Ciriaco De Mita: cultura, politica, ispirazione cristiana.

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Il leader irpino ha rappresentato l’unico vero tentativo di riportare il cattolicesimo democratico al centro della politica italiana.

Nell’arcipelago delle personalità e delle correnti democristiane, disorientate e incapaci di muoversi dopo la tragica fine di Aldo Moro, indubbiamente Ciriaco De Mita ha rappresentato l’unico vero tentativo di riportare il cattolicesimo democratico al centro della politica italiana. Non solo in termini di gestione del potere, ma soprattutto come direzione, come progettualità, come prospettiva da dare alla politica affinché essa non si esaurisse, appunto, nel mero (anche se necessario) potere e fosse invece orientata al bene comune.

Dell’azione politica demitiana, indissolubilmente legata alla dimensione culturale perché sempre tesa a cogliere, come Moro, la complessità delle questioni e delle trasformazioni in atto nel mondo globale che si intravedeva, mi preme sottolinearne tre aspetti caratterizzanti. 

Innanzitutto, la sua continua, testarda, a volte velleitaria, ma sempre orgogliosa rivendicazione della importanza del contributo cattolico-democratico alla rinascita di questo paese. Sturzo, De Gasperi, Moro, Dossetti, La Pira, sono presenza costante nel suo “ragionare” ed è presenza costante il riferimento alla dottrina sociale della Chiesa, tenendo ferma, senza tentennamenti, la dimensione della laicità della politica. 

L’altro punto da ricordare è la sua ferma volontà di avviare un sincero rinnovamento del partito troppo appiattito nella logica clientelare per permettere di fare entrare aria fresca nelle vecchie sezioni dove si contavano le tessere e non le idee. È grazie a lui che tanti volti nuovi si avvicinarono alla politica e tanti uomini di cultura si misero in gioco per offrire il loro pensiero al dibattito del tempo.  

Infine, la sua visione (non semplicistica e strumentale) delle riforme istituzionali per rendere possibile ma non traumatica l’alternativa e, soprattutto, per colmare il deficit di partecipazione (“per ricreare affezione alla democrazia” diceva) che cominciava già a minare la nostra democrazia e per ridare centralità al cittadino-persona. 

Negli ultimi suoi anni De Mita non ha potuto che constatare, amaramente, come la storia abbia seguito altri itinerari e come quei temi siano stati rimossi.

Certamente l’eutanasia democristiana profetizzata da Moro, prima, e più profondamente, poi, il radicarsi del processo di secolarizzazione in società sazie e distratte, hanno reso, ai più, ormai irrilevante il primo punto, se non per rivendicare qualche sgabello di potere. 

Il problema del rinnovamento dei partiti non è nemmeno all’ordine del giorno semplicemente perché i partiti o si sono estinti, o sostituiti da comitati elettorali e conventicole di potere, o trasformati da organizzazioni non democratiche e non politiche che supportano le manie di protagonismo di autoproclamati leader senza cultura politica. 

Della necessità di riforme istituzionali in grado di arginare le derive postdemocratiche delle nostre società non v’è traccia nell’asfittico e striminzito teatrino nel quale la politica stessa è stata relegata. Ma restano temi che, prima o poi, andranno ripresi per dare contenuti, visione e respiro alla politica e allora di questo politico troppo velocemente dimenticato, spesso deriso ma straordinariamente acuto e profondo, torneremo sicuramente a parlare. 

 

Mario Sirimarco – Università di Teramo