Furla (CISL): Carlo Donat-Cattin uomo di Governo e Leader DC

Intervento di ANNAMARIA FURLAN

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È per me e per la CISL tutta, un grande onore partecipare al ricordo di Carlo Donat-Cattin nell’ambito di questa iniziativa. Ricordando Lui, le ragioni e il profilo del suo impegno, ricordiamo la centralità del lavoro e della persona, quindi dell’agire sindacale nell’esperienza originale della CISL, della quale Carlo Donat-Cattin è stato un illuminato testimone.
Dico questo perché dal mio punto di vista, la persona di Carlo Donat-Cattin ha rappresentato durante la sua intera vita e militanza, prima sindacale e poi politica e di Governo, una figura di riferimento per il mondo del lavoro, con una straordinaria e non usuale continuità di pensiero e di azione, quindi di coerenza, che non ha mai cambiato.
Mi sento di affermare che la sua impronta, il suo modo d’intendere il rapporto con il mondo erano e sono sempre rimasti quelli di un sindacalista nel senso più profondo e nobile del termine; almeno secondo la visione della CISL.
Si possono ancora oggi valorizzare aspetti straordinariamente moderni del suo contributo e un’ulteriore interpretazione del rapporto con Giulio Pastore – di cui celebriamo quest’anno il cinquantesimo della morte – certamente dialettico in molte fasi, ma caratterizzato da obiettivi di fondo autenticamente condivisi.
Pur nella complessità di quegli anni, ritrovo in lui e nel suo agire gli straordinari valori che ancora oggi distinguono l’esperienza cislina e sono questi gli aspetti che vorrei evidenziare nel tempo a mia disposizione.
Parto proprio dal rapporto tra i due leader, perché attraverso di esso possiamo tratteggiare in modo efficace le caratteristiche del tempo e l’essenza della loro ispirazione.

Le questioni dell’autonomia e della concretezza nel pensiero di Carlo Donat–Cattin e il rapporto con Giulio Pastore
Per entrambi possono sicuramente valere le parole di Sergio Mattarella, scritte in un ricordo di Donat-Cattin poco dopo la sua scomparsa, che faccio mie: “la convinta pratica della dignità della politica, richiede di non sottovalutare nessun problema, di accostarsi a ogni decisione mettendo sul tavolo ogni argomento e ogni considerazione utile per le scelte da fare; ritiene che il primo nemico sia la cristallizzazione e l’immobilità; che la formazione dei quadri sia un passaggio decisivo per ogni organizzazione orientata al futuro; che la prima dote del leader sia l’attitudine a cogliere il significato essenziale delle questioni e dei momenti che si vivono”.
Compiti, questi, ai quali Pastore e Donat Cattin – pur così diversi per carattere e per formazione culturale di base, ma così legati nella fratellanza dei valori di verità, di giustizia, di libertà e di democrazia – si accostarono nella consapevolezza dei propri limiti personali. Il che li portò a circondarsi e a dialogare con uomini di cultura e di alta preparazione professionale per capire ciò che di meglio si può fare al mondo. Anche quel senso del limite era il frutto prezioso, e non casuale, di una fede mai ostentata, profonda, serena, sincera.
In quell’approccio era ben riconoscibile il loro comune intendere le esigenze concrete del popolo dei lavoratori e l’interesse ai bisogni reali di quel popolo, materiali e immateriali, al progresso nelle condizioni di lavoro e di vita, alla crescita culturale e umana e perciò all’indispensabile lavorio quotidiano e costante del sindacato e della politica.
Quell’orizzonte di senso condiviso si fondava sulla capacità dell’intermediazione di corrispondere alle intenzioni del bene comune più di quanto possa accadere quando il dialogo tra il popolo, le rappresentanze sociali e le rappresentanze politiche entrano in sofferenza, perché in quel caso ne risente non solo la rispettiva autonomia, ma soprattutto la possibilità di riconoscersi in un progetto di cambiamento e di solidarietà realisticamente raggiungibile.
Ecco allora che, in termini sindacali, le divergenze tra Donat-Cattin e Pastore sono state l’interpretazione nobile della rappresentanza sociale in rapporto con la rappresentanza politica, così come vuole la democrazia pluralista, tenuto conto delle declinazioni non sempre facili e lineari dell’autonomia, soprattutto in quel tempo.
Posso quindi affermare, a dimostrazione della comunanza di valori ispiratori dei due leader, in un certo senso mutuati dalla cristiana sensibilità verso i bisogni e le aspettative di giustizia della gente comune, che in entrambi era ben presente la necessità di garantire l’autonomia del Sindacato, che tuttavia ipotizzavano di assicurare in forme e modi sostanzialmente differenti.

