Canzoni scritte domani

«Con De André si prega. Anche molto bene».

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Articolo pubblicato dall’Osservatore Romano a firma di Giampaolo Mattei

«Con De André si prega. Anche molto bene». Così bene che il gesuita Jean-Paul Hernández ha messo su, qualche anno fa, in quel crocevia artistico che è piazza Santo Stefano a Bologna attraverso la Rete Loyola, una serie di concerti e di dialoghi per “vivere” De André. Con questa “avvertenza & modalità d’uso”: «Non si tratta di “battezzare” De André. Sarebbe un’invasione disonesta nel segreto della sua coscienza. Ma si tratta di chiedere a un artista come De André di aiutare noi credenti ad approfondire il mistero di Gesù e i paradossi della nostra fede. Si tratta di chiedere aiuto a credere a chi, forse, è non credente».

Perché «con De André si prega molto bene» ma ci si guarda anche dentro — con tanta solidarietà per noi stessi e per agli altri — e soprattutto le sue canzoni non hanno tempo: La Buona Novella compie esattamente cinquant’anni ma sembra scritta… domani.

Tra le immeritate opportunità di conversione che i miei quasi 35 anni di servizio a «L’Osservatore Romano» mi hanno offerto c’è proprio l’incontro con De André. Lo ricordo in una nuvola di fumo (accendeva e spengeva sigarette di continuo, senza quasi fumarle) suggerire: «Nessuno mi toglie dalla testa che Cristo avrebbe salvato tutti e due i ladroni che stavano sulla croce accanto a lui, sì, anche quello cattivo Ma forse il suo ufficio stampa, gli evangelisti, non hanno voluto, Ecco così ribadita l’attualità della mia vecchia canzone Il Testamento di Tito». Mi congedai da lui sorpreso per la sua attenzione alla persona di Gesù (chiaro che se ne era innamorato e ci aveva studiato tanto su). Portando con me non un autografo (mi vergognai a chiederlo) ma la convinzione, per dirla con la sua poesia, che “dal disagio può nascere qualcosa di bello” e con la voglia di “sfiorare quella Mano che accende le stelle”. Uno stato d’animo che ho rivissuto anche con Francesco Guccini e il suo modo umile di spiegarmi una sua canzone “battezzata” con un verso del profeta Isaia.

Padre Hernández ha raccolto i pensieri su questa mistica “atea”, condivisi tra gli universitari, in piazza a Bologna, partendo dalla considerazione che dalla sua prima canzone su Gesù (Si chiamava Gesù), nel 1967 (stesso anno di Via del Campo e Bocca di Rosa), De André pone in opposizione l’umanità e la divinità di Gesù: «Non intendo invocare la grazia e il perdono di chi penso non fu altri che un uomo». E se denuncia una salvezza apparentemente inesistente — “[Penso] non sia servito a molto perché il male dalla terra non fu tolto” — davanti alla croce, nella stessa canzone, ascoltiamo: «Ma inumano è pur sempre l’amore di chi rantola senza rancore perdonando con l’ultima voce chi lo uccide fra le braccia di una croce». C’è dunque per De André qualcosa di “inumano” nel come è morto Gesù. La croce è per lui l’unica porta di accesso a ciò che altrove chiama Dio. Insomma, l’infinita gratuità, la libertà assoluta, questo si può chiamare “Dio”. Ma come far coincidere questo con l’intera vita di un uomo? Padre Hernández fa notare che De André inizia, in quegli anni, a “rivisitare Gesù” a partire dai Vangeli apocrifi e decide di usarli per cantare la bellezza dell’umanità di Gesù nell’album La Buona Novella. Farlo nel vortice del Sessantotto è rivoluzionario a due titoli. Anzitutto perché raccontare la poesia di Maria e di un bambino in piena rivoluzione sessantottina è al quanto controcorrente e suscita subito risate e disprezzo (come ricordò egli stesso). Secondo, perché De André si pone come colui che vuole raccontare alla Chiesa la bellezza dell’uomo Gesù. A una Chiesa che sottolinea il vero Dio, De André oppone il vero uomo. Fa da profeta laico e così aiuta il credente a sentire profondamente quanto sia “impossibile” la fede. Proprio per quello è fede. Credere è credere nell’impossibile. L’impossibile di nome Gesù. Rivivendo la Passione attraverso La Buona Novella, davanti alla croce il cuore di De André va a tutti i crocifissi della storia. Alle morti innocenti. Anzi, davanti alla croce si radicalizza l’impossibilità di mettere insieme Dio e uomo. Per De André l’uomo della croce è interessante a patto che rimanga solo uomo. Altrimenti è una “falsa sofferenza” perché sa già della risurrezione.

Per De André gli straccioni e i poveri sono l’unica vera “croce”. Con questa provocazione radicale De André pone la domanda sulle “false immagini di Dio”. Più tardi nella canzone Creuza de Mâ canterà: «E a munta l’ase gh’è restou Diu / u Diàu l’è in çe e u s’è gh’è faetu u niu» (“E a montare l’asino c’è rimasto Dio / il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido”). Mostrando la piena umanità di un Cristo che soffre solo se uomo fino in fondo, De André riconosce la vera divinità. Questo capovolgimento è molto vicino allo stile stesso dei Vangeli (canonici, questa volta) rileva padre Hernández.

E non a caso per secoli il cristianesimo ha evitato di rappresentare la croce. Un Dio morto in croce non è un Dio “come dio comanda”. La massima sofferenza umana coincide con la fine di ogni dio. Si potrebbe dire che De André è a-teo nello stesso senso in cui anche i primi cristiani erano accusati di ateismo proprio perché rifiutavano tutte le immagini “divine” di Dio.

Padre Hernández ha altri due punti da scavare, in modo più personale. De André presenta un Gesù puramente umano, anzi sembra quasi che Gesù mostri quanto un semplice uomo sa essere superiore a Dio: «Con un gesto puramente fraterno, una nuova indulgenza insegnò al Padre eterno». Vale a dire: Dio dovrebbe imparare dall’uomo a essere Dio. E qui esce fuori ancor più l’animo del gesuita, rammentando che la spiritualità ignaziana insegna a dare un nome ai sentimenti e a leggere nei movimenti dell’interiorità umana il misterioso linguaggio di Dio. Ma ci aiuta prima di tutto la comunità cristiana: è solo in un contesto di profonda condivisione che s’impara a essere uomo, come Dio ha imparato.

Infine, suggerisce ancora padre Hernández, De André è sempre fine, profondissimo sulla persona di Gesù. C’è invece un attacco frontale a ciò che nella religione è “la legge”. Il Testamento di Tito è la dichiarazione di guerra alla religione come morale: «Io nel vedere quest’uomo che muore,… madre, ho imparato l’amore». È una parafrasi del finale della Passione di Marco, in cui il centurione pagano vedendo Gesù morire dice “quest’uomo veramente era figlio di Dio”. Ogni strofa del Testamento di Tito potrebbe essere preceduta dalle parole «anch’io che… [ho rubato, ucciso, bestemmiato,…]» e potrebbe concludersi con «… ho scoperto l’amore». E forse qua De André ci sta provocando nel modo più profetico. La fede non sono “i sani principi”. Non si tratta di doveri o di “fare i bravi” o “essere coerenti”. Se la fede è ridotta a una morale abbiamo distrutto la fede. Si tratta invece “solo” di dare la vita. Perciò questo, conclude padre Hernández, è un canto vocazionale per eccellenza. Davanti a colui che ha dato la vita per te, tu impari a dare tutto: la vita.