Cisnetto sbaglia sui piccoli Comuni, dall’Anci può venire la smentita.

Cisnetto mette il dito sulla piaga. Nel giudizio prevalente l’Anci non brilla di luce splendida: la crisi della politica si riversa fatalmente sul mondo delle autonomie.

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Sui piccoli comuni risuona ciclicamente l’invito all’accorpamento obbligatorio. Non si sfugge dalla morsa. Costi eccessivi e servizi insufficienti autorizzano a decretare la fine dei municipi sotto soglia. A riguardo, s’inanellano cifre e percentuali che dovrebbero spiegare la razionalità di tale scelta malthusiana. Ma la spiegazione non convince, dando anzi la stura a più di un dubbio. Un conto è polemizzare, concedendosi la licenza dell’approssimazione, altro è invece enucleare proposte concrete e ben piantate nella realtà.

Stavolta, nel commento domenicale affidato alle colonne de “Il Messaggero”, a rilanciare l’argomento è stato Enrico Cisnetto, apprezzato giornalista di economia e finanza. A sostegno della sua perorazione, egli trova comodo citare uno dei più prestigiosi ma controversi Presidenti che l’Anci abbia avuto negli ultimi anni: Piero Fassino. In effetti, non senza sorpresa, fu proprio Fassino a “sdoganare” in un’Assemblea dell’Associazione la tesi della chiusura ope legis dei piccoli comuni.

Cisnetto mette il dito sulla piaga. Nel giudizio prevalente l’Anci non brilla di luce fulgida: la crisi della politica si riversa fatalmente sul mondo delle autonomie locali. Anche la sua struttura operativa, Ancitel, versa in pessime condizioni, con l’amministratore delegato alle prese con indagini della magistratura. Le difficoltà sono oggettive, provenendo da condizioni esterne poco favorevoli, benché a pesare sia anche una certa paralisi di pensiero.

Ciò nondimeno, sulla proposta di legge a favore della “educazione alla cittadinanza” nelle scuole, l’Anci ha dimostrato intuito e perspicacia. Oltre che dei sindaci, merito dell’impegno generoso anche di funzionari e dipendenti dell’Associazione. Oggi, per analogia, l’Anci dovrebbe spendersi a difesa dei piccoli comuni. Non sarebbe una battaglia a perdere. I numeri d’altronde, anche quelli di Cisnetto, sono spesso utilizzati in modo improprio. Si parla di debiti miliardari, come a dire che il pulviscolo municipale è fonte di spreco, senza precisare tuttavia la natura di questa massa debitoria. In realtà parliamo degli investimenti, purtroppo in calo, non allo scialo di amministratori poco accorti.

Che significa, in pratica, chiudere i piccoli comuni? Qualcuno dovrebbe spiegare in che consista il possibile risparmio, quando già le spese per l’attività istituzionale – quello che si definisce usualmente come costo della politica – sono state pressoché azzerate. Lo stesso errore, oggi riconosciuto dal Ministro Tria, è stato compiuto con la sciagurata legge che ha comportato l’annichilimento delle Province. Alcuni servizi, erogati a costi più alti per mancanza di adeguata economia di scala, rispondono a garanzie afferenti grosso modo ai cosiddetti diritti di cittadinanza. Semmai, dinanzi al pericolo di spopolamento, il dilemma dovrebbe riguardare l’azione più adatta a bloccare il declino di un’Italia bisognosa di tutea: l’Italia appunto dei piccoli borghi, delle aree interne e delle comunità montane.

Cisnetto, in ultimo, squaderna le difficoltà che si registrano nel campo della riscossione dei tributi locali. I dati però sono incongrui, come potrebbe certificare l’IFEL, ovvero la Fondazione dell’Anci adibita alla cura delle informazioni in materia di fiscalità ed economia locale. I problemi relativi alla elusione dei tributi locali non gravano sui comuni minori. È difficile sfuggire alla imposizione, invero molto bassa, sugli immobili quando la platea dei contribuenti si riduce a poche famiglie, tutte conosciute in ambito locale. Infatti il fenomeno delle dichiarazioni infedeli e della difficoltosa opera di accertamento si concentra nelle città di media e grande dimensione.

Prima di sparare sui piccoli comuni servirebbe una cura di realismo, guardando ben oltre gli schemi delle facili statistiche. Conta di più inquadrare la complessità di un tema, dovuta in primis al calo demografico e all’inurbamento progressivo, provando semmai a studiare con serietà gli incentivi per una ripresa degli insediamenti civili e produttivi in molte aree a rischio. La coesione del Paese non passa attraverso il taglio dei presidi istituzionali, politici e sociali diffusi sul territorio. È una verità elementare, forte di evidenze pratiche, certamente non eludibile. Prenderne atto sarebbe utile per tutti.