Cos’è il nuovo Ulivo? Enrico Borghi lo riconnette a un Pd più “centrale” grazie al civismo. È un discorso interessante ma…

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Al Nazareno si cambia passo per affrontare con alleanze non anguste la sfida elettorale del prossimo anno. L’asse strategico con il M5S non ha più mordente. Ciò implica una riconsiderazione del ruolo del Pd. Il segnale che lancia Borghi pare contraddire il pessimismo di chi, come D’Alema e Franceschini, considera inevitabile la sconfitta nel 2023. È però sufficiente, in alternativa, enfatizzare l’apporto del civismo? Occorre una nuova e più convincente politica delle alleanze. Attorno a Draghi.

L’intervista a Repubblica di Enrico Borghi, l’uomo che nella segreteria nazionale del Pd assolve alla funzione di collegamento tra Letta e Guerini, sposta con eleganza l’asse della proposta politica del Nazareno. In apparenza il discorso rimane nell’alveo dell’autocompiacimento che scaturisce dai risultati delle elezioni amministrative; invece nella sostanza, partendo sempre dalla soddisfazione per il voto locale, devia dal sonnambulismo dei fautori a tutti i costi dell’alleanza strategica con il M5S, uscendo dalla rappresentazione onirica del campo largo. Certo, rimane l’appello a un largo concorso di forze, per affrontare con alleanze non anguste la sfida elettorale del prossimo anno, ma ciò implica una incisiva riconsiderazione del ruolo del Pd. 

«Noi lavoriamo – ha spiegato ieri Borghi – per un Partito democratico forte che arrivi, da solo, al 30% e diventi il perno della coalizione europeista, riformista, progressista e ambientalista che intendiamo costruire per battere la destra nel 2023». Il concetto è illustrato con grande chiarezza:«Quando il Pd è unito si trasforma in un magnete capace non solo di fare scelte coesive e di innovazione, ma anche di guidare un processo di aggregazione più ampio, che va oltre il perimetro giallorosso. Il civismo, in sostanza, può essere il lievito che ai tempi dell’Ulivo permise di superare la sclerotizzazione dei partiti». Un progetto, così come descritto, che si carica visibilmente di un contenuto neo-democristiano:«In realtà il nostro modello – precisa il deputato ex Dc-Ppi-Margherita – è il Country party indicato da Andreatta. Il partito-Paese, del popolo, in antitesi al partito del potere che negli ultimi dieci anni, suo malgrado, il Pd ha dovuto interpretare per garantire la stabilità ed evitare degenerazioni del sistema». 

Borghi sembra dunque esplicitare una posizione che vede Letta impegnato nel progetto di nuovo Ulivo. Da ciò deriva la  trasformazione del modello di coalizione finora propagandato: meno grillismo e più civismo, ovvero più centralità del partito a vocazione popolare. Letta, per giunta, ha voluto lanciare a Cortona, di fronte ai maggiorenti di Areadem, un messaggio che sa di sfida verso i profeti della sconfitta inevitabile, e quindi bisognosa in qualche modo di essere  programmata. Un filo rosso unisce curiosamente D’Alema e Franceschini, entrambi pessimisti sul futuro esito delle elezioni (sicché, perso per perso, tanto vale che si rinsaldi l’asse giallorosso). 

Ora Borghi, dando anche respiro alle perplessità cripto-renziane di Base Riformista, riporta alla visione di un centro sinistra che mira ad amalgamare tutta l’area del riformismo democratico, senza cedere spazio a un “centro” ancora ipotetico. In questa cornice, però,  c’è il rischio non già di un ritorno al Country party di Andreatta – tutt’altro che un rischio, in verità -, ma al partito a vocazione maggioritaria di Veltroni, con tutto il bagaglio di ambizioni e solitudini sperimentate in passato. Bisogna fare ulteriori passi in avanti. Evocare il civismo, paragonato a uno scrigno di sovrabbondanti potenzialità politiche, non porta molto lontano. Il Pd, se vuole vincere, deve pensare a una nuova politica delle alleanze. Attorno a Draghi.