CHI ERA DONATI? «UN VERO IDEALISTA PIENO DI CORAGGIO». GIUNTELLA NEL 1981 RIPRENDEVA LE BELLE PAROLE DI TURATI. 

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Il 14 agosto del 1981, in occasione dei 50 anni dalla morte di Donati, usciva sulla terza pagina de «Il Popolo» un ampio ricordo di Paolo Giuntella (“Una vita al servizio della verità e della giustizia”), giornalista e intellettuale destinato a una fulgida carriera in Rai dove lasciò un’impronta di assoluto rilievo, negli ultimi anni, come quirinalista. Dell’articolo di Giuntella riportiamo di seguito un’ampio stralcio della parte conclusiva.

 

Sul «Popolo» di Donati scrissero anche uomini di tradizione laica e socialista come Croce, Gobetti, Salvatorelli, Guido dorso, Salvemini (che vi collaborò sotto lo pseudonimo di «Observer»). lo stesso Turati, in una lettera del 23 giugno 1924 ad Anna Kuliscioff, confessa di avergli dato «persino dei quattrini» perché il giornale era povero e mancava «letteralmente di carta» e perché «Donati è un vero idealista pieno di coraggio».

Sul «Popolo» Donati, indomabile democratico e autentico credente, dovette polemizzare con il quotidiano dell’Azione Cattolica «L’unità cattolica», con «La civiltà cattolica», e fu persino attaccato dall’«Osservatore Romano», ma ebbe l’affettuoso e battagliero appoggio dei parroci più popolari e dei cattolici più coraggiosi. Aprì le sue colonne a un serrato dibattito tra cattolici democratici e clerico-fascisti, ospitando voci di diverso orientamento, a grandi dibattiti di ordine culturale e anche teologico, nella speranza di portare chiarezza nella confusione dei tempi, ed ebbe tra i suoi collaboratori di «parte cattolica» uomini come Don Giuseppe De Luca o Gallarati Scotti, Igino Giordani, Vercesi e Papafava. 

Giustamente ha potuto scrivere Lorenzo Bedeschi che «mai organo politico di così breve durata era stato tanto significativo nella storia civile e religiosa dell’Italia contemporanea…In nessun altro giornale di partito come nel «Popolo» donatiano si è verificata una così perfetta fusione tra polemica quotidiana a livello politico e l’elaborazione culturale a livello ideologico per quanto riguarda la parte cattolica«.

L’ultimo anno «italiano» di Donati prima dell’esilio fu particolarmente doloroso. Il «Popolo», sequestrato tutti i giorni, qualche volta senza neppure riuscire a varcare la porta della tipografia. In fretta e furia Donati, a conclusione della vicenda De Bono, fu costretto, nel giugno 1925, a fuggire in esilio, salutato al confine soltanto da un giovane che sarebbe di lì a qualche mese anch’egli prematuramente scomparso, Piergiorgio Frassati. 

[…]

In realtà la sua lezione di vita, la sua lezione professionale, la sua testimonianza politico-spirituale profetica sono tutt’altro che datate e non devono essere confinate soltanto nelle indagini e negli archivi degli storici. Perché sono lezioni e testimonianze quantomai attuali e vive. In anni così diversi, infatti, solo con la forza, il coraggio, la sete di verità e di giustizia di uomini come Donati potremo ritrovare il senso di una battaglia, che a volte ci sembra smarrito e che invece ci chiede già e sempre più ci chiederà, segni e gesti di coerenza, di intransigenza morale, di capacità dialogiche senza ghetti e senza paure. In una dimensione che potrebbe anche essere non diversa da quella designata dall’on. Merlin nel suo intervento al Congresso di Torino nel 1923: «Attorno alla nostra bandiera le schiere si sono diradate, si sono allontanati i pavidi, i profittatori, i conservatori, che avevano aderito al partito senza entusiasmo e per calcolo o per tornaconto. I pochi che sono rimasti sono temprati a tutte le lotte e riaffermano le ragioni ideali della loro battaglia».