Charles de Foucauld, profeta dell’esilio.

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Secondo le parole di Antoine Chatelard, uno dei più grandi studiosi del santo, «non andò nel deserto per stare più vicino a Dio ma per essere più vicino alla gente che il deserto tiene lontano dal mondo». L’articolo è qui riprodotto per gentile concessione dell’Osservatore Romano.

 

Rosario Capomasi

 

«Charles de Foucauld mi appare come uno dei profeti dell’esilio meno chiassosi e più incisivi che siano stati destinati da Dio alla nostra contemporaneità ecclesiale». Questa frase del teologo milanese Pierangelo Sequeri descrive meglio di qualsiasi altra l’essenza del monaco francese, beatificato da Benedetto XVI nel 2005 e in procinto di essere proclamato santo il 15 maggio. Alla figura del “fratello universale”, che spese la vita fra i tuareg del deserto algerino difendendoli fino all’estremo sacrificio, è dedicato il libro Charles de Foucauld. Il Vangelo viene da Nazareth (Vita e Pensiero, Milano, 2022, pagine 18, euro 14), in cui Sequeri rivela il profondo interesse per l’esistenza di un uomo in gioventù lontano dalla fede ma folgorato da un viaggio in Palestina, dove comprese di essere chiamato a vivere «come viveva la Santa Famiglia di Nazareth».

 

E fu proprio nel Sahara algerino che il proposito venne realizzato, nel silenzio, nella preghiera, nel lavoro e nell’assistenza ai poveri. Il tutto, pur vivendo in mezzo agli abitanti del deserto, senza lasciare un discepolo o proseliti. Una vita apparentemente inutile ma proprio quando essa è venuta drammaticamente meno, a Tamanrasset, dove aveva fondato un eremo, si è irradiato in tutto il mondo lo splendore del mistero di Nazareth che frère Charles sperimentò quotidianamente, sottolinea l’autore, e che ha portato poi alla nascita dei Piccoli fratelli e Piccole sorelle di Gesù.

 

L’esistenza nascosta e silenziosa che Gesù vi passò per trent’anni prima del suo ministero pubblico ha un senso radicale e significativo: Nazareth è il lavoro, la prossimità domestica, la condivisione della vita ordinaria da parte del Figlio di Dio. In questo modo Gesù manifesta la comunione del Padre con «l’umanità dell’uomo», annullando ogni distanza: nessuno, neppure il più lontano, è escluso dall’ospitalità di Dio: qui è già Vangelo, è già «buona notizia» dove si intravedono anche la Passione e la Gloria del Signore. In sostanza, puntualizza Sequeri, de Foucauld «ha “riscattato” lo spessore teologale del mistero di Nazareth» restituendolo alla sua centralità «nell’economia dell’incarnazione redentrice». Questo perché Nazareth non è il prologo della vita di Gesù ma “è” la vita di Gesù, trionfante nel cuore del religioso: la presenza eucaristica del Cristo, il “vivente” con cui il piccolo fratello convive («a mezzo metro da me!») ne è la dimostrazione.

 

E frère Charles lo ha fatto conoscere in quei luoghi anche a quanti non lo conoscono ma che hanno imparato a percepirlo attraverso la preghiera che stabilisce “fra i due” un legame fondamentale. Egli infatti, puntualizza l’autore usando le parole di Antoine Chatelard, uno dei più grandi studiosi del santo, «non andò nel deserto per stare più vicino a Dio ma per essere più vicino alla gente che il deserto tiene lontano dal mondo». Con i suoi limiti e con le sue certezze: nei suoi scritti, infatti, si legge delle sue paure e inadeguatezze ma anche del suo «incessante senso di Dio, della sottilissima trama dei suoi affetti teologali, dell’instancabile vitalità della comparazione evangelica dei suoi pensieri e dei suoi atti». Dove emerge pian piano l’integrazione tra imitazione evangelica di tipo eremitico e insediamento domestico nella condizione umana, da lui definita «un piccolo focolare monastico».

 

Da questa tensione spirituale unita a maniere affabili era avvolto il religioso francese, il cui stile l’autore pone come esempio da seguire e riproporre nella Chiesa di fronte ai tanti deserti di questo tempo per una evangelizzazione che incarni i suoi insegnamenti. L’interesse per una meditazione sulla condizione attuale della fede cristiana ispirata alla testimonianza di Charles de Foucauld è divenuta di nuovo attuale in vista della sua imminente canonizzazione, che ha spinto a nuove riflessioni che lo dipingono specificamente icona spirituale della consacrazione religiosa cristiana. La sua testimonianza «cosi devotamente osservante e così perfettamente anomala rispetto alla teologia e alla pastorale della sua epoca», è una forza trainante, secondo Sequeri, rappresentata da tre “vettori”: l’abitare del Figlio tra gli uomini, l’adorare l’Altissimo in spirito e verità, e il fraternizzare. Frère Charles si fa così, come Gesù fra la gente, “seminatore” della buona novella, intendendo la sua missione non come una pre-evangelizzazione ma pienamente sovrapposta a quella del Verbo e alla «sequela del Signore che si fa nostro fratello e ci rende suoi fratelli», manifestando tutto il suo amore verso Dio: un’adorazione in cui «il tempo dedicato a parlare con Dio deve essere infinitamente più lungo del tempo dedicato a parlare di Dio». Quello che impegnò il religioso francese in tutta la sua vita, proclamando alla comunità umana, unita fraternamente, l’opera di redenzione divina che trionfa nella storia.

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 10 Maggio 2022