Cattolici e politica, un limite invalicabile?

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La domanda a cui dobbiamo dare una risposta è quella di comprendere sino in fondo quali siano le ragioni politiche, culturali e forse anche organizzative che impediscono il decollo di un progetto in grado di ricavare la sua legittimità dal retroterra cattolico democratico, sociale e popolare.

 

Giorgio Merlo

 

Il tema è antico e complesso. Lo storico cattolico Pietro Scoppola già lo definiva negli anni ‘80 una sorta di “historia dolorum”, cioè un rapporto difficile e articolato che non è mai stato nè semplice e nè ordinario. Insomma, il rapporto tra i cattolici e la politica, soprattutto dopo la fine dell’esperienza storica della Democrazia Cristiana, ha vissuto momenti altalenanti ma sempre dettati dall’incertezza, dalla precarietà e dagli esiti balbettanti. Momenti, cioè, che hanno risentito delle difficoltà di ridar vita ad un soggetto politico di ispirazione cristiana. Cioè un partito che, al di là dei consensi, potesse riproporre una esperienza capace di rilanciare il patrimonio culturale ed ideale del cattolicesimo sociale, popolare e democratico. E i vari tentativi che si sono susseguiti nell’arco di questi ultimi 30 anni o sono finiti anticipatamente – penso alla significativa e qualificata esperienza del Partito Popolare Italiano di Marini e Martinazzoli – oppure sono durati lo spazio di un mattino perchè finalizzati esclusivamente all’ottenimento di qualche seggio parlamentare all’interno di qualche contenitore elettorale perlopiù estraneo alla cultura e all’esperienza dei cattolici impegnati in politica.

 

Ora, però, quello che non può più passare sotto silenzio è che le molteplici iniziative che sono state messe in campo in questi ultimi tempi o non decollano perchè si riducono ad essere esperienze prevalentemente testimoniali o poco più, oppure non riescono a dispiegare un progetto che sappia intercettare e farsi carico delle domande, delle ansie e delle preoccupazioni di settori definiti della pubblica opinione o di ceti sociali popolari e riconoscibili. Insomma, malgrado lo sforzo, la buona volontà e la dedizione disinteressata e sincera di moltissime persone – uomini, donne, giovani e anziani – nel tentare di riproporre nella cittadella politica italiana la costruzione di un nuovo soggetto politico, sono stati alla fine tutti sacrificati sull’altare della cosiddetta realpolitik e si sono dimostrati o impotenti o destinati a non avere successo. Nè politico e nè, tantomeno, elettorale.

 

Certo, il pluralismo politico e culturale dei cattolici italiani è un dato largamente e storicamente acquisito nella nostra esperienza politica e sociale. Ma è pur vero che l’esaltazione della dispersione e della eccessiva pluralità di questo mondo ha finito per creare le condizioni di una progressiva irrilevanza di questa cultura e, soprattutto, di questa progettualità politica e programmatica. E questo al di là dei ruoli che singole personalità, espressione di quest’area culturale, rivestono nella concreta dialettica politica ed istituzionale del nostro paese.

 

Ecco perchè la domanda centrale a cui dobbiamo, prima o poi, dare una risposta credibile e puntuale è quella di comprendere sino in fondo quali siano le ragioni politiche, culturali e forse anche organizzative che impediscono alla radice la possibilità di far decollare un progetto politico che ricava la sua legittimità dal retroterra cattolico democratico, sociale e popolare. Una domanda che non vuole essere polemica o strumentale ma, al contrario, utile per riflettere su quali siano le motivazioni che oggettivamente impediscono questa nuova progettualità politica nel contesto pubblico italiano. Eppure non mancano i riferimenti a cui attingere per far decollare questa progettualità politica: dal magistero di grandi statisti e leader del passato al giacimento culturale ed ideale, dal valore e dalla qualità di questa tradizione all’importanza che questa cultura ha avuto in tutti gli snodi più delicati e decisivi del nostro paese nel suo lungo cammino democratico.

 

E la bella e recente iniziativa organizzata a Viterbo dall’amico Lucio D’Ubaldo con Il Centro Studi Aldo Moro sul pensiero e sulla straordinaria eredità di Alcide De Gasperi è l’ennesimo contributo, di qualità, per uscire dall’angolo e per ridare slancio e vigore al patrimonio e alla cultura democratico cristiana e cattolico popolare. E, soprattutto, una iniziativa che contribuisce a ridare credibilità e nobiltà alla politica senza ridurla al grigiore e alla decadenza trasformistica ed opportunistica di quasi tutta la politica contemporanea.