Come evolse il quadro politico-sociale italiano a fine anni settanta: il post-Moro

Maggio 1978, alcune considerazioni in merito a uno dei momenti più difficili della storia della Repubblica

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Finì che il “cavallo di razza” (come fu definito Aldo Moro da Carlo Donat Cattin nel lontano 1969) della Dc, il più accreditato a guidare idealmente il suo partito (e non solo), si sacrificò – o fu sacrificato, secondo buona parte della storiografia contemporanea – in nome della democrazia. E non servirono a nulla settimane di febbrili trattative, scambi di opinioni, pressioni, sensazioni contrapposte, prese di posizioni politiche, decisioni drammatiche.

Cosa lasciò Moro in eredità allo Stato italiano, all’opinione pubblica e allo stato sociale? Un’eredità pesante non solo sotto l’aspetto politico, ma anche etico e teorico. Le sue “convergenze” se ne andarono con lui, portandosi dietro una scia di dolore, instabilità e prospettive condizionate da un decennio di terrorismo, il cui culmine, prima della strage di Bologna del 2 agosto 1980, venne raggiunto proprio nel trimestre marzo-aprile-maggio 1978 con il suo rapimento e la sua uccisione. Al di là della abbondante bibliografia seguita alla vicenda dello statista magliese e alle commissioni d’inchiesta parlamentari istituite negli anni (la più recente nel 2014, per cui non è stata comunque raggiunta una verità fondante e “il sapere per il sapere” legato all’acquisizione di conclusioni certe), molto probabilmente, più dei “55 giorni”, oggi è il pensiero moroteo che rimane nel dna dell’arco istituzionale d’Italia post-repubblicano. Un pensiero a metà tra l’assioma politico e la conclusione filosofica, dalla struttura complessa e non facile da interpretare, nella quale si fondono oggettività e assoluto (diritto, famiglia, etica e religione) lasciando spazio certamente al primato della ragione. Elementi non impositivi, bensì legati alla concezione di una democrazia partecipativa in cui il dialogo resta un passaggio necessario per la vita dello Stato liberale.

Il paese civile, tuttavia, nella primavera del ’78, benché si apprestasse a reagire, si trovò per diversi momenti sull’orlo del baratro; come dimenticare la apparente freddezza di Andreotti, lo sgomento di Longo e Berlinguer, la frenesia insistente di Craxi che potesse ricondurre a una transazione il cui scopo sarebbe stato quello di salvare Moro? E poi, la caccia spietata – quella si – di Dalla Chiesa ai brigatisti, mentre la politica si interrogava tra le accuse rivolte ai quadri dirigenziali democristiani e le scritte “assassini” sui manifesti del Partito Comunista, incolpato di avere un “braccio armato” pronto a colpire. Ma allora come spiegare la elezione unanime alla presidenza della Repubblica di Sandro Pertini, un partigiano, che ebbe luogo solo poche settimane dopo la vicenda-Moro (luglio ’78)? O il fatto che in quel clima di scontro tra i primi a essere colpiti ci furono proprio esponenti legati alla sinistra e ai suoi sindacati (clamorosa resta l’aggressione al segretario della Cgil  Luciano Lama a La Sapienza) ?

Quando l’ondata terroristica appariva non più arginabile (tra il ’77 e il ’79 gli attentati sfiorarono il numero di 1000), le istituzioni e il paese reale mostrarono di saper prendere le distanze dal fenomeno eversivo, che – contestualmente al potenziamento delle attività delle forze dell’ordine e dell’intelligence – subì le prime sconfitte e il progressivo debellamento. A metà ’78 il primo intervento compiuto dal nuovo esecutivo di solidarietà nazionale fu in economia: un sistema di tassazione a imposta indiretta in un rinnovato clima di austerità (condiviso dalle maggiori sigle sindacali, che moderarono le loro richieste). Provvedimenti che diedero un impulso positivo all’inflazione, scesa di diversi punti dopo anni di crisi. Allo stesso tempo, gli effetti della riforma fiscale varata nel ’74 snellirono in qualche modo la tassazione diretta razionalizzando la spesa pubblica, ma l’impossibilità di conciliare le istanze delle coalizioni formatesi durante il post-Moro (prima con l’appoggio esterno del Pci e poi con quello di Pli e Psdi) determinò anni di instabilità che si caratterizzarono per l’istituzione di governi a vaste rappresentanze (pentapartito e quadripartito) e si conclusero amaramente con la crisi della cosiddetta “Prima Repubblica”.