Cambiare gioco nel pensare ad una nuova voce organizzata di ispirazione cristiana

Si torna a discutere di cattolici e del loro impegno politico. Si può farlo a due condizioni.

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Di Domenico Galbiati già Pubblicato su www.convergenzacristiana.it

Si torna a discutere di cattolici e del loro impegno politico. Si può farlo a due condizioni. Anzitutto, che non si tratti di una riflessione ristretta ad una chiesuola di addetti ai lavori, condotta in chiave rievocativa. Piuttosto rapportando effettivamente il tema alla condizione storica del momento ed in vista di un impegno attivo, di carattere sociale e di ordine propriamente politico.

In secondo luogo, sapendo che, anche qui, come quando si parla di “centro”, e’ necessario adottare nuove categorie interpretative. Quelle del tempo che fu sono superate ed inservibili. Ad insistervi, si finisce in testa-coda.

Non si tratta, quindi, di rievocare un presunto partito “dei” cattolici – che, come tale, non e’ mai esistito ne’ di diritto, ne’ di fatto o un partito “di” cattolici. In ogni caso, la riflessione è obbligata, in relazione al tempo che viviamo. Non può essere elusa. E’ complessa, dato che, come non si stancava di ripetere Mino Martinazzoli, la religione è universale e la politica, al contrario, è particolare.

Tematica antica e pur sempre nuova poiché si ripropone, sempre la stessa, ma, ad ogni tornante della storia sempre in termini inediti e, quindi, da riesplorare ogni volta da capo.

Bisogna piuttosto cambiar gioco e prendere le mosse da una domanda radicale: ha ancora senso oggi, può essere utile o addirittura necessaria, la presenza in campo di una forza organizzata, autonoma e competente che si ispiri a principi e valori cristiani? Che assuma, come proprio orientamento di fondo, la concezione dell’uomo, della vita, della storia che corrisponde ad una antropologia cristiana?

E’ necessario capire, però,’ ed anzitutto, se la domanda può effettivamente essere posta, cioè’ se abbia senso. Vanno, perciò, chiarite almeno due premesse.

Anzitutto, che bisogno c’è di scomodare l’antropologia o comunque le loro radici filosofico-culturali come fattori necessari a dar conto della fisionomia politico-programmatica di forze che intervengono nel discorso pubblico?

Non siamo forse felicemente approdati ad una stagione post-ideologica, cosicché, gli stessi partiti cui spetta l’onere di canalizzare la rappresentanza, possono finalmente risolversi in agili e disincantate formazioni che la mettano tutta concretamente sul piano immediato della prassi, secondo una declinazione empirica delle cose del mondo che non sia più gravata da filosofemi astratti?

Senonchè,  le sfide epocali che ci assediano, l’intreccio in cui si avviluppano condizionandosi a vicenda sono tali e tante che forse possiamo raccontarcela così al bar sotto casa, ma, in effetti, se non c’è un pensiero fondativo che innervi una visione di lungo termine, e di coerenza complessiva del ventaglio tematico che dobbiamo affrontare, si va inevitabilmente incontro al fallimento.

Seconda premessa: non è che la domanda di cui sopra sia sostanzialmente retorica, cioè contempli una risposta scontata, nel nostro caso positiva, in quanto non si tratta di un “domandare” sincero, ma piuttosto della proiezione, più’ o meno inconscia, del nostro desiderio che, dopo le stagioni di Sturzo e di De Gasperi e Moro, la nostra cultura torni a pieno titolo nell’ agorà dei confronto pubblico, per quanto i tempi siano così profondamente mutati ?

A questo punto si potrebbe – per essere sicuri di non cadere in una tagliola mentale che ci fabbrichiamo da soli – guardare un attimo alla considerazione che hanno dei principi cristiani e della loro valenza sul piano civile, alcuni che ci osservano da fuori il nostro mondo.

Lasciamo, quindi, perdere, ad esempio – in quanto da cattolico dichiarato potrebbe apparire sospetto – Jean Luc Marion e quel che afferma nel suo recente volume ( “Breve apologia per un momento cattolico”) in ordine al rilievo civile che, in questa stessa fase storica, la presenza dei cattolici ha assunto in Francia, figlia prediletta della Chiesa, ma, ad un tempo, emblema della netta separazione tra Stato e Chiesa.

Guardiamo piuttosto a due filosofi dichiaratamente atei. Il primo, Francois Jullien – per quanto la sua sia una riflessione di ordine filosofico che non concerne immediatamente il piano politico – attraverso una lettura originale del Vangelo di Giovanni, sostiene come il Cristianesimo sia una sorgente viva di ricchezze per la vita dei nostri giorni, anche “senza passare per le vie della fede”, cioè anche per chi non crede.

Aggiunge che solo il Cristianesimo consente l’ “evento”, cioè l’ “accadere” di un inedito assoluto che e’ vita, esperienza di libertà e di verità.

Il secondo Jurgen Habermas – considerato il maggior filosofo vivente ed erede della scuola di Francoforte, pensatore post-metafisico ed, almeno metodologicamente, ateo, come si definisce – afferma chiaramente, a dispetto di tanti “illuminati” che vorrebbero confinarle nel privato della coscienza personale di chi ci crede, come le istanze religiose a pieno titolo debbano essere ammesse e debbano concorrere al discorso pubblico, in quanto recano in sé, in funzione della vita civile, valori ed intuizioni irrinunciabili che, peraltro, a suo avviso, vanno traslate da un linguaggio che lui ritiene mitico, ad un impianto concettuale razionale.

E’ possibile che chi, libero da pregiudizi, guarda al Cristianesimo dal di fuori, ne sappia cogliere la ricchezza forse meglio di molti che, vivendolo, dovrebbero conoscerlo, senonchè lo osservano con uno sguardo reso opaco dalla consuetudine?

E questo non aiuta forse a delineare uno dei caratteri essenziali che devono connotare una forza organizzata di ispirazione cristiana che voglia concorrere da protagonista agli sviluppi dell’attuale momento storico?

Dobbiamo pensare, infatti, ad una presenza che, consapevole dei principi e dei valori del Cristianesimo, faccia propria convintamente la Dottrina Sociale della Chiesa, assunta integralmente, e ne esplori, altresì, la consonanza con la nostra Carta Costituzionale.

Un movimento che garantisca il costante approfondimento – secondo una continuità che trascende le particolari fasi storiche – della cultura politica del cattolicesimo democratico e, nel contempo, sia, per più aspetti, concettualmente diverso da ciò che hanno rappresentato, nelle rispettive contingenze temporali, sia il PPI che la Democrazia Cristiana.

Partiti popolari e democratici, ma – per quanto forze aperte, non arroccate, ne’ autoreferenziali – necessariamente orientate ad organizzare, anzitutto, il consenso dei cattolici.

Senonchè, un movimento che voglia offrire oggi il concorso della propria ispirazione cristiana ad un momento difficile della nostra vicenda politica ed istituzionale, deve preoccuparsi, innanzitutto, di declinare i propri riferimenti – contestuali per chi crede al dono della fede – secondo un linguaggio che ne sappia mostrare, anche a chi il dono della fede non lo ha ricevuto, la valenza che è pure ed intensamente di ordine umano e di carattere civile, ad essi strutturalmente intrinseca. Così da proporre un approdo, la costruzione di una piattaforma di possibile impegno comune anche a chi proviene da altre culture.

Si tratta, allora, di invertire la tendenza degli ultimi decenni. Di riguadagnare la nostra capacità critica, la nostra autonomia di pensiero e d’azione.