Carlo Donat-Cattin, un Popolare nella DC

Chi se non Donat-Cattin avrebbe potuto portare a compimento la legge 300, che passerà alla storia come lo Statuto dei lavoratori?

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Fonte Associazioni Popolari

Esattamente cento anni fa nasceva a Finale Ligure Carlo Donat-Cattin. La Fondazione torinese a lui intitolata ha già proposto per ricordarlo autorevoli testimonianze e biografie ricche di spunti che ne hanno messa in luce la poliedrica e luminosa carriera. Vogliamo qui tratteggiarne la figura attingendo dai suoi discorsi parlamentari, raccolti in due ponderosi volumi editi dalla Camera dei Deputati, che lo avrebbe visto protagonista per cinque legislature dal 1958 al 1979, per poi passare al Senato nelle tre legislature successive. Il giornalista, partigiano, sindacalista Donat-Cattin sarebbe forse anche stato eletto prima del ‘58, se non si fosse guadagnato la nomea di “democristiano scomodo”: nel 1953 il potentissimo presidente dell’azione cattolica Luigi Gedda si oppone al suo inserimento nelle liste per le elezioni politiche: È un militante scomodo, che difficilmente si adatta, con disciplina, alla linea politica decisa dal vertice del partito.

Se è diventato famoso come Ministro del Lavoro o, come lui preferiva dire, Ministro dei lavoratori, non stupisce che sia stato assertore della necessità di un trasferimento di parti del reddito nazionale e anche del potere politico a favore dei lavoratori dipendenti. Attento alle loro necessità di vita (Il primo problema è quello degli affitti), chiede il blocco degli sfratti e la costruzione di edilizia popolare:È estremamente difficile invitare i lavoratori alla calma nelle loro richieste quando i padroni di casa non si comportano ugualmente con i canoni d’affitto, lamentando aumenti dell’80- 90 % negli ultimi quattro anni(25 luglio 1963).

L’attenzione alle spinte sociali comporta a volte proposte audaci come quella di fissare un tetto massimo alle pensioni, mettendo in pericolo consolidati privilegi e causando furibonde reazioni:Toccati sul vivo i gruppi privilegiati reagiscono. Io ho visto alcuni giornalisti (e Donat-Cattin era anche lui giornalista) giungere al livello della diffamazione… si è passati alle minacce, agli ostracismi, alle telefonate notturne e diurne a veri e propri atti di mafia, ricattatori e minacciosi verso le persone che hanno presentato questo emendamento (29 marzo 1969). Non era raro che con i suoi interventi si attirasse gli applausi dal settore di sinistra del Parlamento.

Chi se non Donat-Cattin avrebbe potuto portare a compimento la legge 300, che passerà alla storia come lo Statuto dei lavoratori? Lo strumento per un’affermazione dura e precisa dei diritti dei lavoratori che, come cittadini partecipano alla costruzione di una Repubblica fondata sul lavoro e vogliono che sia riconosciuta la possibilità di organizzazione e di manifestazione dei loro interessi, che essi sanno autonomamente inquadrare nel contesto degli interessi nazionali (14 maggio 1970).

In parallelo con le lotte operaie, sono gli anni in cui si manifesta la protesta degli studenti, che pochi democristiani compresero nelle ragioni, nelle prospettive e nelle possibili derive che si sarebbero manifestate negli Anni Settanta. Donat-Cattin è tra i pochi a considerare le motivazioni di fondo del movimento studentesco che avverte la necessità di rapporti di collegamento con il movimento operaio. Il Sessantotto deve essere interpretato e indirizzato dalla politica: Tocca alle forze politiche mettere il movimento operaio, il movimento studentesco e ogni altra forza viva di fronte a scelte organiche. In tal modo si differenzieranno le spinte estremiste e velleitarie da quelle con reale capacità di trasformazione, le linee settoriali da quelle politiche senza definizioni aprioristiche, senza preclusioni dottrinarie e ideologiche che nascondono molte volte intenzioni di difesa del proprio esclusivo potere (10 luglio 1968).

Se il suo ruolo di Ministro del Lavoro è certo il più conosciuto, nei suoi discorsi parlamentari troviamo anche profonde analisi e intuizioni su temi allora secondari, ma divenuti di sorprendente attualità, come la riforma del sistema radio televisivo dibattuta nel 1973 di fronte alle pionieristiche TV via cavo. Donat-Cattin prefigura e combatte un processo di concentrazione massiccio e limitatore del diritto all’informazione, che è proprio di tutti i cittadini, nella misura in cui queste trasmittenti finissero nelle mani di pochi e potenti. Una equilibrata ripartizione dei proventi pubblicitari e un democratico regolamento del diritto di accesso a tutti i mezzi con i quali si possono comunicare la propria idea e il proprio indirizzo agli altri sono scelte capaci di ovviare alla concezione di un vecchio liberismo, del diritto alla libertà di stampa e del diritto di comunicare le proprie idee riservato a che ha grandi mezzi finanziari, entrando invece in una logica che corrisponde alla nostra concezione di democratici cristiani: quella della saldatura delle libertà attraverso la valorizzazione della realtà della società, delle sue forze collettive, delle forze intermedie, delle autonomie locali.

