Che fine ha fatto la legge elettorale?

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C’è molta confusione sul tema elettorale. Mancano le direttrice ideali, mancano le proposte coerenti. Nei partiti albergano contraddizioni evidenti. D’altronde, come diceva Carlo Donat Cattin, se si vuol capire cosa pensa un partito delle istituzioni è appena sufficiente verificare come pratica quel partito la democrazia al proprio interno”.

 

Giorgio Merlo

 

La legge elettorale, come ci ricordava con la consueta saggezza ed intelligenza anni fa Sandro Fontana, “è la madre di tutte le leggi”. In effetti, con i sistemi elettorali nascono e tramontano partiti, si formano e si cambiano le coalizioni. Addirittura emergono e scompaiono nuovi leader. Anche se oggi è meglio definirli nuovi capi, non essendoci più i leader politici e gli statisti del passato. Ma le leggi elettorali, come sappiamo tutti, sono sempre il frutto e la conseguenza della politica del momento.

 

Ora, quando la politica è personalizzata, i partiti sono prevalentemente cartelli elettorali, la selezione della classe dirigente è espressione della fedeltà e dell’obbedienza al capo partito, è del tutto evidente che le leggi elettorali non possono prevedere la libera scelta del cittadino elettore se non quella di ratificare quello che hanno già deciso, appunto, i capi partito. E, non a caso, le ultime leggi elettorali – sempre costruite ad arte dalla maggioranza uscente per tentare di raggiungere più facilmente il potere – sono la diretta conseguenza delle costanti che caratterizzano la politica contemporanea da molti anni. È appena il caso di ricordare che tutti, dico proprio tutti i principali commentatori ed editorialisti della politica italiana, dicono tranquillamente – parlando dei grandi come dei piccoli partiti – che la preoccupazione principale, se non esclusiva, dei capi partito è quella di stendere la lista dei candidati fedeli ed obbedienti alle prossime elezioni.

 

Al contempo, con l’ipocrisia che li caratterizza, i capi dei partiti annunciano pubblicamente nel vari talk televisivi e nelle innumerevoli interviste che, d’ora in poi, saranno solo i cittadini/elettori a decidere chi andrà a sedersi a Montecitorio e a Palazzo Madama. Vabbè….E così, temo, sarà anche questa volta. E cioè, liste bloccate e candidati decisi dall’alto. A prescindere che si tratti di sistema proporzionale con liste bloccate o di sistema maggioritario con collegi blindati. Certo, il tutto poi viene addolcito con vari escamotage. Come, ad esempio, la pagliacciata delle “primarie” per scegliere i candidati o le “ampie consultazioni” della base per selezionare i candidati da mettere nelle liste dei singoli partiti.

 

Ora, al di là di queste scontatissime riflessioni, c’è una domanda che merita però di essere ancora indagata e approfondita. Ovvero, si parlerà ancora nella politica italiana nei prossimi mesi di cambiare, o meno, l’attuale legge elettorale? Se le riflessioni che ho avanzato poc’anzi rispondono al vero, e non c’è alcun motivo per dubitarne, è del tutto ovvio che qualunque sia la tecnica elettorale che sarà individuata, l’unico elemento certo è la scelta dei capi partito della propria rappresentanza parlamentare. Con tanti saluti alla cosiddetta scelta decisiva da parte del cittadino/elettore.

 

Del resto, e per chiudere – passando dalla legge elettorale alla concezione che si ha delle istituzioni e della democrazia – è appena sufficiente ricordare una bella e profonda osservazione di Carlo Donat-Cattin pronunciata ad un convegno settembrino di Saint-Vincent della sinistra Dc di Forze Nuove per rendersi conto che tutto si tiene. Diceva Donat in quell’occasione a metà degli anni ‘80, “se si vuol capire cosa pensa un partito delle istituzioni è appena sufficiente verificare come pratica quel partito la democrazia al proprio interno”. E quando si tratta di partiti personali sostanzialmente privi di democrazia interna, è difficile, pensando a ciò che diceva proprio Donat-Cattin, che ci siano parlamentari scelti dai cittadini e non già decisi dai capi dei partiti stessi. Chiaro, no?