Come interpretare la politica di Donat Catin

Donat Cattin è stato un vero leader, con il senso spiccato dell’appartenenza popolare.

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Non ho partecipato alla commemorazione organizzata giovedì scorso, nella Sala Koch del Senato, per i cento anni dalla nascita di Carlo Donat Cattin. Ero al dibattito su “Aldo Moro e la democrazia difficile. Ora come allora?” organizzato dal Circolo “I Liberi e forti” di Roma. Colgo quindi l’occasione per esprimere un pensiero absque exacta cura, un po’ alla buona, ma con autentica partecipazione.

Donat Cattin è stato un vero leader, con il senso spiccato dell’appartenenza popolare. Nel 1976 costrinse la Direzione nazionale Dc a spostare Umberto Agnelli da un collegio senatoriale piemontese a uno della Capitale: l’avversione alla Fiat degli Agnelli fu una costante della sua vita. Cuccia e Donat Cattin nutrivano, a riguardo, la medesima forma di idiosincrasia (in particolare per il secondogenito di Casa Agnelli).

Che dire? L’uomo di governo ha scritto pagine mirabili. Ovunque abbia messo piede, con la sua determinazione è riuscito a dare un senso alla funzione ministeriale. Ebbe il coraggio di nominare direttori generali dei giovani poco più che trentenni. Costruiva, non si limitava alla denuncia: a lui non si confaceva il mantra della rottamazione.

Dopo il Referendum sul divorzio prese le distanze dalla sua creatura – il settimanale “Sette Giorni” diretto da Pratesi ed Orfei – e incominciò ad alzare il muro verso l’incontro (di potere) tra Dc e Pci. Nondimeno, per la fiducia che riponeva in Moro, ebbe a sostenere lealmente la Segreteria di Benigno Zaccagnini. Dopo la drammatica vicenda del sequestro e della uccisione dello statista pugliese, in lui prevalse il timore che il connubio con i comunisti snaturasse la funzione popolare della Dc, spingendola a subire l’egemonia del PCI.

Il congresso del 1980 pose fine alla politica del confronto e gettò le basi del pentapartito. Sbagliò l’Area Zac a premere l’acceleratore, immaginando dopo la morte di Moro che l’unica via di uscita, ai fini della prosecuzione della linea politica morotea, fosse la conquista del 51% del partito. Il contraccolpo fu duro, Area Zac e Andreottiani ottennero solo il 40% dei voti congressuali e furono costretti all’opposizione.

Il vero artefice di questo révirement fu, come è noto, Carlo Donat Cattin. Il “suo” Preambolo, con il quale si apriva il documento finale della nuova maggioranza (Dorotei, Fanfaniani, sinistra di Forze Nuove), sbarrava la porta alla possibilità di recuperare il filo della collaborazione con il PCI e rilanciava l’intesa con i socialisti. Donat Cattin sottovalutò, a mio giudizio, la capacità di manovra di Bettino Craxi, nonché l’insidia di un progetto che formalmente rispondeva alla prospettiva di ripresa del centro-sinistra, ma congelava l’azione propulsiva dello Scudo Criciato. Gli americani e la Cdu di Helmut Khol assecondarono ampiamente la svolta, di cui Fanfani presumeva essere la fonte di legittimazione.

Il Preambolo e il Pentapartito definirono il perimetro del nuovo protagonismo socialista e, dentro quello stesso perimetro, il veleno di una sorta di accomodante e rinunciatario neo-doroteimo democristiano (contrastato negli anni della segreteria De Mita, ma non al punto di impedirne nel 1989 la baldanzosa ed effimera riconquista del partito). Quella rottura del 1980, tutta interna alla sinistra democristiana, con Donat Cattin deciso a far valere il motivo della sua battaglia nel segno dell’anticomunismo democratico di ispirazione cristiana, fu origine e causa di una irrimediabile lacerazione all’interno dell’intera compagine democristiana. Per questo ritengo che il Preambolo costituisca il punto di arrivo e di caduta, al tempo stesso, della posizione espressa e rappresentata da quella che nella Dc si soleva definire la “sinistra sociale” (Forze Nuove).

Qui sta, insomma, la grandezza e il limite della figura  di Donat Cattin, tanto nel suo indiscusso coraggio di visione politica quanto nella sua feroce asperità di carattere, forgiata evidentemente al fuoco di una presunzione di autosufficienza della “maggioranza democratica” in un contesto ancora dominato in Italia dal “fattore k” (l’anomalia del più grande partito comunista dell’Occidente). Una rilettura serena e rigorosa della storia vissuta e interpretata da Donat Cattin aiuterebbe a capire il viluppo dei problemi che infine soffocò l’esperienza, unica e irripetibile, della Dc. È un lavoro ancora da cominciare.