Conte ci prova ma non è detto che riesca.

È un segnale pallido, indubbiamente. Eppure, tra le pieghe di tante sovrabbondanze di lamentazioni e aggressività, il discorso del Presidente del Consiglio si manifesta concreto e preciso

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Può essere l’ennesima prova di quanto precario risulti il meccano governativo dei gialloverdi. Un tentativo fallace, pertanto, che nasconde l’ansia di ricomporre in qualche modo un equilibrio arrovesciato dopo l’esito elettorale del 26 di Maggio. Insomma, un maldestro espediente per sopravvivere all’incombenza del redde rationem tra leghisti e grillini, in attesa del gran finale. Sta di fatto che la conferenza stampa di Conte un risultato lo porta a casa e va nella direzione di un di più di autonomia nell’azione di Palazzo Chigi.

È un segnale pallido, indubbiamente. Eppure, tra le pieghe di tante sovrabbondanze di lamentazioni e aggressività, il discorso del Presidente del Consiglio si manifesta concreto e preciso: laddove, cioè, a tutela degli interessi della nazione, il premier rivendica e ottiene il diritto a una delega piena nei rapporti con l’Unione europea. Su questo punto fa testo l’immediato via libera di Salvini. Certo, non si tratta di una delega in bianco, né di una fiducia incondizionata. Ma tant’è! Se le parole hanno un senso la trattativa con Bruxelles, tesa a scongiurare l’avvio della procedura d’infrazione per eccesso di deficit, non è subordinata al gioco di distinguo e rilancio dei due vice-premier.

Conte ha voluto dire che insieme a Tria si premura di alzare il tono della partita a scacchi con la Commissione europea. Tuttavia, per vincere le resistenze e uscire a testa alta dal confronto ai tavoli di Bruxelles, c’è bisogno di un’Italia capace di parlare con una voce sola, senza l’umiliazione di telefonate nel cuor della notte per spiegare e convincere, e quindi per avere da “chi conta davvero” il consenso su quanto deciso in accordo con gli interlocutori della Commissione.

L’arringa e il piagnisteo dell’avvocato del popolo per adesso scongiurano il pericolo di una incontrollabile crisi di governo. Conte si fa forte della mancanza di alternative, giacché nemmeno Salvini è pronto a individuarne una, con le conseguenze del caso. Il leghismo rigonfio di voti può esplodere come la rana che nella favola s’immaginava di eguagliare il bue. Al di là degli atteggiamenti smargiassi, Salvini avverte il rischio di ridursi a metafora vivente di una conclamata impotenza rispetto all’Europa, il vero “bue di questa teatrale e impossibile sfida del sovranismo. Qui c’è lo stallo e qui, pertanto, il rilancio di Conte. Avrà fortuna? Per il bene del Paese, e con lo spirito di un’opposizione che non intende lucrare in modo spregiudicato sui passi falsi della maggioranza, ci si vorrebbe anche sperare contro ogni speranza. L’Italia danza sul ciglio del burrone.