Brexit. Il labirinto inglese

L’unica cosa che pareva unire quasi tutti era il desiderio di evitare un’uscita brusca, tuttavia il pericolo che vada a finire così c’è ed è concreto.

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Articolo già apparso sulle pagine della civiltà cattolica a firma di Fernando de la Iglesia Viguiristi

Il tema della Brexit è es­senzialmente un tema politico. È una decisione sovrana del Regno Unito (UK) con la quale i suoi cittadini hanno scelto quali relazio­ni vogliono avere in futuro con l’Unione Europea (Ue). Una volta presa questa risoluzione, ai britannici resta da negoziare con la Ue e formalizzare le condizioni della loro uscita, cioè i suoi vari aspetti. L’accordo che l’UK contrarrà con la Ue merita grande rispetto.

Dobbiamo anche ricordare che nella Ue l’UK è sempre stato un socio eccentrico. Lo stesso Winston Churchill aveva detto, alla fine della Seconda guerra mondiale, che per assicurare la pace bisognava in­camminarsi verso gli Stati Uniti d’Europa senza includervi l’UK. Così è avvenuto.

Ciò detto, diventano importanti altre due affermazioni:

  1. la politica britannica, una volta presa la decisione di abbando­nare l’Ue con il referendum del giugno 2016, è entrata in un labi­rinto da cui sembra incapace di uscire. È rimasta intrappolata nella questione irlandese e nell’aritmetica parlamentare.
  2. L’aspetto economico è una componente assai rilevante della Brexit. Sia per i britannici sia per gli europei le conseguenze prati­che di questa decisione storica saranno rilevanti.

Dopo due anni di negoziati, il contenuto dell’accordo destinato a fissare le condizioni del periodo transitorio verso l’uscita definitiva dell’UK dall’Unione Europea è stato per tre volte respinto dal Parlamento britannico. La situazione è davvero molto confusa. Può accadere di tutto.

Due brevi considerazioni di sintesi. Primo: oggi, come ha scritto Robert Skidelsky, grande conoscitore di John Maynard Keynes, «i sostenitori del leave detestano la Ue più intensamente di quanto non la amino i sostenitori del remain». Secondo: quelli che vogliono re­stare pretendono che si torni a uno stato di appartenenza particolare e speciale, perché limitato e ristretto.

L’unica cosa che pareva unire quasi tutti era il desiderio di evitare un’uscita brusca, tuttavia il pericolo che vada a finire così c’è ed è concreto. Fin qui né Londra né Bruxelles sembrano aver trovato una strategia comune per affrontare un divorzio che è stato fissato per il 31 ottobre. Il tradizionale pragmatismo britannico saprà reagire in tempo?

La Brexit delineerà indubbiamente una nuova Ue, meno diver­sificata, ma anche meno coesa. Dopo un decennio di grandi tensioni economiche, sociali e politiche come conseguenza della crisi inizia­ta nel 2008, questa defezione lacererà l’attuale Ue. Si auspica che questo processo causi il minor danno possibile alla convivenza nell’UK e al progetto europeo, e risulti il meno gravoso possibile per i cittadini delle Isole e del Continente.