Con la voce del forestiero accanto a ogni uomo

Cosa deve fare un quotidiano che ha come missione quella di portare la voce del Papa e della Chiesa a tutto il mondo

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Riportiamo l’editoriale che firma oggi il nuovo direttore dell’Osservatore Romano, Andrea Monda. Nel rivolgergli i migliori auguri di buon lavoro, ricordiamo ai nostri lettori la conferenza che lo vide a settembre scorso, su invito de “Il Domani d’Italia”, autorevole e apprezzato relatore.

Cosa deve fare un quotidiano che ha come missione quella di portare la voce del Papa e della Chiesa a tutto il mondo; di guardare e interpretare quello che nel mondo accade alla luce del Vangelo; di essere una fonte prima, e limpida, alla quale attingere per alimentare la ricerca della verità?

Nel raccogliere, con gratitudine, l’eredità di questo specialissimo giornale consegnatami dal mio predecessore, il professore Giovanni Maria Vian, e sentendo sulle mie spalle tutto il peso della responsabilità che mi è stata affidata dal Santo Padre, non posso non farmi questa domanda decisiva. E non posso trovare risposta più semplice e più vera di quella che risiede nel seguire il modello indicato da Gesù nei Vangeli, con il suo stile inconfondibile.

Prendiamo ad esempio il brano di Luca 24, i discepoli di Emmaus. Qui, come spesso ha ricordato Papa Francesco, Gesù si fa compagno di strada ed entra nelle conversazioni degli uomini, dandogli una nuova direzione e un nuovo slancio vitale. È interessante notare che i due viandanti all’inizio apostrofano Gesù: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto?», il cristiano cioè deve essere al tempo stesso vicino, prossimo, agli uomini, ma deve anche avere quella giusta distanza, quella estraneità che gli permette di comprendere, giudicare, incidere senza rimanere invischiato nelle logiche di una cronaca che spesso guarda ma non vede, interpreta senza prima conoscere. Deve conoscere e amare dal di dentro le storie degli uomini senza però essere “troppo dentro” il flusso inarrestabile di quelle vicende.

Questo è il paradosso della Chiesa, La Straniera secondo la definizione di Eliot. Così «L’Osservatore Romano» dovrebbe camminare a fianco di ogni uomo e al tempo stesso mantenersi quel pizzico “forestiero” da poter dire una parola forte, sorprendente e spiazzante, capace di spezzare quella “familiarità” che non rispetta più la meraviglia della realtà riducendola a banalità e scontatezza. Solo così potrà dare ardimento al cuore, rifornire speranza ad un animo scoraggiato.

«Noi speravamo» dicono i discepoli di Emmaus e così dicono oggi tanti uomini, e se osserviamo questo 2019 che sta per cominciare e guardiamo indietro viene da dargli ragione. Pensiamo semplicemente agli anniversari promettenti che quest’anno ci richiama: un secolo fa, gennaio del 1919, nasceva il Partito Popolare ad opera di don Luigi Sturzo; oggi si fatica a riportare la politica al suo significato più profondo che è quello di essere — come diceva san Paolo VI — la più alta forma della carità; mezzo secolo fa, nel luglio del 1969, l’uomo sbarcava sulla luna, forse la promessa di futuro più grande, e venti anni dopo la caduta del Muro di Berlino del novembre del 1989 lasciava immaginare il crollo di tutti gli altri muri e l’avvento di una società meno divisa, più solidale, finalmente pacifica. Tutti “noi speravamo” allora, e ora?

A questa umanità delusa e dolente vorrebbe arrivare, tramite questo quotidiano, la voce della Chiesa, solo lei così forestiera da poter scuotere le coscienze e accendere i cuori di un mondo che rischia il grande freddo dell’apatia, della disillusione e del miope individualismo. Una voce che non cala dall’alto ma che scaturisca dalle viscere, che sia mossa dall’amore, l’unica vera novità luminosa che ogni giorno rinasce, magari nascosta come a Betlemme in qualche oscura grotta del drammatico e meraviglioso mondo degli uomini.