Con la guerra nasce un nuovo panorama politico in Italia.

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Il pericolo per gli italiani è di andare a votare, la prossima primavera, per due coalizioni divise profondamente al loro interno su una questione di sicurezza nazionale, ovvero la politica estera dell’Italia.

 

Enrico Farinone

 

La guerra in Ucraina sta determinando un nuovo panorama politico in Italia. Al momento ancora in fase di definizione ma le linee di fondo sono ormai abbastanza chiare. Il problema è che esso va in contrasto, forse addirittura frontale, con il sistema di alleanze delineatosi da tempo (a destra) e più di recente (a sinistra) secondo lo schema forzatamente bipolare voluto dal legislatore, da ultimo con la assai imperfetta legge elettorale votata nel 2017.

 

La questione non è di poco conto. Perché è determinata da un evento esterno di inaudita violenza che inevitabilmente pone tutti gli attori politici, nei singoli paesi e nella UE nel suo insieme, di fronte a scelte molto significative, decisive per il futuro. Non siamo, insomma, in presenza di uno dei tanti atti del teatrino politico nazionale. Siamo nel territorio della politica estera, dunque siamo in pieno dentro la politica.

 

Ciò che sta emergendo è alquanto facile da illustrare, nella sua schematicità, quanto al contrario estremamente complicato da decrittare se non si ha il coraggio (per un qualsiasi motivo: errato calcolo elettorale, assolutizzazione delle alleanze immaginate, miopia politica) di osservare e valutare freddamente le cose per quello che effettivamente sono.

 

Dunque, da un lato c’è un sostegno convinto alla NATO e alle iniziative assunte per aiutare militarmente l’Ucraina. In questo ambito c’è pure l’aspirazione – finalmente! – ad un ruolo più attivo e autonomo dell’Unione Europea, ancor oggi mancante di una politica estera e di difesa comune. Strumentalmente qualcuno, a destra come a sinistra, cerca di utilizzare quest’ultimo come un cuneo per separare paesi europei e Stati Uniti, ma questo è un tema ulteriore che andrà affrontato a parte. Contrapporre atlantismo ed europeismo significa deviare dalla linea, coerentemente europeista e atlantista, sempre perseguita dall’Italia democratica così come delineata da Alcide De Gasperi.

 

Dall’altro c’è un dissenso, ancorché parzialmente dissimulato, verso questa linea. Le parole, le modalità, la convinzione attraverso le quali questi due opposti atteggiamenti si manifestano sono diverse ma volendo ridurre la questione all’osso le due posizioni principali sono quelle.

 

Il problema è che esse penetrano come una lama acuminata dentro le alleanze elettorali esistenti. I due principali partiti, stando ai sondaggi, ovvero Fratelli d’Italia e Partito Democratico, hanno assunto una postura atlantista confermando senza sottintesi l’alleanza con gli Stati Uniti. Certo, il primo dialoga con chi oggi a Washington è all’opposizione mentre il secondo è simpatetico col partito del Presidente Biden. Le differenze sono evidenti, e grandi. Anche in considerazione delle forti divaricazioni perfino valoriali esistenti nell’America di questi anni. Ciò detto, entrambi i partiti non mostrano tentennamenti sul tema. Per la verità nel Pd esiste una sorda perplessità rispetto alla netta linea imposta dal segretario Letta ma non ha ancora avuto la forza (e il coraggio: fra poco si compileranno le liste elettorali) per manifestarsi.

 

Questa posizione atlantista è propria anche di tutti i vari spezzoni centristi presenti in Parlamento e fuori. Un collage di sigle e di aspiranti generali che potrebbe acquisire una certa potenza elettorale se solo sapesse superare le ridicole animosità e gli umanamente comprensibili ma inaccettabili personalismi che lo contraddistinguono. Nell’area atlantista è associabile anche Forza Italia, pur se con qualche prudenza dovuta da un lato alle scorie lasciate su quel simbolo dalle altisonanti esternazioni pro-Putin di Silvio Berlusconi e dall’altro dalla volontà di saldatura di un asse con la Lega tale da indebolire o almeno contenere la poderosa avanzata di Giorgia Meloni, alleata sempre più aggressiva (come si è visto con la convention da lei organizzata provocatoriamente a Milano).