Il valore della democrazia, della persona e del lavoro
La rigorosa difesa della democrazia, senza compromessi e senza mezze misure, era per Carlo Donat-Cattin la premessa per un lavoro a tutto campo, a tutti i livelli.
Fu sicuramente esemplare il suo impegno, a inizio anni Cinquanta, per affermare il ruolo dei lavoratori nella dinamica aziendale. Perché anche nelle fabbriche – scriveva Donat-Cattin – “è certo che la democrazia non può essere, nel concreto, una parola con la quale gli uomini si prendono in giro gli uni con gli altri”. Senza infingimenti, dunque.
Si tenga presente che quelli furono gli anni dei grandi ideali, che plasmarono poi il nostro modello sociale, politico, istituzionale e di rappresentanza.
Erano gli anni, per l’appunto, nei quali la Cisl portò l’azione sindacale su terre nuove e sconosciute, quelle dello sviluppo e dell’emancipazione materiale, culturale, politica e civile dei lavoratori. Intuizioni e anticipazioni alle quali ne seguirono molte altre e che connotarono una stagione riformista promuovibile solo da un soggetto libero, autonomo e pragmaticamente orientato alla persona e al bene comune. Quella dimensione che tuttora perseguiamo e che oggi definiremmo “per” e non “contro” qualcosa.
La visione della persona e dei valori umani da affermare nella storia è riconoscibile in tanti altri passaggi della biografia pubblica di Carlo Donat-Cattin. Basti ricordare la sua sintonia con i problemi del Mezzogiorno, per i quali si è battuto più di tanti altri cercando sempre l’anima popolare anche dentro il suo partito.
Comune alla Cisl era la visione etico-pedagogica necessaria per agire concretamente nel sociale, puntando sulle persone che danno volto ai rispettivi ceti, sulle risorse del solidarismo e dell’umanità necessarie per raccogliere la domanda sociale di tutte le espressioni vive della società. Quindi dalla persona alla società e non viceversa.

