CANDIDATURE, PROGRAMMI, ALLEANZE: UNO ‘SPETTACOLO’ CHE ACCRESCE IL DISTACCO DELLA PUBBLICA OPINIONE.

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Una campagna elettorale cominciata male. Siamo costretti a votare chi ci viene imposto dall’alto. L’astensionismo è un segnale allertato da tempo e tutti vorrebbero pescare in quel grande buco nero delle delusioni e dell’imbarazzo, della nausea e dell’indifferenza. Ciò che urta di più – almeno a me accade questo – è la concezione proprietaria della politica.

Da quando portavo i calzoni corti sento ad ogni elezione il solito refrain: “Questa volta votare è decisivo”. In Italia la politica ama il voto, adora i sondaggi, altre volte li teme, gioca a rimpiattino con le promesse elettorali, spesso mente sapendo di mentire, più che quietarsi a fare leggi buone ed utili ama il litigio, lo sconquasso, gli effetti speciali. Anche in questa occasione, dopo aver cacciato un Presidente che non rimpiazzeremo mai più, ora tutti si accaniscono nei soliti rituali e nelle liturgie che portano al voto.

Una campagna elettorale cominciata male, nella concitazione dei tempi brevi in cui bisogna decidere le candidature e le alleanze, in cui fioriscono nuovi simboli – rigorosamente con il nome del padre-padrino-proprietario. Stiamo vedendo di tutto e di più. Come in una pista di go-kart i politici cercano su un terreno scivoloso la migliore collocazione: chi se ne va sbattendo la porta può avere la dignità di non ricandidarsi, oppure non lo fa temendo di diventare un trombato eccellente, o ancora cambia casacca, gruppo, persino idee pur di essere riconfermato. Io credo che se il partito di prima ti andava stretto, oppure ti senti tradito non ne cerchi uno nuovo: rischi di correre fianco a fianco con chi hai combattuto per anni, persino di smentire te stesso. 

Ma possibile che si contino sulle dita di una mano coloro che ammettono: ho fatto la mia parte, cose giuste e cose sbagliate, come è umano che sia, ora passo la mano, magari per la legge dei grandi numeri esiste qualcuno migliore di me? Non c’entrano le conversioni, bisognerebbe avere il coraggio di dire che nessuno è indispensabile. Dopo una figura così vergognosa da suscitare reazioni in tutte le cancellerie e le redazioni dei quotidiani più prestigiosi del mondo, questa era l’occasione buona per rinnovare davvero. Prevale invece il gioco della coperta corta da tirare di qua e di là: pochi rinunciano e fanno testo solo per gli archivi parlamentari o le segreterie dei partiti.

In qualche mese abbiamo assistito a metamorfosi politiche da “Guerre stellari”, tutti devono portarsi sulla linea di partenza, non c’è spazio né per il merito certificato né per il nuovo: siamo costretti a votare chi ci viene imposto dall’alto. Osserviamo signori e signore posizionarsi per i selfie con i nuovi capi partito, e a sorbirci le solite manfrine: frasi fatte, parole che conosciamo a memoria, tutti vogliono mettersi al riparo di una candidatura sicura. Campo largo, progressista, area dei liberali o dei conservatori: tutti rivendicano diritti, non ho sentito pronunciare una volta sola la parola “doveri”. L’astensionismo è un segnale allertato da tempo e tutti vorrebbero pescare in quel grande buco nero delle delusioni e dell’imbarazzo, della nausea e dell’indifferenza. Un gioco provato altre volte ma il trend dei votanti segna sempre una deriva al ribasso.

Ciò che urta di più –almeno a me accade questo- è la concezione proprietaria della politica. Girare nei mercati a distribuire santini non è attenzione ai bisogni della gente, fare i selfie dopo i comizi è come dire “caro amico, caro compagnaccio, mi ricorderò di te, se mi riporti questa foto ne riparleremo”.

Ho ascoltato commentatori autorevoli come Mieli, Franco, Rampini esprimere una malcelata indignazione per il modus operandi dei leader e dei loro fedeli vassalli, valvassori e valvassini. Tutti pronti ad azzannare l’osso da portare a casa: tante paghe per il lesso diceva Manzoni e aveva capito tutto.

C’è chi tira a polarizzare verso un neo bipolarismo (già ampiamente fallito) chi invece rincorre il sogno del centro come luogo di moderazione e mediazione. Ho letto centinaia di articoli che teorizzavano un centro nuovo, popolare, che partisse dal basso ed ora si trovano smentiti e spiazzati dai giochi di palazzo. In una società composita e conflittuale è difficile trovare radicamenti mediani: ci si può provare in parlamento in modo tale che chi è già seduto sugli scranni trovi un posizionamento corretto. Contano molto anche le sfumature: noi non siamo democratici o repubblicani, labour o tory, si passa tutto l’arco parlamentare da una parte all’altra e si trovano gruppi e formazioni di ogni congerie, differenziati da sfumature impercettibili che non riusciamo a superare. Colpa della personalizzazione della politica: provi qualcuno della società civile, fosse anche il più colto, retto e onesto dei cittadini a farsi avanti. Tutto è blindato, appannaggio di chi ha maturato una legislatura o ci sa fare nei maneggi di mediocre cabotaggio morale.

Difficile dunque, pur di fronte ad una composizione variegata dell’emiciclo, trovare il partito o l’alleanza adatti. C’è sempre un neo, una virgola, un preambolo, un accidente che rende molti indecisi fino all’ultimo. Mentre scrivo queste poche righe mi giunge notizia che il Parlamento ha approvato il Decreto aiuti: ci sono molti oboli ma non una riga, non una parola per i lavoratori fragili. Il Governo li lascia senza tutele, magari il tema sarà oggetto di campagna elettorale, intanto chi ha un tumore o è immunodepresso non può ammalarsi o chiedere lo smart working. Cari politici è su queste cose che si gioca la vostra credibilità, non sulle promesse o sulle parole. Da questo punto di vista siete tutti uguali. Adesso vi interessa la poltrona, chi vivrà vedrà. Che vergogna, anzi che indegno squallore.