Capitalismo beffardo. La sua morte è una “notizia fortemente esagerata”. Pensarne il dinamismo è già una politica.

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Proponiamo ampi stralci della recensione, apparsa su “doppiozero.com” a firma di Franceco Guala, del libro di Wolfang Streeck che l’editrice Moltemi ha recentemente mandato in libreria.

Redazione

Se il capitalismo fosse una persona e potesse parlare, ogni dieci anni dovrebbe annunciare, come fece Mark Twain, che ‘la notizia della mia morte è fortemente esagerata’. Più o meno ogni decennio infatti una crisi economica scuote le fondamenta dell’ordine costituito, e qualcuno si chiede se sia la volta buona: il capitalismo sta esalando gli ultimi respiri? Wofgang Streeck si pone questa domanda nel libro Come finirà il capitalismo? Anatomia di un sistema in crisi, recentemente pubblicato da Meltemi. Streeck è professore emerito di sociologia economica, ex direttore di un centro di ricerca del Max Planck Institute. Il libro raccoglie diversi saggi scritti nell’ultimo decennio, dedicati all’analisi del capitalismo e del suo destino.

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Streeck riconosce che non esiste al momento una teoria in grado di concettualizzare in modo preciso il capitalismo. La definizione più puntuale che troviamo nel libro identifica l’essenza del capitalismo nell’ ‘accumulazione privata del capitale’ e nel ‘libero scambio contrattuale guidato da calcoli individuali di utilità’. Purtroppo nessuno di questi elementi è davvero distintivo: individualismo, libero mercato (del lavoro in particolare) e accumulazione del capitale co-esistono in Europa almeno dalla fine del feudalesimo. Ma la sensazione è che definire il capitalismo non sia così importante per Streeck, e che fornire una teoria rigorosa non sia il suo obiettivo principale.

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Streeck insiste sulla natura dinamica del capitalismo, e sulla costante necessità di reinventarsi per sopravvivere alle crisi. Le crisi, a loro volta, sono generate da quelle che un marxista avrebbe chiamato ‘contraddizioni’ del sistema. Si tratta di tensioni sia interne che esterne, nel senso che il capitalismo convive in modo conflittuale con altre istituzioni dalle quali però dipende la sua stessa esistenza. Fra queste Streeck enfatizza in particolare la democrazia e la morale del senso comune, fondata su egalitarismo e meritocrazia. Il capitalismo ha bisogno di queste istituzioni sia per ragioni ideologiche – il sistema deve essere percepito come ‘giusto’ e funzionale al benessere di tutti i cittadini – sia per proteggersi dagli istinti predatori delle élite che potrebbero in ogni momento distruggerne gli incentivi.

 

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L’ipotesi di Polanyi e Streeck, come di molti sociologi contemporanei, è che qualsiasi sistema economico sia ‘incastonato’ (embedded) in un sistema sociale più complesso, e che per miopia rischiamo di perdere di vista questa relazione di dipendenza. La critica è rivolta agli specialisti – gli economisti in particolare – che come si è detto hanno rinunciato a fornire analisi di ampio respiro. I sociologi dovrebbero assumersi questo compito, come argomenta Streeck nel capitolo conclusivo (‘La missione pubblica della sociologia’). Il problema è che non è chiaro quali strumenti tecnici li possano aiutare. I saggi riuniti nel libro sono in effetti delle sofisticate rassegne di fenomeni politico-economici ampiamente documentati e discussi nella letteratura giornalistica degli ultimi due decenni: l’instabilità dei mercati finanziari, l’aumento del debito pubblico e privato, la rivoluzione tecnologica digitale e il suo impatto sull’occupazione, la globalizzazione e delocalizzazione della produzione, l’invecchiamento della popolazione, l’immigrazione, la crescita della disuguaglianza, la crisi ecologica, eccetera eccetera.

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I modelli delle scienze sociali contemporanee non ci aiutano, e nessuno ha il coraggio di proporre teorie di lungo periodo come quelle dei cicli storici hegeliani o marxisti. Forse dovremmo semplicemente rallegrarci che gli scienziati sociali siano diventati più umili dei loro predecessori. Resta il fatto che nessuno sa dare una risposta alla domanda ‘Come finirà il capitalismo?’. Forse per uno dei molteplici fattori citati da Streeck, ben noti a chi segue i dibattiti politici contemporanei; oppure, forse, non finirà – per lo meno non nel corso delle nostre vite – e continuerà ad aggirarsi nel cimitero delle idee, facendosi quattro risate alle spalle di chi si è posto questa domanda.

 

La recensione è di Francesco Guala. Per leggere il testo integrale digitare il seguente link.

https://www.doppiozero.com/materiali/capitalismo-beffardo