stati non hanno pregiudiziali nemici ma cogenti e impellenti interessi. Ma intanto incassa il prestigioso Distinguished Leadership Award 2022, consegnato dalla Segretaria al Tesoro USA Janet Yellen. Il nostro Presidente del Consiglio ha di fatto autorevolmente imposto una linea senza se e senza ma al Governo che presiede, forte del fatto che a parte qualche pugno sul tavolo di chi “pretende” spiegazioni, “cane che abbaia non morde” specie avvicinandosi le elezioni del 2023 (ove non anticipate per qualche sciagurato colpo di testa del mentecatto di turno).

Le argomentazioni dei cogitanti e dubbiosi, nichilisti e negazionisti sono speciose, vere e proprie figure retoriche di stile (deteriore). Nonostante il fatto che l’Italia sia all’atto pratico l’unico Paese dell’Ue che esprima un 37,4% di  cittadini filorussi, grazie ad una campagna di disinformazione pretestuosa, mistificata e autolesionista.

La storia dell’accerchiamento della NATO verso la Russia è davvero insostenibile: meno accettabili sono le posizioni negazioniste di fior di opinionisti sulla matrice militare delle stragi di Bucha e Kramatorsk, sulla distruzione di Marìupol, sulle mire espansionistiche dello Zar con la benedizione della Chiesa Ortodossa e del suo Patriarca Kirill che – come ha ricordato Caprarica – vanta un patrimonio personale di svariati miliardi di dollari e gira con un orologio al polso da 30 mila dollari: anche per i buonisti-pacifinti teorici della cultura interreligiosa basterebbe il confronto con il Crocifisso di acciaio di Papa Francesco (che ha rinunciato ad incontrare proprio Kirill a Gerusalemme). Kirill benedice la guerra, Francesco la pace.

Draghi ha dunque fatto ciò che gli competeva come capo di Governo di un Paese dell’Alleanza atlantica: non mi risulta che si sia inginocchiato di fronte a Biden, semmai gli ha esposto le ragioni della fine del conflitto e della necessità di una pace stabile e duratura. Ha anzi parlato apertamente di pace. Come ebbe a dire il politologo e sociologo americano Charles Tilly ”…gli Stati fanno le guerre e le guerre fanno gli Stati”. Ne ha consapevolezza Mario Draghi che sa bene come geopolitica e geoeconomia non sempre siano sovrapponibili in quanto spesso finiscono per prefigurare interessi e scenari non esattamente coincidenti.

Tuttavia l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è stato certamente un fatto epocale, denso di significati e purtroppo suscettibile di polarizzazioni interpretative. Ora io credo che il realismo politico del nostro Presidente del Consiglio lo abbia indotto a compiere delle scelte e a prendere delle posizioni nette e necessarie, oserei dire non solo per l’Italia ma con una assunzione di responsabilità che l’Europa intera deve condividere poiché, nella fase apicale del conflitto, sono stati messi in discussione il suo ruolo e i suoi destini, in termini drammatici e quasi ultimativi. Per questo la visita a Washington del premier italiano non è stata una gita di circostanza. Infatti, da un lato ha caratterizzato l’orientamento prevalente nel Governo italiano, espresso dalla sua guida politica; dall’altro ha contribuito a rafforzare i legami tra Italia e USA, evidenziando una favorevole reciprocità di interessi che giova all’Europa nel suo complesso.

I commenti negli Stati Uniti e in Italia sono stati pressoché unanimi: la missione di Draghi è andata bene. Emerge però la preoccupazione, a questo punto, che in vista delle elezioni del prossimo anno il quadro politico italiano possa fibrillare pericolosamente, mettendo a repentaglio i risultati raggiunti dal governo di solidarietà nazionale. L’agenzia Bloomberg ha segnalato laconicamente che nel 2023 “Draghi non sarà tra i candidati”: è una prospettiva che evidentemente non tranquillizza. Occorre far crescere una corrente di opinione che abbia la forza di mettere al centro il ruolo, insostituibile anche dopo il 2023, del Presidente del Consiglio in carica.

Peraltro ci sono altri scenari aperti e non ancora chiariti, determinati da un orientamento generale politicamente addebitabile al Governo Conte: dal Memorandum della via della seta, agli accordi economici con la Cina per la fornitura di mascherine, monopattini e cellulari (famosi quelli acquistati dall’esercito e poi mandati al macero perché risultati taroccati per captare informazioni militari: una notizia del novembre 2019 durata lo sbadiglio di un cane). C’è da sperare che Draghi chiarisca anche questi aspetti prima delle elezioni.

Sperando che nel frattempo si rafforzi il fronte moderato e si costituisca un centro politico capace di dare una stabilità e una linea di indirizzo senza cedimenti al prossimo esecutivo. Confidando che i partiti comprendano una volta per tutte ogni significato palese e recondito di un aforisma non scritto che gira in politica: “indietro non si torna”.