Covid può aiutarci a ripensare la città: non perdiamo l’occasione. L’intervento di Luciana Castellina su “Bo Live”.

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Il dibattito animato da Franco Vaio su “La città dopo la pandemia” si sospende a ridosso delle ferie con questo ultimo contributo.

 

Luciana Castellina

 

Non sono né architetto né urbanista, sebbene sappia parecchie cose delle due materie perché nella mia adolescenza queste professioni avevano conquistato piena egemonia culturale sulla sinistra della nostra generazione. Forse era perché le città erano state distrutte dalla guerra, e però a pochissimi veniva in mente di fare il medico per via dei tanti morti che lo stesso evento aveva provocato: più che agli umani si pensava alle città, perché in qualche modo erano un modello di società ravvicinato. E questo è quello che allora ci interessava in primo luogo.

 

Ci piacevano molto anche la filosofia e la storia, ovviamente, visto che stavamo cercando di capire il mondo nuovissimo che si era affacciato all’orizzonte e di raccapezzarsi fra un passato oscuro e un futuro anche più ingarbugliato. Ma comunque erano soprattutto l’architettura e l’urbanistica che ci intrigavano, non in quanto possibili professioni, ma come qualcosa che somigliava a ciò di cui eravamo affamati: la politica. E fare case e immaginare città era una grande operazione pratica e collettiva, cioè politica.

Insomma, non lo so spiegare, so solo che i concorsi per i primi progetti di edilizia popolare li seguivamo con reale passione anche noi che quegli studi non li avevano seguiti perché reinventarsi il modo di abitare era, appunto, parte della passione che ci aveva travolti: cambiare il modo di vivere dell’umanità.

 

L’ho capito meglio un po’ di anni fa quando Francesco Indovina, al termine della sua lunga docenza veneziana, fu chiamato a insegnare nella nuova facoltà di Alghero; e siccome chi voleva iscriversi doveva superare un test chiese a me e ad altri personaggi simili di tenere ciascuno una lezione per preparare i candidati e far loro capire di che si trattava. «Devi spiegargli cosa è la politica – mi disse – perché senza questa non si può fare l’architetto».

 

Vi ho raccontato tutto questo per giustificare la mia presenza in questo dibattito cui non ho titoli accademici per partecipare, solo un grande interesse da quando avevo 17 anni ed era pressappoco il 1946.

 

Covid-19, questo virus maledetto, all’inizio mi è capitato talvolta di definirlo “compagno” per le non irrilevanti positive reazioni che ha suscitato, e fra queste innanzitutto la scoperta di non poter sopravvivere senza gli altri, e dunque dell’insensatezza della convinzione ormai dominante dell’«io me la cavo da solo», prodotto da un virus altrettanto orrendo: quello dell’individualismo.

 

In questa discussione voglio dunque portare qualche considerazione sulla mia esperienza politica post Covid, direttamente legata all’abitare, che è funzione eminentemente sociale.

 

Purtroppo l’attenzione che il virus ha suscitato si è subito spostata sulla malattia e pochissimo sulle cause che l’hanno prodotta. Insomma: sul come se ne esce, niente o quasi sul come ci si è entrati. Solo il Papa, da tempo il più lucido dei nostri uomini politici, ha detto in due parole di che si trattava: «in una Terra malata non possono esserci umani sani».

 

Vorrei che si ripartisse proprio da qui, dal come si può cercare di far guarire la Terra, e non solo dal come ci si accomoda nella sua malattia.

 

E fra i tantissimi aspetti della questione, il come abitiamo ha un grande spazio di cui tuttavia ci si occupa ben poco: le nostre città consumano quasi tutta l’energia e producono una quantità di veleni, mentre potrebbero non solo ridurne il consumo, ma concorrere a produrre cose necessarie ma non inquinanti. Purtroppo, invece, un tema così importante come quello delle comunità energetiche – per esempio – è nella pratica quasi ignorato. E con questo la necessità non solo di installare ovunque possibile pannelli solari, ma di riaggiustare i fabbricati (il “cappotto”, gli infissi, ecc.). Quanto ai rifiuti, anziché alla loro riduzione ci si sta paradossalmente concentrando sulla loro produzione, puntando al loro riciclaggio, così aiutando a dimenticare che la stessa produzione di rifiuti tossici, anche se poi riciclati, è gravemente dannosa.

 

E così nulla si fa per cambiare la loro canalizzazione, con l’inserimento di depuratori adatti (i quali o non ci sono affatto o sono vecchissimi e inservibili). Non solo: i rifiuti organici hanno origine nella terra e a questa andrebbero restituiti perché ne ha bisogno; invece la restituzione è oggi pari al 2%. Sembra un dettaglio, ma non lo è, perché evoca uno dei grandi problemi che si devono affrontare: cambiare l’orrendo rapporto che ha finito per instaurarsi fra città e campagna, e cioè riportare nella quotidianità della nostra vita l’agricoltura e gli animali non umani che la abitano. Che non è solo questione di ripopolare le zone rurali, ma di far capire ai cittadini che gli umani sono solo lo 0,6% delle specie viventi, una bazzecola, e non possono continuare ad ignorare i tanti coabitanti della Terra che concorrono a renderla quella che è.

 

Quando giro le periferie dove vivono bambini che non vanno in villeggiatura mi rendo conto che molti, ora che neppure i nonni vivono più in campagna, non hanno mai visto una gallina viva e forse pensano che il latte lo fa il frigorifero e non le mucche. Vado perciò proponendo manifestazioni con corteo di animali, l’ho detto persino parlando a Roma nella consueta manifestazione ANPI del 25 aprile. Perché ogni stagione ha le sue sfide, e salvare la Terra passa anche per una rinnovata attenzione alla natura. Per questo penso che non si possa parlare di abitare senza porsi come obiettivo quello di riportare la natura fra le nostre case. Non solo come fa – e comunque ne sono contenta – Stefano Boeri con le sue piante, ma proprio come attività agricola.

 

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