Carmagnola: Democratici Cristiani guardino al futuro

La narrazione della ripresa organizzativa e politica della Democrazia Cristiana prospettata da Giancarlo Infante appare più suggestiva che realistica.

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La narrazione della ripresa organizzativa e politica della Democrazia Cristiana prospettata da Giancarlo Infante appare più suggestiva che realistica.

Ma di una suggestione passata, datata persino rispetto a questa Dc di cui si va parlando.

Innanzitutto perché ripropone uno schema centro-destra versus centro-sinistra definitivamente tramontato, come sostiene, peraltro, la Rete Bianca.

Dopo Trump la destra non è più quella di un tempo, essendo diventato un soggetto ruvido senza fondamenti culturali, mentre la sinistra, da Zapatero in poi, ha abbandonato il richiamo e la possibilità del welfare universale, trasformandosi in un’aspirazione individualistica ed in una forza radicale, non più socialista.

In questo senso, pensare di mitigare la Destra insieme a Forza Italia e Udc non ha semplicemente senso, perché la destra salviniana non ha nessun interesse e nessuna intenzione di venire annacquata e, in particolare, la Lega vive e sopravvive solo inventando contraddizioni nuove e continue: la secessione, Roma ladrona, le quote latte, gli immigrati, l’Europa, prendendosi ben guardia di risolvere alcuno dei problemi sollevati perché la loro risoluzione porterebbe al suo ridimensionamento. Essa finisce, così, col prediligere l’invenzione di sempre nuovi e viscerali conflitti.

Anche la Sinistra, però, è difficilmente emendabile. Non sapendo dare risposta alle questioni della solidarietà perchè ha demandato alle burocrazie, agli apparati ed ai garantiti il compito di risolverle – inibita com’è nel considerare la sussidiarietà come l’unica risposta possibile alla soddisfazione dei bisogni sociali – essa ha determinato la propria deriva privilegiando i falsi diritti civili ed anteponendo l’individuo alla comunità anche nei rapporti economico-sociali. Probabilmente in questo caso non si può parlare neppure di mitigazione, ma di alterità tra la nostra e la loro concezione della società e dell’uomo.

In questo quadro va calata la minuscola vicenda di Renato Grassi e Gianni Fontana, non perché modesti siano i personaggi – assolutamente dignitosi nel riproporre una storia che, se rinnovata, può avere ancora un significato – ma perché la Dc così come è stata “continuata” è al momento una realtà in piena transizione.

Non si può attribuire a Fontana il ruolo di garante dell’autonomia e liquidare Grassi come il collocatore nel centro-destra, semplicemente perché, al momento, la prima opzione è contraddetta dagli apporti e la seconda è limitata dal mutato scenario politico.

Non è nemmeno la federazione con Rotondi e con le dc farlocche – di cui Rotondi è l’unico esponente che possa contare su accreditamenti mediatici – uno sbocco ipotizzabile. Per il semplice fatto che le federazioni come sommatoria non sono mai riuscite – anzi sono semplicemente inconcepibili – ed anche quelle che avrebbero potuto essere assimilate a questa forma, come l’Ump francese, definivano un preciso obiettivo politico e non un semplice assemblaggio.

Se Rotondi vorrà, verrà nella Dc. Se non vorrà resterà dove attualmente è, con Berlusconi. Difficilmente avrà forza e credibilità per compiere un percorso solitario.

Differente la considerazione sull’Udc, componente del Ppe e, in qualche misura, soggetto non ascrivibile alla schiera dei partiti personali.

Nei confronti dell’Udc la Dc deve aprire un confronto, analogo a quello in direzione del mondo cattolico, dove gli apporti culturali e politici debbono prevalere sui destini personali e dove le comunità devono avere più voce rispetto alle opinioni individuali.

All’indomani della fine dell’era Merkel, che forse rimpiangeremo nel suo complesso ma che lascia aperte molte questioni, i democratici cristiani devono declinare i loro progetti per il futuro, dimostrando di saper concretizzare la dottrina sociale della Chiesa all’interno del fluire della società.

Per ora è prevalsa la reiterazione di astratte ragioni sulla capacità di costruire percorsi insieme a quanti si richiamano al medesimo orizzonte valoriale.

La rarefazione delle rappresentanze, ormai giunta al capolinea e colpevole di aver condotto all’estinzione di una grande tradizione, la dice lunga e corrisponde ad una distanza rispetto alla società che interroga tutti, non soltanto alcuni.

In questo la Dc non sta peggio degli altri.

Anzi, può rappresentare un luogo di incontro e di ripartenza, ma soprattutto di verifica e di sfida, capace di proiettarsi verso i luoghi della contesa politica generalmente più impegnativi ed affollati rispetto al dibattito autoreferenziale cui abbiamo assistito in questi anni.

L’impegno in Sicilia appare paradigmatico. Lì si consumò lo strappo morale tra partito e mondo cattolico e da quella cesura è giusto ripartire. Ma è anche giusto rileggere un prima ed un dopo rispetto alla Democrazia Cristiana e chiedersi se il dopo sia stato migliore.

Avrei qualche dubbio.

Nella nostra limitata esperienza di questi mesi possiamo solo dire che, in Sicilia come nel resto d’Italia, il sipario, se non è vuoto, certo necessita di ulteriori protagonisti. Dipende da chi ha idee e passione decidere se a prevalere saranno la qualità e l’aderenza ai valori proclamati.

Altrimenti resterà il limbo delle comparse o l’accidia degli spettatori.