Cina e Africa. Neocolonialismo o “nuova via della seta” per lo sviluppo?

Intervista al prof. Fabio Massimo Parenti a cura di Antonio Gaspari 

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Articolo già apparso sulle pagine di Frammenti di Pace. 
Uno dei temi in discussione nell’ambito delle politiche commerciali e di sviluppo a livello planetario riguarda la Cina e gli ingenti investimenti che sta conducendo in Africa.
Alcuni parlano di neocolonialismo cinese, altri sostengono invece che la Cina sta costruendo infrastrutture, investendo in cooperazione, formando capitale umano e sociale.
Non c’è dubbio che la Cina stia allargando la sua influenza in Africa e in altre parti del mondo, il problema è però capire se quella cinese è una politica di cooperazione e aiuto allo sviluppo o una strategia speculativa che mira allo sfruttamento delle risorse e dei popoli.
Per approfondire l’argomento, ci siamo rivolti al prof. Fabio Massimo Parenti, professore associato (ASN) che insegna all’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici a Firenze, membro del “think tank” CCERRI, Zhengzhou, e di EURISPES, Laboratorio BRICS. Il suo ultimo libro è “Geofinance and Geopolitics”, edito da Egea.
Prof. Parenti, stiamo assistendo ad un espansionismo cinese in Africa o a una nuova “Via della Seta” (Belt and Road Initiative) che rappresenta una nuova forma di cooperazione?
Diciotto anni di cooperazione tra Cina e Africa stanno producendo un cambiamento sostanziale delle condizioni materiali dell’Africa. Calcolando l’insieme dei flussi di capitali cinesi verso l’estero, dopo l’Asia, prima in assoluto, è l’Africa ad aver percepito il grosso delle sue risorse finanziarie, superiori a Europa e Usa dove pure gli investimenti cinesi sono aumentati considerevolmente.
Etichettare questo espansionismo cinese come “neocolonialismo” dimostra la non conoscenza della storia cinese e soprattutto delle sue modalità di proiezione internazionale.
L’Africa è inserita nell’iniziativa della “Belt and Road Initiative” (BRI), che nella pratica nasce prima ancora del suo lancio ufficiale.
Molti collegamenti euroasiatici e investimenti in questa direzione avevano già preso forma prima del 2013.
Per la Cina la BRI è un progetto comune, una sorta di compartecipazione attiva per realizzare una “comunità umana dal destino condiviso”.
Per comprendere a fondo questo punto bisognerebbe approfondire la diplomazia cinese e il significato attribuito alla cooperazione internazionale.
In occasione dell’incontro del Forum sur la coopération sino-africaine (FOCAC) che si è svolto a Pechino il 3 ed il 4 settembre del 2018, il presidente Xi Jinping ha spiegato che la Cina spenderà 60 miliardi di dollari per l’Africa tra prestiti, linee di credito, fondi speciali, sgravi fiscali e progetti infrastrutturali.
Nella Grande Sala del Popolo di Pechino, di fronte a 50 capi di Stato dei Paesi africani, nel corso del terzo Forum on China-Africa Cooperation, il presidente Xi ha precisato che 20 miliardi sono in linee di credito, 15 in aiuti e prestiti a interessi zero, 10 in fondi per lo sviluppo, 10 per project financing e 5 per facilitare le importazioni in Africa.
Quale la differenza tra Europa e Cina nei rapporti con l’Africa?
Sia l’UE che la Cina hanno avuto relazioni storiche con l’Africa, entrambe hanno bisogno delle sue risorse e, soprattutto, della sua stabilizzazione. Tuttavia, i percorsi relazionali sono stati radicalmente diversi: schiavitù, colonizzazione e sfruttamento con poco o nulla sviluppo nel primo caso; anti-colonialismo, anti-imperialismo, lotta per l’indipendenza nazionale nel secondo caso.
Tutti gli interventi occidentali in Africa sono stati legati a condizionalità politico-economiche e a varie forme di interferenza negli affari interni dei singoli Paesi. Per ricevere aiuti o prestiti ogni Paese è stato obbligato a seguire determinate condizioni politiche preliminari.
Le crisi del debito sovrano in Africa nel corso degli anni Ottanta e Novanta, e in altri Paesi di recente indipendenza, derivano da questa modalità sin dalla fine degli anni Settanta.
Sfortunatamente l’Europa non si è mai impegnata seriamente nella costruzione di infrastrutture di base per collegare internamente le regioni africane.
Se guardiamo all’approccio cinese all’Africa, abbiamo un senso di cooperazione concreta. Di maggiore reciprocità: ferrovie, porti, strade, satelliti, rete telematiche, programmi di formazione congiunti, investimenti in campo ambientale, copiosi investimenti in scuole, ospedali, zone economiche speciali… Abbiamo evidenza di un diverso modello di cooperazione che potrebbe diventare un riferimento per il mondo intero, e in particolare un’opportunità per l’Europa di cooperare in modo diverso con l’Africa, integrando le azioni cinesi.
Come riconosciuto anche dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres: “La cooperazione tra Cina e Africa è fondamentale per il successo africano e contribuisce allo sviluppo globale e alla pace”.
Mettere in atto piani per lo sviluppo e la stabilizzazione dell’Africa è fondamentale sia per la Cina che per l’Europa, è l’unica vera risposta strutturale alle crisi migratorie, alla diffusione del terrorismo e al sottosviluppo. È allo stesso tempo una grande opportunità, basata su un diverso approccio culturale, che implica il rispetto reciproco.
L’Italia, al centro del bacino del Mediterraneo, alla periferia europea, ai confini africani, europei e asiatici, ha espresso e proposto una nuova piattaforma di cooperazione dell’UE con la Cina in Africa. Il mio auspicio è che l’Italia possa essere in grado di influenzare l’UE in questa direzione.