Chiarezza contro i liberali “eterni pasticcioni”. L’anti moderatismo di De Gasperi.

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In occasione dell’anniversario della nascita di Alcide De Gasperi (Pieve Tesino, 3 aprile 1881) ripubblichiamo questo articolo, apparso esattamente un secolo fa su “Il nuovo Trentino” (18 marzo 1920) con il titolo “Chiarezza”, a firma dell’allora segretario del Partito  Popolare Trentino, non ancora deputato del Regno. Emerge in questa nota la polemica sul rimpasto del ministero Nitti e sull’atteggiamento dei liberali, infastiditi per la chiarezza programmatica del Partito popolare. Del resto, sosteneva De Gasperi, l’appoggio dei popolari al governo non poteva essere incondizionato, ma anzi doveva aprire una nuova fase politica. Alla fine il partito decise di votare il secondo Ministero Nitti, ma senza designare suoi rappresentanti in seno alla compagine governativa. 

A chi legge in questi giorni i giornali liberali appare più che mai manifesto quale infimo grado di coltura e di maturità politica essi suppongano ancora in Italia. Quello che in tutti i paesi civili del mondo si ritiene come la cosa più naturale, cioè che un partito, invitato a prendere parte al governo, fissi e pubblichi i suoi postulati programmatici, nel nostro paese, dove i ministeri si sono fatti sino ad oggi in base a consorterie e a giuochi di equilibrio, sembra una audacia inaudita. Specialmente i liberali, eterni pasticcioni, sono desolati di questa minaccia di chiarezza, che spunta sull’orizzonte della vita pubblica e stilano sui loro organi le più buffe geremiadi e le più ridicole sentenze.

Nulla di più piccino che i loro commenti sulla condotta tenuta dal Partito popolare in occasione della crisi e del rimpasto. Lasciata cadere, per la evidente assurdità, l’accusa di aver opposto un rifiuto all’invito dell’on. Nitti per non essere stati appagati nella fame smodata di portafogli, resta nei detti giornali la sorpresa del vedere i popolari formulare una serie di postulati programmatici e porli come condizione indispensabile alla collaborazione indiretta o eventualmente diretta al governo. Continua così l’equivoco che si era venuto formando nei giorni scorsi, prima ancora che l’on. Nitti, tornando da Roma, iniziasse le trattative per il rimpasto.

Si è cioè pensato che i popolari potessero prescindere completamente da questioni di programma; si è forse creduto che nella discussione sul tema della collaborazione quelli i quali tendevano a concludere per la collaborazione intendessero questa nel modo stesso nel quale fu intesa durante la guerra, quando si formavano i cosiddetti «ministeri nazionali». E avviene così che oggi, al sentir dire che i popolari hanno fissato i loro «punti», e cioè che essi pongono delle condizioni, si grida allo scandalo. Ora, tutto ciò è veramente strano. Non uno, a cominciare senza dubbio dall’onorevole Meda, tra coloro che propugnarono la tesi della necessaria collaborazione (tesi accolta in linea di principio, nelle riunioni degli organi del partito) aveva in mente una collaborazione senza garanzie programmatiche, offerta quasi per fare piacere ai liberali. A guerra finita e con cento deputati alla Camera non si poteva pretendere che il problema della partecipazione al governo fosse considerato dal nuovo Partito popolare al modo stesso nel quale lo si era valutato per l’entrata dell’on. Meda nel gabinetto Boselli. Non si capisce davvero, dopo ciò, come si possa cader dalle nuvole o anche mostrarsi scandalizzati perché i popolari han detto che la loro entrata in un ministero o anche soltanto il loro appoggio al nuovo governo sono subordinati alla accettazione di alcune condizioni.

Chi, tra i popolari, sosteneva la collaborazione, ammetteva che alle necessità del momento fosse da sacrificare molto di ciò che è nel programma del partito; ma non pensava davvero che tutto fosse da sacrificare, che nessuna, sia pure parziale, garanzia fosse da chiedere. Un partito affermatosi così vigorosamente nella vita politica nazionale, non può, se non a patto di suicidarsi, pensare a salire al potere come una qualunque pattuglietta parlamentare, senza avere la possibilità di svolgervi un’azione efficace e visibile. E se alla formulazione di quel programma minimo fu aggiunto il proposito che si avesse a trattare non di un semplice rimpasto, ma di una crisi generale, ciò fu appunto perché sulla base di quel programma, e nel confronto di quello che gli altri gruppi avessero voluto opporre, si potesse trattare per la formazione di un governo che avesse detta una parola nuova al paese, che avesse dato affidamenti nuovi per la soluzione dei gravi problemi della vita nazionale.