Con il centro, senza finzioni ed equivoci

Rilanciare e rideclinare una "cultura" e una "politica" di centro non può essere scambiata come una operazione meramente accademica o politologica.

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L’interessante dibattito che si è sviluppato sulle colonne del Domani d’Italia sulla “cultura di centro” e sulla “politica di centro” merita, adesso, qualche precisazione. Per evitare equivoci e letture caricaturali. Brevemente, cerco di ricordare gli aspetti – seppur sempre rispettabili – che andrebbero archiviati e comunque chiariti al più presto.
Innanzitutto un “centro politico e culturale” non può nascere fra 10 o 20 anni perché oggi, e non ieri, c’è la necessità di riscoprire e riattualizzare un pensiero, una cultura e una politica che si rendono sempre più indispensabili. La tesi di tutti coloro, da Dellai in poi, che danno appuntamento fra svariati lustri per far decollare un progetto politico che sappia battere gli opposti estremismi e la conseguente radicalizzazione che caratterizza la dialettica politica italiana, rischia di essere fuori strada e fuori tempo.

In secondo luogo rilanciare e rideclinare una “cultura” e una “politica” di centro non può essere scambiata come una operazione meramente accademica o politologica. La tesi di Nino Labate pubblicata su queste colonne e’, al riguardo, curiosa e del tufo singolare. E cioè, tutto ciò che ha caratterizzato la dinamica politica del novecento non è più riproponibile perché va storicizzato. E quindi, di conseguenza, il ruolo di coloro che pensano di riproporre esperienze del passato – sempre secondo la curiosa e simpatica versione di Labate – e’ quella di dedicarsi alla formazione di nuove classi dirigenti, di approfondire temi culturali, di elaborare un pensiero accademico e via discorrendo. Ovvero, aspetti importanti ma che sono pertinenti delle associazioni culturali, delle fondazioni storiche e di tutti i gruppi che si impegnano nel prepolitico.

Peggio ancora, sostiene sempre il simpatico Labate, se chi vuol perseguire un disegno del genere e’ riconducibile alla cultura cattolico democratica e popolare. Questi, conclude il nostro, non possono che svolgere un ruolo del tutto prepolitico. E quindi un’attività nei gruppi e nelle associazioni. Insomma, pare di capire, l’unico impegno concreto per questo personale e’ quello di dedicarsi a svolgere un ruolo di lievito forse nell’Azione Cattolica e in altri gruppi similari. Infine, la singolare tesi di tutti coloro che pensano di riscoprire una “cultura e una politica” di centro all’interno di due ex contenitori sostanzialmente estranei ed esterni a quell’obiettivo. Anche qui oggi e non ieri. E mi riferisco, nello specifico, al nuovo corso del Pd/Pds di Zingaretti che persegue l’obiettivo, del tutto legittimo e anche comprensibile nonché coerente, di rifare e ricostruire il partito della sinistra italiana. Che, come tutti sanno, non c’entra assolutamente nulla con il pensiero, la cultura e la politica di centro. Oppure all’interno della sempre più striminzita Forza Italia, ormai ridotta ad una semplice e anche margjnale formazione politica che ruota attorno all’azionista di maggioranza, cioè la Lega di Salvini.

Ora, se vogliamo parlare seriamente e concretamente della necessità di rilanciare, riscoprire e riattualizzare una politica di centro nel nostro paese – come ormai sostengono molti opinionisti, commentatori e politologi anche se sino a qualche tempo fa esaltavano le virtù salvifiche e miracolistiche del maggioritario e del dogma del bipolarismo – dobbiamo partire dal fatto che nella politica ci sono alcune grandi novità con cui dobbiamo fare i conti anche solo rispetto ad un recente passato.

Dopo il voto del 4 marzo sono ritornate in auge le culture politiche. Certamente rinnovate rispetto al passato, ma sono ritornate. Accanto ad una “nuova destra” ben visibile e con un profilo politico definito si affianca il ritorno della sinistra tradizionale con la segreteria Zingaretti, una sorta di neo Pds. Resiste, per il momento, la forza politica che ha fatto del populismo, dell’antisistema e dell’antipolitica la sua ragion d’essere. Di fronte ad un quadro del genere, dov’è la cultura, la politica e il pensiero di un partito/movimento di centro? La risposta non può essere una semplice alzata di spalle o dare l’appuntamento fra 20 anni lasciando deporre la polvere e saltando alcune generazioni. È ritornato, inoltre, il sistema proporzionale, lo riconoscono persino i sacerdoti del maggioritario. E il proporzionale invoca ed impone la cultura della coalizione da un lato e il ritorno delle culture politiche e delle rispettive identità dall’altro. Facciamo finta di nulla?

Inoltre, la deriva della radicalizzazione del conflitto politico – com’è ormai a tutti evidente – va frenata. E questa deriva la fermi solo se riesci ad invertire la rotta attraverso una politica che riscopra la cultura della mediazione, la composizione degli interessi contrapposti, il rispetto dell’avversario, il riconoscimento del pluralismo, la capacità di governo e un profondo e rigoroso rispetto delle istituzioni. Ed è proprio all’interno di questa cornice che si inserisce il ruolo, la funzione e la proposta della cultura cattolica democratica e popolare. Che non può più limitarsi ad assistere la partita a bordo campo o limitarsi a giocare un ruolo puramente testimoniale e quindi del tutto impotente. La cultura e la politica di centro, cioè un nuovo partito/movimento di centro non potrà non raccogliere anche l’apporto significativo dei cattolici popolari e democratici che, e’ sempre bene non dimenticarlo, e’ sempre stato determinante in tutti i tornanti decisivi della storia politica italiana.

Ecco perché il dibattito che ormai è partito attorno al futuro del centro nel nostro paese, e che troverà una maggior compiutezza dopo il voto per il rinnovo del Parlamento europeo, non può essere lastricato da equivoci, finzioni e ridicole e grottesche interpretazioni. Adesso è arrivato il momento, quando si parla del futuro del “centro politico e culturale” nel nostro paese, della coerenza, della trasparenza, della sincerità e anche del coraggio.