Il valore del pragmatismo fondato sull’approfondimento come presupposto, sul dialogo come metodo e sull’elaborazione come approccio all’azione
Secondo alcuni la personalità estremamente complessa di Carlo Donat-Cattin è descrivibile solo attingendo a una vasta gamma di peculiarità soggettive.
Certamente è stato un uomo dotato di forte curiosità intellettuale e di alto senso del dovere.
Non a caso Donat-Cattin era uno di quei dirigenti che non si limitava a qualche scambio di battute e di idee, ma aveva bisogno di approfondimento, di dialogo, di elaborazione. In questo senso è stato un interprete indubbiamente esemplare della nobiltà del ruolo di una classe dirigente politica e sindacale che non si distaccava mai dagli avvenimenti e che viveva in prima linea le proprie battaglie con grande passione.
L’altra sua spiccata peculiarità era lo sforzo costante di comprendere i problemi del mondo del lavoro e degli imprenditori, di indagare le ragioni del benessere e le cause della sofferenza delle persone, secondo quell’orientamento al bene comune che caratterizza da sempre la CISL.
Entrambe queste peculiarità ancora oggi contraddistinguono il modello di rappresentanza della CISL, fondato sull’azione consapevole e responsabile, sull’orientamento strategico e sulla visione d’insieme.
In una omelia Mons. Achille Silvestrini ha scritto che quel bisogno di capire il significato profondo delle cose, una vera e propria “lezione evangelica”, Donat-Cattin l’aveva appresa dalla gente comune. Per lui l’identità cristiana non si limitava a ispirare le speranze; era piuttosto la fonte di azioni concrete non per ideologia e neanche per presunzione, ma per il senso proprio del popolo, della gente che va verso qualcosa cui aspira.
È la lezione difficile che viene dalla sofferenza e che ha consentito a Carlo Donat-Cattin di vivere esperienze che l’hanno portato sulle frontiere più aspre dell’azione sindacale, così come è accaduto a tanti della sua generazione di sindacalisti cislini, che da quelle radici hanno tratto linfa e segno del proprio impegno per il sindacato libero e autonomo.
Coerentemente Carlo Donat-Cattin si presentò puntuale all’incontro con la storia nella sua veste di ministro del Lavoro, assumendo la proposta di legge sullo Statuto dei lavoratori, legge poi riscritta in base a nuove mediazioni politiche, ma che vide Donat-Cattin protagonista assoluto in quella che possiamo definire una pietra miliare del sistema delle regole e delle tutele per il mondo del lavoro.
Fra i molti eventi legati al suo nome nelle due stagioni che lo videro al Ministero di Via Flavia voglio ricordare, tra gli altri, i due lodi entrati a pieno titolo negli annali della storia sindacale e politica nazionale e che ben ne connotano la vocazione pragmatica.
Il primo relativo al rinnovo del CCNL dei metalmeccanici del 1969, simbolo dell’“autunno caldo” per la vastità e l’intensità del conflitto sociale che si aprì nel Paese in un contesto politico lacerato dalla strage terroristica di Piazza Fontana a Milano, premonizione degli “anni di piombo”.
L’accordo fu raggiunto, grazie alla mediazione decisiva di Donat-Cattin Ministro del lavoro, che gettò le basi per un concreto avanzamento dei diritti collettivi e individuali, contribuendo a mantenere il conflitto sociale nell’alveo sicuro della legalità e della dialettica sindacale.
Il secondo evento fu il rinnovo del CCNL dei bancari dell’aprile del 1990 e il lodo ministeriale grazie al quale fu rinnovato.
Quasi che il destino volesse offrirgli, per l’ultima volta, la sua dimensione elettiva, quella dei conflitti sociali apparentemente inconciliabili, nei quali Donat-Cattin sapeva esprimere mediazioni raffinate, perfezionate in una vita che ben conosceva, per esperienza diretta, i problemi dei lavoratori e le sofferenze sociali degli esclusi.
Alla vigilia dei processi di liberalizzazione, di privatizzazione, di concentrazione che avrebbero investito il sistema bancario negli anni Novanta del Novecento, l’Associazione Bancaria intendeva rompere l’unità contrattuale della categoria.
Il Ministro scrisse di suo pugno, in diretta e alla presenza delle Parti Sociali, sia la formulazione dell’area contrattuale che rese tale contratto unico nel suo genere, sia la formula per misurare gli incrementi di produttività quale precondizione per negoziare un’equa ripartizione dei guadagni di produttività fra salari e risultato di gestione.
Ecco perché, Donat-Cattin è stato parte della storia della Cisl ben più di quel che si potrebbe dedurre da una sua sempre più marcata militanza politica sin da metà degli anni Cinquanta.

Conclusioni
Pur operando in un’epoca profondamente differente da quella odierna, la modernità del pensiero di Carlo Donat-Cattin consente di cogliere, anche oggi, l’evidente filo rosso che lega le due stagioni.

Sono i valori fondativi e immodificati della CISL, la cui traduzione nell’oggi non ne ha ridimensionato l’originaria portata anticipatrice, che ha saputo attraversare gli immensi cambiamenti avvenuti nelle scansioni storiche che si sono succedute.

Una concezione della rappresentanza sociale e di quella politica coraggiosa e rigorosa, fondata sulla competenza, il principio dell’analisi dalla quale discendono linee d’azione mai improvvisate, ma esito di elaborazioni profonde e collettive, di ascolto, confronto e condivisione.

Un’idea delle priorità a partire dalla persona e dal lavoro, una visione della società solidaristica e dell’azione programmatica. La ricerca costante della condivisione fondata sul confronto e sulla prassi negoziale.

Nel modo di agire di Carlo Donat-Cattin si ritrova l’orientamento partecipativo che ispira da sempre la CISL, ben riscontrabile nei lodi ministeriali che ho richiamato in precedenza.

La ricerca della coesione e della giustizia rappresenterà una costante durante tutto il suo itinerario, prima di sindacalista poi di uomo della politica e delle istituzioni, come avvenne anche nella sua esperienza amministrativa, a Torino, caratterizzata dall’impegno sui temi dell’occupazione.

Ecco perché, certa di non mancare di rispetto all’uomo politico, mi sento di affermare che Carlo non ha mai smesso di essere un sindacalista, nel senso non formale del termine, perché l’essere sindacalista prima ancora che un modo di fare è un modo di essere che lo ha sempre accompagnato.

E d’altra parte non si può smettere di essere ciò che si è, ma si può solo cambiare ciò che si fa.

Registrazione audio della manifestazione “Carlo Donat-Cattin. Uomo di Governo e leader DC (1919-2019)”, registrato a Roma giovedì 14 marzo 2019 alle 16:30.