 

L’area atlantista sostiene Draghi e il suo governo. Ma anche no (Fratelli d’Italia, come noto). Non proprio un dato secondario.

 

Poi, come detto, c’è lo schieramento formalmente dubbioso, quando non esplicitamente contrario alla linea atlantista. A destra, la Lega di un Matteo Salvini ormai in chiara difficoltà e confusione, incapace di scegliere una strada sola per percorrerla con coerenza e invece – questo il difetto di chi segue l’umore social – quasi disperatamente, di certo grottescamente, proteso a ricercare supposte riserve di facile consenso. Oggi sul fronte pacifista, senza rendersi conto di quanto si renda ridicolo dopo aver in passato assunto posizioni securitarie di tutt’altro verso. E cercando di limitare l’opposizione – col no all’armamento degli ucraini – al regime putiniano, col quale i rapporti sono stati, pare proprio, alquanto stretti sino a non troppo tempo fa.

 

A sinistra, alle posizioni tradizionalmente pacifiste ma in primo luogo anti-americane della sinistra d’opposizione si aggiungono quelle dubitative del partito di Speranza e Bersani, sostenitore del Governo Draghi ma soprattutto desideroso di ri-unirsi col Pd e ora in difficoltà di fronte alla postura atlantista di Letta.

 

E poi ci sono i 5 Stelle. Al governo, e addirittura col Ministro degli Esteri. Il quale è fedele alla linea Draghi, atlantista e sostenitrice senza dubbi dell’Ucraina e degli aiuti ad essa. E al tempo stesso sempre più critico verso Draghi e il suo gabinetto, con il capo-politico Giuseppe Conte, ex Presidente del Consiglio di due governi dal colore politico opposto. E’ intuibile il disegno dell’avvocato del popolo: costruirsi una linea che in qualche modo riprenda alcuni spunti anti-sistema del grillismo originario e darsi così un profilo in grado potenzialmente di (ri)catturare elettori “contro”. Come quelli che costruirono le fortune pentastellate alle urne del 2013 e poi del 2018.

 

Un profilo che, allontanandosi sempre più da un governo ormai a termine, possa riavvicinare anche i descamisados alla Di Battista evitando così un pericoloso potenziale (io credo certo) competitor elettorale. E che ponga in serie difficoltà il competitor interno, quel Di Maio impeccabilmente vestito e pettinato al pari dell’azzimato avvocato ma ormai sempre più espressione d’una logica di sistema lontana dallo spirito delle origini. Questa linea, dettata a Conte dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, va dritta-dritta a confliggere con il Pd. E per chi non lo avesse ancora inteso, l’opposizione romana all’inceneritore voluto dal sindaco Gualtieri (unica speranza di avvio a soluzione del terribile “problema-monnezza” che infesta la capitale) è la prova del nove dello schema studiato.

 

Ora, il pericolo per gli italiani è di andare a votare, la prossima primavera, per due coalizioni divise profondamente al loro interno su una questione di sicurezza nazionale, ovvero la politica estera dell’Italia. E allora, con la stessa determinazione con la quale sta tenendo il punto sulle alleanze internazionali Enrico Letta dovrebbe valutare la possibilità di fare un discorso chiaro agli italiani provando a tradurre la comune visione internazionale oggi a sostegno di Draghi in una proposta di governo per il futuro. L’elettorato potrebbe anche premiarla, questa coerenza. Innanzitutto perché rispettosa dei cittadini, ai quali si proporrebbe un disegno chiaro sostenuto senza ambiguità o furbizie a buon mercato. Lasciando i 5 Stelle al loro destino. Qualunque esso sia.

 

Non dimentichino, Letta e il Pd, che dall’altra parte Giorgia Meloni è premiata proprio perché ha dimostrato coerenza con le sue posizioni. L’alternativa a quelle posizioni deve mostrare pari coerenza. Tatticismi, opportunismi e calcoli elettorali incerti (quanto valgono davvero i 5 Stelle, posto che al Nord praticamente non esistono?) non aiuterebbero di sicuro.