Questo delle Autonomie è un tema cardine del popolarismo. Non risulta che il trentenne torinese abbia avuto modo di incontrare Luigi Sturzo, e rimane solo la coincidenza che la sua nascita coincida con la fondazione del Partito popolare italiano. Ma in alcuni ambiti è evidente il filo che lega Carlo Donat-Cattin al popolarismo sturziano. Un altro dei temi forti in comune è l’attenzione al problema più antico dello stato italiano: la questione meridionale. Come scrisse il napoletano Francesco Compagna: Lui, ligure-piemontese, è stato il miglior ministro dei meridionali. Per Donat-Cattin l’industrializzazione del Mezzogiorno non si può ottenere con lo strumento prevalente o esclusivo delle partecipazioni statali, neppure con la somma di poche decisioni sensazionali relative a iniziative mastodontiche, forse elettoralmente produttive nel breve termine ma in fondo sterili. Al Sud occorre un’industrializzazione competitiva, diversificata e auto-propulsiva. Ma l’industrializzazione non può essere sufficiente da sola: occorrono anche il riassetto delle strutture e delle funzioni dell’amministrazione pubblica e un forte intervento in agricoltura, una leva che può attivare la maggiore riserva esistente e il prevalente potenziale di imprenditorialità interni al Mezzogiorno (dicembre 1973).

Non solo sul Mezzogiorno è forte e diretto il legame con il pensiero di Luigi Sturzo, ripreso a piene mani nel discorso tenuto durante la seduta del 12 agosto 1979: Noi non siamo marxisti né liberali. Siamo cresciuti nel solco tracciato per faticosi decenni nella gleba dell’Italia contadina, tra le minoranze cattoliche dei quartieri operai e degli opifici di vallata, nel popolo minuto dedito all’artigianato e al commercio, nella schiera di educatori, intellettuali, imprenditori, scienziati chiamati alla vita sociale dall’ispirazione cristiana. Siamo popolo nell’accezione sociologica, chiamato alla politica secondo una spinta partita dalla base del mondo cattolico, alla conquista di una dimensione laica. Siamo i continuatori della tradizione politica del popolarismo. (…) La validità della nostra concezione è piena, proiettata al futuro, ed è di per sé garante del nostro essere assai diversi da un polo conservatore.

Se forte è stato il legame con il popolarismo, altrettanto saldo, nel corso della sua intera vita politica, si è mantenuto quello con l’ispirazione cristiana, sempre però declinata nell’intimo e con discrezione sabauda, inscindibilmente unita ad un altro dei fondamenti della concezione politica di Sturzo, la laicità. Da Ministro della Sanità dovette affrontare delicate questioni su biogenetica, e aborto. Seppe rispettare la Legge 194, sottolineando in particolare la bontà della prima parte che tratta del sostegno alla vita e del rifiuto dell’aborto come mezzo per il controllo delle nascite. Una legge ad adiuvandum, dunque, perché invece che all’aborto la donna possa giungere alla maternità, in partenza negata per esistenti difficoltà (5 luglio 1988). E per questo destinò ai consultori cifre in bilancio ben più corpose dei predecessori.

L’attenzione alla qualità della vita delle persone non poteva dimenticare la condizione degli anziani disponendo che il servizio sanitario organizzasse anche l’assistenza a domicilio, cercando il coinvolgimento, non solo economico, delle famiglie: Mi pareva strano che, sostenendo il valore della famiglia come dato primario di assistenza e di benessere dell’anziano (questa è la nostra convinzione, tanto che affidiamo una priorità all’assistenza a domicilio), poi si pretendesse che nell’assistenza a domicilio tutte le spese fossero a carico dello stato senza alcun contributo della famiglia. Mi sembra un concetto di famiglia fatto solo di buoni sentimenti, ma privo di atti concreti: la solidarietà famigliare dovrebbe esprimersi pure in relazione alla capacità di reddito di ciascuno. È chiaro che in mancanza di tale capacità, interviene sussidiariamente lo Stato con una propria partecipazione.

Chiudo questo ricordo del “Senatore”, come lo chiamavamo noi giovani di Forze Nuove affacciati alla politica negli anni Ottanta, con le parole che il presidente del Senato Spadolini gli dedicò durante la commemorazione ufficiale il 27 marzo 1991, pochi giorni dopo la scomparsa: Un uomo che ebbe molti avversari, che non si tirò indietro nei momenti drammatici che segnarono profondamente la sua esperienza anche personale, ma un uomo di cui tutti, anche gli oppositori più decisi, hanno dovuto sottolineare la forte personalità, il senso profondo e tormentato della libertà e della democrazia che sempre lo ispirò, la lealtà e l’intelligenza critica che fecero di lui una figura inedita nella vita politica italiana, con il coraggio di difendere sempre le opinioni ed i valori che aveva posto a fondamento della propria vita, anche a costo dell’impopolarità.