Cattolici democratici, ieri e oggi

Il nostro compito è ora quello di porre in essere una iniziativa politica qualificata da una scelta programmatica e dalla adesione laica di tutti gli uomini liberi e forti,

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Credo che occorra fare un’attenta lettura degli eventi storici più recenti per trarne insegnamenti utili alle nostre scelte.

Dei tre grandi maestri a noi più vicini e pertanto da tutti noi più citati, mi soffermerei un poco su Sturzo, De Gasperi e Moro. Sturzo ci ha donato il modello del primo partito democratico e progressista del cattolicesimo italiano. Con questo ci ha lasciato in eredità il concetto di partito non confessionale e programmatico, pienamente nazionale, italiano, ma anche inserito in una trama di relazioni tra partiti di analoga ispirazione presenti in tutta Europa; un partito che condivideva il programma di papa Benedetto xXV e di Wilson, un partito antitotalitario e antifascista. De Gasperi, invece, ha cercato di mantenere intatto il programma sturziano pur adattandolo alle dure contingenze del momento storico: il bipolarismo ideologico totalizzante del mondo, dell’Europa e della stessa vita politica italiana, senza in nulla deflettere dalla scelta non clericale sturziana e dalla lotta al comunismo, attraverso una strettoia non facile da percorrere che lo portò anche a tensioni fortissime con posizioni contrastanti sia ecclesiali sia politiche, sia all’interno sia sul piano internazionale.

Moro, infine, seguendo le due lezioni che sul metodo gli avevano trasmesso i suoi più illustri maestri, ha cercato di condurre la vita politica italiana salvando a livello statale la democrazia istituzionale data dalla Costituzione e a livello governativo la difficile praticabilità di scelte programmatiche sulle quali solo si poteva governare il Paese senza condurlo a contrapposizioni allora insostenibili. Ora, caduto il muro di Berlino, quale percorso era possibile per la democrazia nel nostro Paese? Da allora è trascorso più di un quarto di secolo, che a mio parere è stato caratterizzato da un certo sbandamento nella nostra vita politica. Hanno pesato molto – e pesano in parte ancora su noi tutti – i modelli culturali delle esperienze politiche passate, modelli che dobbiamo faticosamente correggere se non vogliamo prendere lucciole per lanterne.

Un secolo or sono, nel 1919, i cattolici di orientamento popolare, cioè liberale e democratico, hanno trovato nel Ppi di Sturzo lo strumento per inserirsi nella vita politica dello Stato unitario italiano, superando la frattura risorgimentale, ma sulla base di una scelta culturale e programmatica che non trovava accoglienza fra tutti i cattolici italiani, di destra o di sinistra che fossero. Nel 1942, primi sparuti gruppi di cattolici di orientamento democratico si sono aggregati attorno a De Gasperi nella nuova Democrazia Cristiana, in un partito che culturalmente riprendeva la non confessionalità del partito sturziano, ma nei fatti la contraddiceva perché condizionato dalla situazione interna e internazionale, dal mondo diviso in due blocchi contrapposti e da un Paese, il nostro, diviso tra comunismo e anticomunismo.

Dietro tale situazione politica ispirava il comportamento di De Gasperi anche la persuasione di dover aiutare il popolo italiano ad accettare pienamente,  nei propri comportamenti effettivi, cioè culturalmente in senso antropologico, la vita democratica del Paese: una novità assoluta. Ed è noto che in quest’opera egli ebbe al suo fianco la grande figura di Giovanni Battista Montini, che da qualche stagione era impegnato a favorire, sia pure in piccoli gruppi di giovani, tale sviluppo civile e religioso della società italiana. Sulla scia di queste grandi guide del nostro Paese Aldo Moro cercò di portare avanti questa stessa opera di carattere politico e culturale nella prospettiva e nella speranza che a un certo punto si sarebbe presentata l’occasione per la nascita anche in Italia di una democrazia non più “eccezionale”, cioè costretta dai due limiti anzidetti, ma “normale”, cioè a suo dire “compiuta”.

Anche in Moro era quindi presente una lettura storica di lungo periodo degli eventi, la sola in grado di offrire una comprensione reale dei fatti umani, cioè non deformata da una visione puramente razionale di tipo astratto. Possiamo ora noi allontanarci da questi insegnamenti, colti per quel che ci offrono sul piano del metodo e non certo su quello degli eventi accaduti, eventi che sono stati condizionati dal corso della storia e che non si presentano più con le caratteristiche proprie del passato? Possiamo oggi riproporre la degasperiana unità politica dei cattolici? Come rivolgersi al popolo credente che vive in Italia, mentre è in atto un risveglio religioso guidato in modo mirabile da papa Francesco, con una prospettiva di partito politico analogo a quello degasperiano?
Come risponderebbe a tale prospettiva la vita dell’Italia contemporanea nel suo aspetto civile e in quello ecclesiale, con un forte processo di secolarizzazione da tempo in atto e con una lotta politica segnata da istituti politici di carattere democratico, sia pure non ben compresi, e certamente da riformare, ma ben radicati? Allontanarsi dalla prospettiva morotea di una democrazia ormai sostanzialmente “compiuta” solo perché nata anche per l’insipienza di una parte della classe politica che al momento non ha saputo cogliere l’occasione lucidamente auspicata e forse prevista da Moro? O perché più scaltramente colta da un imprenditore che per una prospettiva politica utile anche ai suoi affari privati ha saputo riempire con la sua iniziativa il vuoto politico che anche per conseguenza del crollo del muro di Berlino si era allora creato?

Quel che è stato è stato. Il nostro compito è ora quello di porre in essere una iniziativa politica qualificata da una scelta programmatica e dalla adesione laica di tutti gli uomini liberi e forti, cattolici e non, legati solo dalla piattaforma delle cose da fare, secondo la lezione sturziana. In una democrazia finalmente divenuta “normale”, cioè di possibile alternanza tra forze politiche diverse. Ma non è chiaro a noi tutti che la degenerazione oligarchica che è attualmente alla base della protesta democratica del Paese è anche il prezzo pagato dalla passata classe dirigente nell’aver dovuto condurre forzatamente il nostro Stato senza il sano controllo del ricambio, il democraticissimo “recall”? La democrazia è la più bella delle forme di vita pubblica, ma anche la più delicata. Dobbiamo essere attenti a imboccare la strada che al momento abbiamo vagliato come la più giusta per noi e per le future generazioni.